IL BLOCCO DELLO SCRITTORE | D’après une histoire vraie | Il nuovo film di Roman Polanski

Posted on 20 marzo 2018

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IL BLOCCO DELLO SCRITTORE

D’après une histoire vraie | Il nuovo film di Roman Polanski

di Simone Daddario

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Presentato in anteprima fuori concorso al Festival di Cannes 2017 D’après une histoire vraie (Da una storia vera) è il ventunesimo film del regista polacco naturalizzato francese Roman Polanski. Distribuito nelle sale italiane a inizio marzo 2018 con il titolo Quello che non so di lei, il film è una trasposizione del romanzo omonimo di Delphine de Vigan, coosceneggiato da Polanski e Oliver Assayas.

La protagonista è Delphine – magistralmente interpretata da Emmanuelle Seigner, moglie del regista dal 1989 – una scrittrice di successo che improvvisamente si ritrova a dover fare i conti con il cosiddetto “blocco dello scrittore”. Nelle prime scene del film Delphine è impegnata in un estenuante firmacopie del suo ultimo bestseller, un romanzo incentrato sulla storia di sua madre. Tra gli ammiratori adoranti in fila per una dedica sul libro appare Lei, diminutivo di Leila, una donna tanto enigmatica quanto affascinante (interpretata da Eva Green). L’approccio, fin dal primo scambio di battute, va ben al di là della dinamica scrittrice-lettrice. Le due si rincontreranno la sera stessa in una festa privata. Vinta l’iniziale diffidenza Delphine si lascia gradualmente soggiogare dalla personalità di questa sua lettrice e inizia a frequentarla. Il gioco di seduzione ha una connotazione dichiaratamente lesbo che però resta latente. Lei e Delphine si avvicinano, aderiscono l’una all’altra ma non si compenetrano. Nella distanza tra le due, a intermittenze, si profila una sorta di terzo personaggio. Qui Polanski, con grande maestria registica, ordisce un complesso gioco di specchi.

Lei è davvero un personaggio in carne e ossa o è solo l’alter ego di Delphine? Dove comincia una e dove finisce l’altra? Le due donne interagiscono per lo più da sole in ambienti chiusi e opprimenti. Delphine comincia a ricevere una serie di lettere anonime che l’accusano d’aver messo in piazza fatti privati della sua famiglia, di essersi venduta sua madre. Turbata da queste insinuazioni, incapace di riappropriarsi di quell’ispirazione che sempre l’aveva guidata, si rifugia sempre più nel conforto offertole dalla nuova amica. Il rapporto si stringe sempre più nelle dinamiche di un’insana esclusività. Lei, giocando sul fascino che sa di esercitare su una Delphine sempre più labile e influenzabile, diventa man mano più presente e autoritaria. Approfittando dell’assenza di marito e figli si trasferisce a casa sua prendendo letteralmente il controllo della sua vita. È Lei a gestire la corrispondenza, le telefonate, i rapporti con l’editore e, in generale, con il mondo esterno. Quando Delphine le sottopone le bozze della nuova novel che ha intenzione di scrivere, Lei le boccia il progetto senza mezzi termini consigliandole invece di cimentarsi con un’autobiografia. La pressione psicologica sfocia gradualmente nella vera e propria violenza. Quando la manipolazione degenera definitivamente, e pericolosamente, Delphine apre gli occhi e prova a reagire.

In questo nuovo elegante psico-thriller Polanski torna a misurarsi con tematiche già indagate in capolavori come Rosemary’s Baby (1968) e The Tenant (L’inquilino del terzo piano, 1976). Delphine è, sotto molti aspetti, una versione al femminile del Trelkowski-Simone Choule di The Tenant; ritroviamo infatti, sottilmente riformulato, il tema a lui caro dell’io che lotta per affrancarsi dal Super-io collettivo, un io fragile, sacrificale, che alla fine perisce drammaticamente assumendo il ruolo che la società gli ha designato a priori. L’io scisso è qui prima smascherato e poi ri-travestito. Sul finale, infatti, dopo aver toccato il fondo, Delphine si riallinea nel ruolo della scrittrice da bestseller. Protagonista parallelo di Quello che non so di lei è inoltre il fantomatico libro (autobiografico) che Delphine non ha il coraggio di scrivere e che mai scriverà. Anche ne La nona porta, film del 1999 (dove la Seigner veste i doppi panni di una ragazza-angelo), il protagonista parallelo è un libro.

Il film, uno dei migliori dell’ultima produzione di Polanski, è tutto improntato in una costante dialettica tra realtà e finzione. Bandita ogni prevedibilità, citando quasi esplicitamente Misery non deve morire di Stephen King, il regista ammanta l’intera storia di una compiaciuta ambiguità in bilico tra esperienza reale e ossessione interiore. Altro aspetto presente è la sottile critica al mondo dell’editoria, veicolo spesso di una cultura viziata e standardizzata alimentata dal sottoprodotto letterario del bestseller; il concetto è ben reso attraverso eloquenti inquadrature dall’alto che mostrano il brulicare nelle fiere internazionali del libro. La fotografia di Pawel Edelman (già direttore della fotografia di altri film di Polanki) si sposa perfettamente con il gioco di specchi di montaggio e regia. In Quello che non so di lei ritroviamo un Polanski alle prese coi suoi vecchi demoni, autocitazionistico certo, ma capace di riformularsi e di rileggersi senza inciampare nel manierismo.

Simone Daddario


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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Posted in: Cinema, Cultura