IL RITORNO DEL PRIGIONIERO| La pelle e le ossa | Riscoprire Georges Hyvernaud

Posted on 21 marzo 2018

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IL RITORNO DEL PRIGIONIERO

La pelle e le ossa | Riscoprire Georges Hyvernaud

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Ci sono testi che più di altri ci restituiscono il senso profondo di un’epoca, capaci più di altri di sondare quelle spaccature che il muto avvicendarsi delle generazioni rimargina velocemente. Alla storia scritta dagli storici, che «non ha odore», Hyvernaud contrappone tutto l’indicibile e l’inenarrabile di una storia scritta dall’interno, sovrascritta come cucitura su lacerazione, intraducibile per definizione, testimonianza nuda dell’esperienza vissuta in prima persona. Di guerra e deportazione «gli storici ne parleranno nei libri, con frasi pulite, ben fatte (…) e disegneranno cartine con frecce e cerchietti per spiegare com’è andata.» Frasi come: “I tedeschi, durante la campagna di Francia, fecero due milioni di prigionieri” riferiscono un dato oggettivo ma non raccontano la verità degli uomini. Con La pelle e le ossa (1949) lo scrittore francese Georges Hyvernaud (1902-1983) valica il reticolato del documento memoriale e, attraverso una fredda disincantata disamina, impronta coraggiosamente una dolorosa riflessione sulla miseria umana. Quando scrive, a distanza di quattro anni dalla liberazione, Hyvernaud è ancora un prigioniero e lo resterà per sempre. Il ritorno è solo apparente. Da lì, da luoghi come quelli, non si ritorna più.

Georges Hyvernaud nasce nel 1902 a Saint-Yrieix-sur-Charente, nei pressi di Angoulême. Terminati gli studi presso l’École normale supérieure viene nominato professore ad Arras, dove insegna dal 1926 al 1934. Nel 1935 si iscrive all’Associazione degli intellettuali antifascisti e comincia a collaborare attivamente in diverse riviste militanti. Dal ’34 al ’39 insegna presso l’École normale di Rouen. Mobilitato nel 1939, viene catturato dai nazisti nel 1940. La sua prigionia ebbe inizio nel campo di Grossborn in Pomerania e si concluse, dopo un lungo viaggio spossante, nel campo di Soest in Westfalia. Fu liberato solo nel 1945. Questi anni di cattività ispirarono i suoi unici due romanzi: La peau et lesos (Èditions du Scorpion, 1949) e Le wagon à vaches (Denoel, 1953), che gli valsero la stima, tra gli altri, di Jean-Paul Sartre, Raymond Guérin, Roger Martin du Gard e Blaise Cendrars. Entrambi i testi, però, incontrarono un’accoglienza tiepida e furono presto dimenticati. Quel suo approccio antieroico, non allineato e irriverente non piacque, o meglio, non venne compreso. Hyvernaud, deluso, accantona la letteratura per concentrarsi sull’insegnamento. Dopo decenni d’ingiustificato oblio la sua opera è ritornata alla luce all’inizio degli anni Ottanta. I diari della prigionia, l’epistolario con la moglie negli anni ’39-’40, gli appunti, i saggi critici, gli articoli, è stato tutto pubblicato postumo. La pelle e le ossa (tradotto per la prima volta in Italia nel 2000 da Elena Callegari, edizioni Piemme, con prefazione di Frediano Sessi) è oggi considerato un testo fondamentale sulla deportazione militare, «un piccolo capolavoro che non si dovrebbe dimenticare – scrisse Raymond Guérin nel 1949 – un libro che ognuno di noi sarebbe fiero di aver saputo scrivere».

