BAMBOLE ROTTE | Il femminicidio dall’antichità a oggi

Posted on 15 gennaio 2018

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BAMBOLE ROTTE

Il femminicidio dall’antichità a oggi

di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017

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In 20 mesi oltre 2700 medicazioni, di cui 361 su persone di sesso femminile, di queste ultime, solo 34 hanno dichiarato alle autorità che quelle ferite gli erano state procurate da un familiare; il resto ha indicato come causa un evento accidentale, tipo la caduta dalle scale. Ma le ferite recavano segni inequivocabili di violente aggressioni, agite brutalmente con gli strumenti più disparati, tutti riconducibili all’ambiente domestico (padelle, boccali, colonne da letto, bastoni…); i loro corpi mostravano ciò che le loro labbra non osavano rivelare. Calci, pugni, percosse avevano tracciato su quelle membra martoriate la geografia di un dramma quotidiano. Padri, mariti, fratelli ne erano gli artefici. Quei dati non si riferiscono a oggi, ma sono tratti da due registri presi a campione, redatti a Roma da chirurghi e barbieri tra il 1596 e il 1599 per il Tribunale criminale del Governatore, allora la massima autorità competente in ambito penale.

È pari a 6.788.000 il numero di donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni che ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza, dalla molestia allo stupro. Questi, sì, sono dati che si riferiscono a oggi, e rappresentano la brutale istantanea dell’ultimo decennio italiano consegnataci dall’ISTAT. Ancora più drammatico è il bilancio delle donne uccise (che sarebbero oltre 1.000 dal 2010 al 2016). Secondo i dati del IV Rapporto Eures nei primi dieci mesi del 2017 si contano già 114 vittime, ovvero  con una frequenza prossima di una donna ogni due giorni. Dietro questa lunga sequela di delitti, oggi come allora, troviamo nella maggior parte dei casi ancora gli stessi autori: mariti, partner attuali o ex, a testimonianza di un dramma che matura e si consuma nella sfera privata dei soggetti coinvolti, proprio all’interno di quei legami che presupporrebbero amore e che invece molto di frequente sfociano in conflitti aspri e violenti. Una mattanza i cui connotati chiamano ancora una volta in causa la natura stessa del rapporto tra l’uomo e la donna, mettendo in discussione le dinamiche relazionali tout court tra i due sessi, e affondando la lama specialmente nell’ambito dei legami di coppia e familiari in genere.

Le cifre riportate, per quanto importanti, non registrano con assoluta fedeltà tutta l’entità del problema; si tratta infatti di numeri che comprendono solo i casi di chi ha deciso di rompere il silenzio, uscendo allo scoperto e denunciando le violenze subite, e quelli più eclatanti che hanno fatto cronaca, proprio perché sfociati nell’atto estremo dell’uccisione. Purtroppo, oggi come allora, la maggior parte di queste violenze rimane perlopiù nascosta dietro la cortina del silenzio, nel chiuso delle mura domestiche, facendo leva su un senso del pudore e della riservatezza che in verità protegge solo i tiranni e condanna le vittime a continuare a subire. La riluttanza che molte donne di ieri e di oggi hanno, nel denunciare gli abusi e le violenze patite per mano degli uomini, crea un sommerso impenetrabile della cui vastità quelle cifre possono solo fornire un’idea. È infatti solo attraverso la denuncia alle pubbliche autorità che la violenza coniugale, e familiare in genere, non più nascosta tra le mura domestiche, entra nello spazio pubblico e diventa fatto sociale e politico. La distanza temporale tra i primi dati e gli ultimi ci fa inoltre comprendere che quello della violenza sulle donne, non è, come molti sarebbero portati a credere, un fenomeno che riguarda l’oggi, ovvero uno dei tanti mali tipici della società contemporanea, bensì un problema le cui radici affondano lontane nel tempo.

