UN FEMMINICIDIO MANCATO | testimonianza di Antonia (Mussomeli, Caltanissetta)

Posted on 17 gennaio 2018

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UN FEMMINICIDIO MANCATO

testimonianza di Antonia (Mussomeli, Caltanissetta)

raccolta da Elena De Santis

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017

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Un femminicidio mancato, il mio. Ci è mancato poco, davvero poco. Ancora oggi se mi guardo indietro, se considero tutto quello che ho passato, compreso quello che sarebbe potuto essere l’epilogo finale, faccio fatica a comprendere come sia potuta sopravvivere e trovarmi qui a raccontare, a testimoniare il mio calvario. Ho cinquant’anni e tutta una vita davanti. Ricordare è doloroso, ma necessario. Il recupero è stato lento, graduale. Ne parlo oggi per la prima volta, e spero nel mio piccolo di poter essere d’aiuto a qualcuno, a una donna del mio paese, o magari a una del mio palazzo. Siamo in tante. Un esercito invisibile che subisce nel silenzio.

Lo conobbi attraverso amici comuni. Mi piacque all’istante. Distinto, misurato, a modo, il ritratto della gentilezza. Quando mi chiese se potevamo rivederci ero al settimo cielo. Gli dissi subito sì. Sentivo che era quello giusto, finalmente. Uno che faceva sul serio, che voleva costruirsi una famiglia. I primi mesi furono splendidi. Mi riempiva di piccole attenzioni, mi ascoltava, mi coccolava. E poi le domeniche a pranzo dai suoi o dai miei, le scampagnate, le passeggiate in riva al mare. Non smettevamo un attimo di parlare e di sorriderci. Eravamo una coppia. Un uomo e una donna fatti per stare insieme. Compatibili, non si dice forse così? Sposarlo mi sembrò la cosa più naturale al mondo, come aprire gli occhi al mattino. Quando me lo chiese lo abbracciai con le lacrime agli occhi. Ero felice, completa, appagata. Prendemmo in affitto una villetta a schiera, il nido d’amore perfetto per due come noi. Brindammo a tutta la felicità che ci attendeva e al figlio che avrebbe coronato presto il nostro idillio. Forse tutta quella perfezione mi avrebbe dovuta insospettire. Col senno di poi rileggo tutto sotto una diversa luce. Ma come avrei potuto immaginare? I segnali forse c’erano, ma infatuata com’ero non sapevo coglierli. O forse non volevo coglierli. La sua fu una raffinata manipolazione. Facendo leva sull’amore mi aveva resa cieca, incapace di discernere. Le mie amiche mi avevano messo in guardia per tempo, ben prima delle nozze. Mi dicevano che c’era qualcosa di strano in lui, un ché di torbido, di poco chiaro, che tutta quella gentilezza aveva del posticcio, che la sua era una maschera. Io scrollavo le spalle, mi dicevo che erano delle fottute invidiose, che non c’era nulla che non andava in lui, che qualche difetto doveva pur avercelo, che l’amore guarisce tutto, sempre. Dopo sei mesi di matrimonio quella maschera cadde.

Ricordo che era un giovedì sera, poco prima di metterci a tavola per la cena. Lui cominciò con delle osservazioni su una camicia, a suo dire, stirata male. Aveva bisogno di un pretesto. Accadde tutto all’improvviso. Mi sferrò un pugno nel fianco. Caddi a terra piegata dal dolore. Provai stupore, innanzitutto. Stupore perché non capivo la situazione, dove mi trovavo, cosa fosse successo. Realizzai solo qualche istante dopo, mentre con fatica cercavo di rialzarmi. Quella notte mi stuprò. Al mattino, come se nulla fosse accaduto, trovai la tavola apparecchiata per la colazione. Il caffè caldo, il pane imburrato. Io entrai in una specie di ammutolimento. Agì subito in me un misto di pudore e vergogna, una sensazione che ancora adesso faccio fatica a definire. Quel giorno avevamo ospiti a pranzo, così dovetti subito imparare a fingere. Un’improvvisazione da oscar. È iniziato così il mio inferno domestico. Quando si dice: dalla quiete alla tempesta. I pestaggi avevano cadenza settimanale. Bastava un niente. Una volta mi prese a calci perché non trovava le chiavi della sua auto, un’altra perché non mi ero pettinata bene. Facevo di tutto per non commettere errori, ma per lui sbagliavo sempre e comunque. La sua pressione psicologica era potente. Ero soggiogata, in balia dei suoi umori. Cercavo di compiacerlo, come se in un qualche modo dovessi farmi perdonare di qualcosa. Con l’obbedienza cercavo di lenire la paura. E se non erano botte erano insulti, denigrazioni, umiliazioni. Tre anni così. Mi tenevo stretta i miei lividi, non ne parlavo con nessuno. Fingevo meravigliosamente. Piano piano assunse pieno controllo della mia vita, del mio telefono, delle mie amicizie; mi dava orari precisi che dovevo rispettare, tempi via via sempre più ristretti. Ero cosa sua. Tremavo al suo fianco ma non riuscivo a distaccarmi, una dipendenza patologica che mi sono lasciata alle spalle solo dopo lunghe sedute di psicoterapia. Negli ultimi tre mesi ho rischiato la vita più volte. Picchiava sempre più forte, a mani nude o con tutto quello che gli capitava sotto mano, con accanimento crescente. “…Ha un tatto da galantuomo” disse una sera a cena sua madre. Ho chiesto aiuto quand’ero ormai sull’orlo del precipizio. Un altro giorno in quella casa e mi avrebbe annientata definitivamente. Il mio è stato, a tutti gli effetti, un femminicidio mancato. Sono stata fortunata, a differenza di tante altre, per questo ho avvertito il dovere di testimoniare. Ora vivo altrove, in un’altra regione, relativamente al sicuro. L’ho denunciato ma non ho potuto dimostrare nulla. “La tua parola contro la mia” sono state le sue ultime parole. Lui è a piede libero. Il resto è cronaca.

Elena De Santis

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Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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