Hyvernaud, lo ricordiamo, è uno dei due milioni di soldati francesi catturati dai tedeschi per lo più tra maggio e giugno del ’40. Tra la cattura e la liberazione ci sono cinque anni di buio e di fango, cinquanta mesi di prigionia, milleottocento giorni di reiterata pena. Lo spazio-tempo del prigioniero si riduce a un campo perimetrato da orizzonti di filo spinato. Strappato alla sua vita di scrittore e di insegnante, strappato ai suoi affetti e alla sua quotidianità, Hyvernaud diventa semplicemente il numero 995. Un numero sommato ad altri numeri e sottratto da tutto il resto. Così come la casa, la città, il mondo si comprimono nei metri quadrati asfittici di un recinto, così l’essere umano è ridotto all’osso, alla grottesca caricatura della propria carcassa. «Al centro di un universo ormai in frantumi c’è soltanto questa baracca dove si soddisfano i propri bisogni in massa. Tutto è vuoto e morto. E in mezzo al vuoto e alla morte non esiste nient’altro che questo ricovero della defecazione in comune.» Ecco l’odore della storia su cui Hyvernaud ritorna a più riprese. Il miasma, nauseabondo e mortifero, esala dai corpi dei morti e da quelli dei vivi. È esso stesso un corpo, un immenso e invisibile corpo putrescente che sonnecchia disteso tra le feci e la fanghiglia. Nessun altro ricordo, nessun’altra immagine può anche solo lontanamente competere con la pregnanza di quell’olezzo pestilenziale respirato giorno e notte sotto l’indifferenza del cielo. In quel mondo dimenticato da Dio ci sono solo «guardiani e guardati».

Hyvernaud spende poche parole sugli ufficiali nazisti posti alla sorveglianza del campo. Ne constata en passant la gratuita malvagità ma se ne disinteressa, relegandoli come sullo sfondo. Il dramma, la tragedia, è tutta annidata tra i prigionieri. «Lo strusciare, lo sfregare continuo dell’uomo contro l’uomo. Le natiche degli altri contro le mie. Le loro canzoni nel mio cervello. Il loro odore mescolato al mio. È di questo che siamo prigionieri, più delle sentinelle e del filo spinato. Prigionieri dei prigionieri: degli altri.» La promiscuità impedisce il lusso della solitudine, il ristoro del silenzio. Nelle baracche e nelle latrine non si è mai soli. Pigiati gli uni agli altri, costretti a respirare il tanfo dei reciproci umori, ridotti l’uno lo specchio dell’altro. «Quando giungerà il momento di scrivere i bei libri sulla prigionia, gli scrittori dovranno descrivere queste luride latrine e riflettere. Nient’altro che questo, basterà. Rappresentare scrupolosamente i cessi e gli uomini. Se vorranno fare un buon lavoro dovranno ricordarsene. (…) Ma per come li conosco, avranno paura di non avere l’aria abbastanza distinta. Non sufficientemente virile e decorosa.» Ecco spiegato l’oblio che avvolse per decenni la figura di Hyvernaud. Questi passaggi, a molte frange dell’elite culturale istituzionale, dovettero apparire indigeribili. Ci ha pensato il tempo a riaccendere i riflettori sulla sua opera (purtroppo limitata a pochi titoli). Contro la «brava, vecchia ipocrisia letteraria» Hyvernaud oppone «un testo desolante che ha l’odore dei cessi», capace di restituire tutto «il senso e l’insensatezza del secolo». La latrina comune assurge a emblema di una condizione disumanizzata oltre ogni immaginazione, baratro putrido che si fa prefigurazione della fossa ultima. «Questa fossa per la merda e questo miscuglio di larve. L’intera abiezione della prigionia è qui.» Nel non-luogo del campo regna una povertà assoluta, quasi allegorica. Si sopravvive facendosi bastare il niente, litigandosi una buccia o una cotica. Hyvernaud però non associa la povertà alla privazione, perché quello che gli è più intollerabile non è la fame, né il freddo, né l’assenza di ogni conforto. Quando nel capitolo Girare in tondo, cuore dell’opera, scrive «La povertà è il non poter essere soli», comprendiamo la natura più profonda del suo disagio. La negazione dell’individualità passa anche attraverso l’adesione forzata al gruppo. I prigionieri sono chiamati a comporre un superorganismo, un gregge compattato dal quale è impossibile distaccarsi. Sotto un «cielo cinereo e livido» i prigionieri «annaspano in esistenze invisibili» dimentichi del mondo di prima. Curvati dalla fatica, dall’inedia e dalla noia, hanno addosso cenci logori rattoppati e lo sporco dei loro escrementi. Sono pelle e ossa, un esercito di scheletri.