A offrircene una dimostrazione è il libro La violenza contro le donne nella storia (Viella, 2017), a cura di Simona Feci e Laura Schettini. Il saggio, attraverso i contributi di vari autori, ci propone un lungo e ben documentato excursus che va dal XV al XXI secolo, che risulta molto utile e interessante ai fini di una maggiore comprensione del fenomeno sotto il profilo storico e culturale. L’ampia rassegna ci mostra innanzitutto i contesti in cui la violenza sulle donne si produce e si manifesta, i quali comprendono sia l’ambito privato delle relazioni familiari sia quello pubblico delle aule di tribunale. Ed è proprio negli stralci di dibattimenti giudiziali offerti che vediamo affiorare, tra le pieghe del discorso, il riverbero del sostrato culturale da cui quella violenza traeva forza e legittimazione. Proprio nelle aule di tribunale i carnefici e i loro difensori giustificavano gli abusi agiti su donne e bambini invocando lo ius corrigendi del pater familias, ovvero la prerogativa del capofamiglia di esercitare il “diritto di correzione” su moglie e figli;  un principio tra i più antichi e abusati della storia, che, ponendo l’accento sull’autorità (in via esclusiva) dell’uomo, lasciava a questo un ampio margine di discrezionalità circa i termini e le modalità di esercitarlo. Analizzando le dinamiche e sviscerando i linguaggi di volta in volta utilizzati, il libro mostra la trasversalità di un fenomeno che presenta risvolti analoghi in epoche e contesti storico-geografici diversi, e che non fa distinzioni tra ceti sociali differenti per formazione culturale e status economico.

La storia del femminicidio è di fatto storia di un costume che si dipana a tutte le latitudini, muovendo ovunque dalle medesime premesse ideologiche e valoriali, ed è ovunque la manifestazione di una cultura che promuove le relazioni diseguali tra l’uomo e la donna. Il lungo e faticoso cammino che ha portato le vittime a uscire allo scoperto, solo in tempi recenti ha prodotto dei risultati in seno alle istituzioni. La contraccezione, il divorzio, l’aborto sono conquiste civili ottenute a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, grazie alle rivendicazioni dei movimenti femministi; queste conquiste (ancora oggi osteggiate da certe frange di cattolici fondamentalisti e oscurantisti) hanno innanzitutto ridato dignità alla donna, riconoscendole i principi di autodeterminazione e libertà individuale, di riappropriazione del proprio corpo e di appagamento sessuale. Diritti sacrosanti di una sana democrazia, tanto quanto quello che ha ammesso le donne al voto (nel 1946) sancendo di fatto il loro ingresso nella società come soggetti politici. Senza questi diritti la donna era solo un oggetto, un’infima proprietà nelle mani dell’uomo, un’ombra, un pezzo di carne utile per soddisfare gli istinti sessuali dell’uomo e farsi da questo ingravidare.

È soltanto nel 1996 che il reato di violenza sessuale viene riconosciuto nel Codice penale come un delitto contro la persona e contro la sua libertà individuale e sessuale; prima di allora esso era semplicemente contemplato tra i reati contro la moralità pubblica e il buon costume. A questo proposito, val la pena ricordare come nella Sacra Bibbia lo stupro venga visto come un reato di proprietà ai danni dell’uomo, in quanto la donna è ritenuta una sua proprietà. Tale reato prevedeva la pena di morte per lo stupratore, ma anche per la vittima, se questa era sposata. In Contro le donne (Marsilio, 2016), Paolo Ercolani ci propone una lunga e sorprendente sequela di nomi insospettabili, dietro i quali emerge, costante e immutabile, la componente misogina: “Uomini inferiori” per Platone, “maschi menomati” per Aristotele, “maschi mancati” per san Tommaso, “stupide” per sant’Ambrogio, le donne dovevano essere sempre e comunque sottomesse all’uomo, per san Paolo così come per sant’Agostino. Il pregiudizio denigratorio nei confronti della donna mette insomma d’accordo tutti, tanto i tragediografi greci quanto i Padri della Chiesa, e prosegue nei secoli successivi per il tramite di filosofi, intellettuali, persino illuministi e rivoluzionari, a dimostrazione di quanto antico e fortemente radicato sia nella cultura d’ogni tempo.

