ELIO E OLIVER | Chiamami col tuo nome | Il nuovo film di Luca Guadagnino

Posted on 20 marzo 2018

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ELIO E OLIVER

Chiamami col tuo nome | Il nuovo film di Luca Guadagnino

di Claudio Zamboni

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Estate 1983, da qualche parte in Italia. Chiamami col tuo nome, il nuovo film di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, possiede solo queste due vaghe coordinate spazio-temporali e tutto il sapore di una favola edificante. Quando le luci in sala si riaccendono si ha come la sensazione di svegliarsi da un sogno. Forse, in quel sogno, ciascuno si sarà visto nei panni dei due protagonisti; ciascuno, per un attimo, si sarà chiamato con il loro nome, Elio o Oliver, o entrambi. Lo scambio di nomi allude qui a un totale e reciproco arrendersi, un riconoscersi l’uno nell’altro, in una complementarietà di anime, di corpi, di desideri.

All’apice dell’amoroso amplesso, Oliver dice a Elio: “Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò con il mio”. L’altro diventa riflesso di se stesso, ricettacolo della propria identità, immagine speculare di un io che non ha da opporre più alcuna resistenza. I due si donano reciprocamente, come primizie di un’estate che generosa porge i suoi frutti più prelibati. Il loro amore germoglia e matura en plein air, rischiarato da una luce che avvolge radiosa ogni cosa, ogni loro fremito, ogni loro gesto, ogni più osato cedimento a quel desiderio che man mano li attira l’uno verso l’altro. Una luce apollinea, proprio come i loro corpi sospirosi, in cui non v’è traccia di ombre presaghe o di angoli bui che nascondano desideri insani. Non c’è spazio per l’ambiguità, ma solo per la consapevole facoltà di potersi aprire alle infinite possibilità della vita. L’idillio amoroso e virile di Elio e Oliver è puro perché è nella natura delle cose, in quella pacificazione di sensi che non ammette inutili sotterfugi o affliggenti sensi di colpa e recriminazioni. C’è solo la legittimità di un desiderio che si lascia attrarre dalla bellezza e se ne vuol nutrire; un desiderio che non può che essere assecondato, perché è vita che anela alla vita.

La macchina da presa segue e scruta i due amanti con sguardo limpido, cristallino, privo di morbosità o di giudizio morale. Il ritmo è quello lento e dilatato di certe stagioni dell’essere, l’enorme tempo della giovinezza in cui tutto sembra eternamente possibile e immutabile. Quello di questi due colti rampolli d’una borghesia d’altri tempi scorre ozioso tra le letture e le note di un pianoforte, tra le gite in bicicletta e i tuffi in acque cristalline. Il desiderio va affiorando lentamente, nell’incertezza iniziale, nei primi scrutamenti, nei primi fugaci contatti fisici, sportivi, tra un tentennamento e l’altro. È l’esitante e al tempo stesso compiaciuta contemplazione di una bellezza arcaica, primordiale. L’arto amputato di una statua greca emersa dalle acque fa da protesi alle loro braccia tese, suggella questo reciproco riconoscimento in quell’ideale di grazia e bellezza che loro due incarnano. I sembianti apollinei dei due amanti si stagliano sugli scenari dionisiaci di una natura ancora incontaminata che li avvolge, li rende frutti tra i frutti, fiori tra i fiori. Così i loro corpi danzano l’armonia di un’estate che li inebria di voluttà, bevendo l’un dall’altro il nettare dell’estasi dionisiaca.

Quando l’estate finisce e si riporta via Oliver, cosa resta di questo loro idillio? La morale della favola è affidata alle parole del padre di Elio, che nel consolarlo consola se stesso, perché la sofferenza che adesso prova il figlio è sempre preferibile ai rimpianti di chi, come lui da giovane, ha chiuso la porta ai propri desideri più veri. Ciò che conta adesso è l’accresciuta consapevolezza di sé, delle tante possibilità in cui ciascuno può realizzare il proprio destino. Quel che Elio e Oliver hanno vissuto, per quanto fugace, lascerà per sempre nei loro cuori la traccia di un ricordo meraviglioso. Ciascuno, nell’innocenza del darsi, ha donato all’altro qualcosa di sé da custodire gelosamente. Il dialogo padre-figlio diventa quindi una riflessione sul dopo, su ciò che insieme al dolore resta quando l’amato non c’è più. L’ultima scena si chiude sul volto di Elio che fissa il vuoto (e il pubblico in sala), con lo sguardo di chi si interroga nella ricerca di un senso e al tempo stesso ci interpella, poiché ciò che lui ha vissuto è, dopotutto, un sentimento universale.

Alla fine del film resta ancora negli occhi il riverbero di quel bagliore accecante che tutto avvolgeva e comprendeva, e in bocca quel vago sapore di pesca e d’albicocca. Guadagnino, regista di respiro cosmopolita, sganciato dalle pastoie italiane, ci restituisce una storia in cui protagonista è il desiderio (che completa la sua “trilogia del desiderio”, iniziata con Io sono l’amore e A bigger splash). Un piccolo capolavoro, grazie anche alla sceneggiatura di James Ivory (premiata con l’Oscar), alla fotografia di Sayombhu Mukdeeprom, e soprattutto all’interpretazione dei due protagonisti, Timothée Chalamet e Armie Hammer. Degna di nota la colonna sonora, impreziosita dai tre splendidi brani scritti da Sufjan Stevens.

Claudio Zamboni


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018.

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Posted in: Cinema, Cultura