HIJRA | Nascere donna in un corpo di uomo a Mumbai | La gabbia dei fiori | di Anosh Irani

Posted on 21 marzo 2018

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HIJRA

Nascere donna in un corpo di uomo a Mumbai

La gabbia dei fiori | Un romanzo di Anosh Irani (Piemme, 2017)

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Mumbai (chiamata Bombay fino al 1995), capitale dello stato del Maharashtra, è la seconda città più popolosa dell’India. Conta la bellezza di tredici milioni di abitanti, che salgono a ventuno se si includono le vaste periferie. Mumbai proviene dalla commistione di “Mumba” o “Maha-Amba”, riconducibili al nome della dea indù Mumbadevi, e da “Aai”, che in lingua marathi significa “madre”. Un agglomerato immenso, labirintico, affacciato sul mar Arabico. A Mumbai – come ci racconta lo scrittore indiano, canadese d’adozione, Anosh Irani nel romanzo La gabbia dei fiori (Piemme, 2017) – la miseria ha volto di donna. Una miseria materiale e spirituale consegnatale in eredità da secoli e secoli di assoggettamento. Sotto la donna, molti gradini più sotto, ammantata d’una sorta di meta-umanità, c’è la hijra. Difficile tradurre in modo univoco ed esaustivo questo termine, connotante e denigrante a un tempo. In urdu hijra significa “migrazione”. Una hijra, in India, è una donna nata in un corpo di uomo. Difficile immaginare un’esistenza più ai margini di quella di una hijra. Bersaglio di misoginia infarcita di omofobia la hijra è socialmente incollocabile, poco più che un fantasma. Per questi membri del terzo genere fare gruppo, riunirsi in comunità, equivale a garantirsi una forma sia identitaria che di sopravvivenza. Non hanno futuro, non hanno un passato, solo un presente di solitudine e disperazione. Ripudiate dalle famiglie, abortite dalla società, confinate giorno e notte nei bordelli, le hijra trovano conforto in Shivaji, l’impavido guerriero Maratha, e più ancora nella dea Bahuchara Mata, «Solo lei, che percorreva i cieli a cavallo di un galletto, sentiva le grida di dolore delle hijra.» Secondo un’antica leggenda indiana la giovane Mata venne assalita da una banda di ladri nella regione del Gujarat. «Per proteggere la propria dignità, Mata si era tagliata le mammelle e le aveva poste davanti ai ladri in segno di offerta. Quella mutilazione si rinnovava nei secoli attraverso le hijra. Amputandosi, Mata aveva reso onore a sé stessa. Aveva sacrificato la propria femminilità per preservarla, proprio come le hijra abbandonavano la virilità per diventare veicoli di Mata.» La castrazione è «un modo per accedere a una vita più nobile, per essere guardate con più rispetto», ma non le assimila al tessuto sociale.

Cercate di notte, evitate di giorno, da tempi immemorabili le hijra si guadagnano la sopravvivenza attraverso l’esercizio della prostituzione. Non tutte, però. Alcune riescono a ritagliarsi una rispettabilità svolgendo mestieri alla luce del sole, mendicando, elargendo benedizioni, esibendosi nelle feste di matrimonio. Nella cultura indiana, in determinate ricorrenze come nascite e feste nuziali, le hijra vengono accolte come dei talismani, come creature capaci di mediare tra umanità e divinità, dispensatrici di fortuna e fertilità. Sotto questo aspetto rivelano similitudini con i nostri femminielli partenopei. Di riflesso, le hijra vengono anche temute perché possibile veicolo di malefici e impotenza. Altra categoria è quella delle berupia, ossia le false hijra, travestiti che esercitano la prostituzione mantenendo i genitali maschili. In ogni caso, l’intermittente rispettabilità suscitata da queste creature ibride è quanto mai labile. Avere un figlio thirunangai (signor donna) è la peggior sciagura per una famiglia. Al primo sintomo di femminilità questo uomo mancato viene allontanato e lasciato al suo destino. A Madhu, protagonista de La gabbia dei fiori, è accaduto proprio così.

Attraverso Madhu e le sue compagne di sventura Irani ci conduce nel basso ventre di Mumbai, un labirinto di fetide baracche e di luridi giacigli dove la donna (in tutte le sue declinazioni) assurge a latrina dei liquami maschili. A undici anni, quando prende consapevolezza di quello che è, Madhu corre a cercar conforto dalle hijra di Kamathipura, il distretto a luci rosse della città di Mumbai. Kamathipura, costruito per lo più durante il dominio britannico, non è che un ammasso di edifici cadenti addossati gli uni agli altri, un grottesco alveare ligneo con «muri schizzati di sputi e urina», un’epifania di gabbie dove le prigioniere si vendono per poche rupie. Qui il corpo delle donne (e delle hijra) è alla mercé dei più biechi appetiti maschili, disponibile giorno e notte su letti cenciosi e striminziti. Più che a un quartiere bordello Kamathipura assomiglia a un immenso labirintico orinatoio, fatto di pavimenti sfondati, di brande cigolanti e di tende lise impregnate di fumo e sperma. La macchina non si ferma mai. Fuori uno, dentro l’altro, tra i gemiti e il tintinnio delle rupie. A Kamathipura, finché potevano, esercitavano anche le pojeetive, le sieropositive «…erano migliaia. Continuavano ad avere un ottimo aspetto finché la malattia non aveva la meglio: allora si indebolivano e cadevano come mosche, per essere eliminate la mattina dopo con un semplice colpo di scopa.»