Tra la peau et le os la grande assente è la carne, divorata, spolpata, fagocitata dall’ingordigia del male. Denunciandone l’assenza fin dal titolo del libro Hyvernaud ci prepara allo svuotamento di cui, pagina dopo pagina, ci farà partecipi. La narrazione evita deliberatamente i toni della confessione per farsi constatazione; il disincanto veicola una sorta di mesta e dimessa filosofia della vita che fatica a ritagliarsi uno spiraglio di redenzione. «L’esperienza dell’umiliazione non ha nulla di grande. Tranne per chi ci sta dentro: non se ne libererà più.» La fine del secondo conflitto bellico, la caduta del nazismo, la liberazione, il ritorno a casa dei soldati combattenti e dei soldati fatti prigionieri: tutte ghiotte macro aree d’indagine per gli storici. Il testo di Hyvernaud si fa invece carico di illuminare una zona d’ombra. La sua scrittura scarna, a tratti cinica, tanto vicina a quella di Mirbeau, rischiara ma subito dopo ricaccia tutto nella tenebra. Vorrebbe parlare d’altro, magari di un quadro di Matisse, «…ma tutto questo non esiste più. È finito. Non ci sono più colori, né foglie, né sguardi. Ogni cosa è stata inghiottita da una catastrofe senza forma. Al centro di un universo ormai in frantumi c’è soltanto questa baracca.» Hyvernaud sceglie la formula del romanzo per eludere l’impossibilità della rievocazione. Il linguaggio, intrinsecamente inadeguato, s’appella al medium letterario per tradurre l’intraducibile. La narrazione è cruda, denudata, puntellata d’una irriverente ironia. L’eroismo, i moralismi, il sentimentalismo e qualsivoglia altra smanceria patriottica Hyvernaud la lascia ad autori più virtuosi come «quel furbacchione di Charles Péguy», cui è dedicato un capitolo del libro.

Il ritorno del prigioniero «nella solida realtà delle domeniche in famiglia» è un non-ritorno. I parenti e gli amici che lo trovano dimagrito di almeno quindici chili non possono capire, non hanno la minima idea di quello che ha subìto negli anni di prigionia. Forse lo considerano anche un po’ colpevole perché, a differenza degli altri soldati, lui non ha combattuto direttamente la guerra, non ha preso parte all’azione, quasi che quella detenzione gli avesse garantito una protezione speciale. Il reinserimento nel presente, «nelle domeniche, nelle famiglie, nelle digestioni domestiche» non può prescindere dal passato. «Quando si è passati sulla sponda oscura della vita, tutto il resto perde consistenza.» Il pranzo domenicale – la zia sorridente, il cagnolino che gioca sotto la tavola, le battute dei commensali, il profumo del vino e dei biscotti – assomiglia a un teatrino dell’assurdo, a una caricatura della realtà. La guerra ha sterminato la vita, ne ha avvelenato il seme. La gratuità del male non fa sconti. È un dono nero che non si può restituire. All’appello dell’Hyvernaud insegnante non risponde più l’alunno Gokelaere, quello della terza fila accanto alla finestra. Fucilato. «Non c’è nulla.» Con queste parole definitive Hyvernaud chiude il suo romanzo. Parole vuote, svuotate, che calano come un sipario di fronte a una platea di spettri. «Non c’è nulla.» Solo la pelle e le ossa.

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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Posted in: Cultura, Letteratura