Tornando ai giorni nostri, è possibile rintracciare nelle cronache attuali di donne maltrattate, violentate, uccise quelle stesse dinamiche e consuetudini del passato. Ad avvalorarle c’è sempre lo stesso atavico schema culturale intriso di maschilismo, sessismo e misoginia. Solo oggi le istituzioni si vedono costrette a prendere finalmente atto di un problema criminoso che, in virtù delle sue evidenti specificità, richiede l’adozione di strumenti e politiche del diritto più appropriati. In ambito internazionale, e nell’Unione Europea in particolare, le iniziative politiche per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne sono storia piuttosto recente. Uno dei primi passi è stato rappresentato dalla Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne adottata dall’Onu nel 1993. Fondamentale è stata, poi, nel 2009, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, in cui la parità tra uomo e donna viene riconosciuta tra i valori fondanti e posta tra i principali obiettivi dell’UE. Non solo, viene resa giuridicamente vincolante la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che stabilisce il rispetto della dignità umana, la proibizione di trattamenti inumani o degradanti, il divieto di discriminazione sulla base del sesso, oltre che l’obbligo di assicurare la parità tra uomo e donna. Ma è soprattutto importante notare che, solo a partire dagli anni Duemila, tutte le varie iniziative promosse dall’UE in seno ai programmi d’azione per le pari opportunità, prevedono progetti volti a combattere questi specifici casi di violenza, che, grazie a una mutata sensibilità e consapevolezza del fenomeno, vengono finalmente considerati non solo, in modo neutro, come violenza domestica, ma come violenza gender based.

Nella Convenzione di Istanbul del 2011 si legge che: «l’espressione violenza contro le donne basata sul genere designa qualsiasi violenza contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato. (…) si intende con ciò designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni e sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti». Queste dichiarazioni rappresentano dei traguardi politici estremamente importanti, per quanto tardivi rispetto a una dialettica di lungo corso, maturata in seno ai movimenti femministi, che era già da tempo pervenuta a tali esiti.  I modi e le circostanze in cui la violenza e l’uccisione delle donne vengono perpetrati hanno dimostrato infatti come la generica definizione di omicidio non solo si rivelava inadeguata (tanto quanto quella, apparentemente più specifica, di uxoricidio), ma rischiava di nascondere o di trascurare la vera natura del problema.

È solo prendendo atto delle specificità di questi delitti che si è giunti alla definizione di due termini: l’uno, meno ricorrente, che è femicidio (o femmicidio), e l’altro, più comunemente usato, che è feminicidio (femminicidio). I due termini sono solo in apparenza dei neologismi e, per quanto simili e sfumanti l’un nell’altro, non si riferiscono esattamente alla stessa cosa. Li troviamo entrambi già in uso in alcune fonti letterarie risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, epoca a partire dalla quale entrambi si evolvono precisando i loro rispettivi significati.