A Kamathipura il piccolo Madhu trova una seconda madre, l’anziana gurumai, maestra-protettrice delle hijra. Sarà lei ad iniziarlo prima alla migrazione (un percorso identitario culminante con l’evirazione), e in seguito alla prostituzione (il solo mestiere possibile per una hijra). Madhu non impiegherà molto a realizzare che il suo posto è lì, che la sua vera famiglia è lì, e che né sua madre, né suo padre, né suo fratello verranno mai a cercarlo per riportarlo indietro. «Una delle prime cose che veniva chiesta a una hijra quando entrava in una comunità era che tagliasse i ponti con il passato, sia fisicamente che emotivamente. Le hijra venivano addestrate a escludere da sé madri e padri, fratelli e sorelle. La vecchia vita era come una pelle di cui dovevano liberarsi perché la loro vera forma potesse emergere.»

Nella “Casa delle Hijra” di Kamathipura, un vetusto edificio di due piani suddiviso in claustrofobici maleodoranti cubicoli, Madhu si prostituisce ai chootiya (i clienti) per oltre trent’anni. Per tutto questo tempo ha potuto contare sulla protezione della sua gurumai, che era una hijra per nascita, ossia un ermafrodito. Questa seconda madre le aveva garantito un tetto sulla testa, un piatto caldo, un sari e persino qualche gioiello. Tutto il ricavato delle sue prestazioni lo aveva sempre amministrato la gurumai, e così quello delle altre sorelle. Piccole somme di denaro bastanti a malapena a far andare avanti la baracca. Ormai vicina ai cinquant’anni Madhu non ha più i requisiti per prostituirsi. La sua bellezza, irrimediabilmente sfiorita, non può competere con quella delle hijra più giovani. Da qualche tempo, su spinta della gurumai, ha cominciato a lavorare come mangti hijra alla stazione centrale di Mumbai, mendicando e elargendo benedizioni. L’abbruttimento, fisico e morale, l’ha resa la caricatura di sé stessa. L’essersi data a migliaia di uomini, talvolta anche a dieci in un solo giorno, giovani e vecchi, sani e storpi, puliti e sporchi, tra chootiya appassionati e brutali abusatori, un esercito di ributtante umanità, l’aveva letteralmente consumata. Quello che restava di lei – un corpo usato, logoro, vizzo – non serviva più. Ora le rupie doveva procurarsele elemosinando, dispensando agli altri quella stessa fortuna che l’aveva abbandonata fin dal giorno della sua nascita.

Tra i lavoretti affidati alle hijra più anziane rientrava la gestione dei cosiddetti “pacchetti”. Nel gergo farsi – lingua segreta delle hijra, noto anche come ulti basha, ovvero “linguaggio sottosopra” – un “pacchetto” non è altro che una bambina destinata alla prostituzione. Per scartare questo pacchetto, per deflorare una maal (un’autentica vergine, ma significa anche “merce”), i clienti più facoltosi sono disposti a sborsare cifre ingenti. È un affare delicato, rischioso, e solo una hijra navigata può gestirlo con le dovute cautele. Di pacchetti Madhu ne ha già trattati tanti. Nel vedersi affidata la piccola Kinjal, infatti, non batte ciglio. Farà per lei quello che ha già fatto per tante altre. La chiuderà innanzitutto in una gabbia, al buio, costringendola a rannicchiarsi sui suoi stessi escrementi. Le insegnerà a dimenticare il suo nome, la sua famiglia, il suo passato. Le dirà la verità, ovvero che non è stata rapita ma al contrario venduta da un membro della sua famiglia, nello specifico sua zia. Le insegnerà a rassegnarsi e ad accettare quel destino che l’attendeva fuori dalla gabbia, un destino come il suo, un destino che aveva il volto di migliaia di uomini. Madhu non prova rimorsi né pietà. Sta semplicemente svolgendo una mansione affidatale dalle hijra delle alte gerarchie, ed è decisa a svolgerla nel migliore dei modi. Kinjal, ribattezzata Jhanvi per recidere ogni legame con il suo passato, è solo una delle migliaia di bambine vendute, provenienti dal Nepal o dall’India del Sud. A Mumbai le maal sono merce molto richiesta, e dove c’è domanda c’è offerta. Madhu, incapace di empatia, resa fredda e cinica da una vita di umiliazioni, non vede altro in Kinjal che una bestiola da addestrare e svezzare. La gabbia lorda, prefigurazione del letto immondo dove aprirà le gambe per una vita intera, è per Kinjal un secondo grembo. «La gabbia stessa era stata costruita con uno scopo preciso, quello di non confinare soltanto il corpo, ma di permettere a chi vi era rinchiuso un contatto più stretto con i suoi pensieri. Quanto più la mente del pacchetto si sforzava di capire le ragioni della sua situazione attuale, tanto meno ci riusciva, finché, stanco di resistere, si separava dal suo passato, come chi, sull’orlo di un precipizio, si fa sfuggire la mano che si aggrappa alla sua, lasciando che l’altro precipiti nell’abisso.»

Quando tutto sembra perduto in Madhu però si apre uno spiraglio di coscienza e di umanità. Nel denunciare questo inferno (vero, reale e tutt’ora operante) Irani nelle ultime pagine del romanzo apre una via di fuga, di redenzione, di riscatto. Al di là delle singole storie resta la visione aberrante dell’insieme, una Kamathipura lager della dignità femminile, una gabbia di fiori, destinata ad essere gradualmente fagocitata dalla speculazione edilizia, dalla nuova scintillante e tecnologica Mumbai che preme sullo sfondo. Un romanzo, quello consegnatoci da Irani, che dell’uomo ci restituisce l’odore più pregnante e ripugnante, un tanfo mitigato appena dal profumo tenue esalato dalla gabbia dei fiori.

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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