Il primo (femicidio) appare addirittura una prima volta (nella forma francese femmicide) già nel Seicento, seppur usato con tono burlesco in una battuta della maschera Mezzetin, come testimonia una raccolta di testi teatrali pubblicata a Parigi nel 1694 dall’attore pratese Evaristo Gherardi. Lo ritroviamo, ancora con un’accezione lontana da quella moderna, in Inghilterra, nel libro The Satirical Review of London at the Commencement on the Nineteenth Century (1801), per descrivere la condotta dell’uomo volta a estorcere un rapporto sessuale alla donna, assimilando di fatto questo genere di costrizioni a un omicidio; ancora nel Law Lexicon di J. JS. Wharthon (1848), per riferirsi all’uccisione di una donna, quindi ripreso dai movimenti femministi statunitensi nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, per poi infine essere definitivamente fissato dalla criminologa Diana Russell nel libro Femicide: The Politics of woman killing (1992) che ne sancisce il significato e la diffusione nell’America degli anni Novanta con queste parole: «Il concetto di femicidio si estende al di là della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.» In ultimo, il termine Femicidio (o femmicidio), secondo la definizione data nel 2012 a Vienna, dalla ACUNS (Academic Councilon United System), acquisisce un significato prettamente criminologico: nel documento finale, redatto e sottoscritto da esperte internazionali, tutte le varie forme di violenza nei confronti delle donne, tali da configurare il femmicidio, fino alla loro uccisione, vengono ricondotte alla questione di genere: «Il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze, e assume molteplici forme. (…) Le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere. (…) Per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima».

Per quanto riguarda il secondo termine (femminicidio), abbiamo invece un suo primo utilizzo da parte dello scrittore fiorentino Augusto Franchetti, in un commento alla commedia Giacinta di Luigi Capuana, apparso nel 1888 sulla terza serie della Nuova Antologia di scienze letterarie ed arti. Ma è solo grazie all’antropologa e sociologa messicana Marcela Lagarde che il termine femminicidio si impone sulla scena pubblica, designando compiutamente il complesso di pratiche sociali, sia private che pubbliche, agite ai danni delle donne. Nel 1997 Lagarde parla di femminicidio, richiamando l’attenzione internazionale sulla grave questione di Ciudad Juárez (Messico), dove, a partire dal 1993, venivano alla luce i casi di centinaia di donne e ragazze, prima sfruttate in modo disumano nelle maquiladoras e poi barbaramente uccise. Così Lagarde descrive il femminicidio: «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei loro diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia». Come si evince da queste parole, il termine femminicidio, nella sua accezione più ampia e corretta, descrive il fenomeno da un punto di vista sociologico e offre una prospettiva ad ampio spettro su tutte le sue possibili cause e manifestazioni. In definitiva, per quanto le differenze tra i due termini possano apparire sottili – al punto da non essere colte, spesso, nemmeno da chi ne fa un uso professionale – esse di fatto distinguono l’atto criminoso in sé da quel sistema di pensiero su cui si fonda un dato contesto sociale, culturale e politico in cui questo si verifica.

Comunque lo si voglia chiamare, certo è che ci troviamo a dover fare la conta dei frutti maturati in seno a una cultura marcia, intrisa di valori tutt’altro che nobili e sani. Una cultura di stampo maschilista e patriarcale che tutt’oggi, ancora per molti aspetti, assegna all’uomo una posizione di assoluto predominio sulla donna, tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata. È pur vero che la condizione di subordinazione all’uomo in taluni casi non si giustifica se non con un atteggiamento troppo remissivo da parte delle stesse donne. Vittime, forse, dell’introiettamento di quei modelli e codici comportamentali che le fa tutte aspiranti “principesse” in attesa del principe azzurro, cui consacrarsi totalmente e da cui ottenere sicurezza e protezione. Vittime di una favola che prima o poi si scontra con una molto meno idilliaca realtà. La dipendenza economica, la mancanza di altre aspirazioni all’infuori di quelle che gli prospettano i ruoli di moglie e di madre, un’educazione che le vuole belle, docili, fragili e indifese, e che le predispone all’abnegazione, alla sopportazione, al sacrificio per amore dei figli e della famiglia, sono tutti passaggi che conducono molte donne alla rinuncia dei propri spazi di autonomia, riducendole a essere dipendenti in tutto e per tutto dall’uomo. A non sapersi in definitiva pensare senza un uomo accanto. Tutto ciò crea l’habitat ideale all’insorgere di frustrazioni tanto nell’uomo quanto nella donna. Entrambi vittime di modelli precostituiti, entrambi costretti a dover reggere la parte loro assegnata. Il femminicidio è figlio di questa cultura sessista che non ragiona in termini di persone, ma di peni e vagine. Sulla base di questi due organi genitali e degli stereotipi maschio/femmina a essi associati si modellano i generi, ovvero tutto quell’apparato di norme attitudinali e comportamentali, di ruoli e convenzioni sociali cui ciascuna parte deve attenersi per affermare la propria mascolinità o femminilità.

Il femminicidio ha in molti casi il suo preludio con il fiocchetto azzurro posto alla porta quando nasce un maschietto, cui presto verrà assegnata una pistola-giocattolo. Il femminicidio è figlio del sessismo e fratello di tante altre forme di prevaricazione e di violenza. Scaturisce dalla stessa cultura che è madre dell’odiosa omofobia e di tutte le discriminazioni basate sul genere; in quella cultura maschilista e patriarcale che in Italia è tradizionalmente connessa all’ideologia catto-fascista. Il femminicidio ha origine con il fiocchetto rosa posto alla porta quando nasce una bambina e con la sua cameretta piena di bambole che le insegnano a far la mamma. Da grande sarà lei quella bambola, imbellettata e agghindata per essere il diletto e l’orgoglio del proprio uomo. Perché il gioco funzioni e possa andare avanti è però necessario che ciascuno ne rispetti le regole prestabilite restando al proprio posto. È quando il giocattolo che l’uomo ha in mano si ribella che tutto l’apparato crolla. Quella gelosia che tanto lusingava e inorgogliva, stava in verità affermando un principio di proprietà: il possesso e l’oggettualizzazione della donna da parte dell’uomo. È nell’infrangere questo “equilibrio” di gioco delle parti che tutto implode. Appurata l’impossibilità del possesso ecco subentrare il femminicidio quale azione definitiva: “o mia o di nessun altro”. Il femminicidio è una sterminata distesa di bambole rotte. La definitiva eliminazione rappresenta in molti casi solo il culmine di una congerie di maltrattamenti, insulti, minacce, vessazioni, segregazioni. L’atto estremo dell’uccisione non è che il tragico epilogo di una cronaca di morte annunciata, l’effetto collaterale di una storia fondata su sentimenti malati in partenza.

Solo educando i figli fin da piccoli alla costruzione di relazioni sane, che nascono dall’incontro tra due persone di uguale dignità (a prescindere dal sesso e dal genere), è possibile creare le basi perché questa lunga storia di conflitti, di violenze e di morte possa avere fine. Ben si attagliano a tal proposito le belle espressioni usate dalla blogger Penny, nel brano Ai figli, di cui riportiamo alcuni significativi passaggi: «Ci sono cose da dire ai nostri figli. Dovremmo dire ai figli maschi che se piangono, non sono femminucce. Alle femmine che possono giocare alla lotta o fare le boccacce senza essere dei maschiacci. Ai nostri figli dovremmo dire che il giorno del matrimonio non è il più bello della vita. Che ci sono giorni sì, e giorni no. E hanno tutti lo stesso valore. Ai nostri figli maschi dovremmo dire che non sono Principi azzurri e non devono salvare nessuno. Alle femmine che nessuno le salva, se non loro stesse. Altrimenti le donne continueranno a morire e gli uomini a uccidere. Bisogna dir loro che se nella vita non si sposeranno o non faranno figli, possono essere felici lo stesso.»

C’è da lavorare tanto. È un intero assetto che attende una ridefinizione. Il presepio va smontato e ricomposto. Via le bamboline e via i soldatini. Via il rosa e via il celeste. Benvenute siano le persone, gli individui, senza più condizionamenti. Ci si rapporti davvero tra pari e ad armi pari, fuori dalle logiche del possesso, a debita distanza da ogni forma d’assoggettamento.

Giuseppe Maggiore

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