NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | FUI AVVOLTA DA UNA CHIARITÀ

Posted on 14 gennaio 2018

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NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte 

FUI AVVOLTA DA UNA CHIARITÀ

testimonianza di Hannah Meyer

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017

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Guidavo sulla Ungererstraße di Monaco in direzione Lindau. Una pioggerella sottile picchiettava sul parabrezza, ma il cielo era nitido e l’aria particolarmente frizzante. Un paio d’ore e, salvo code all’uscita, sarei giunta a destinazione. Il 24 novembre cade il compleanno di mia madre ed è tradizione di famiglia riunirci con le altre mie due sorelle per il pranzo di rito. Per regalo quell’anno, sicura che di certo avrebbe gradito, le avevo preso una coperta elettrica color cammello. Mentre guidavo il pacchetto col grande fiocco color crema sobbalzava sul sedile passeggero alla mia destra. Forse fumavo o masticavo un chewing-gum, non ricordo. Alla radio davano Sugar Sugar Baby di Peter Kraus. Boom!!! Nella vita certe cose accadono in un attimo infinitesimale. Non hai il tempo di realizzare, ti ritrovi altrove. Da quel momento tutto è andato come tra parentesi, in sospensione. Nulla avrebbe mai potuto prepararmi a un’esperienza simile. Uso il termine “esperienza” ma non so se è quello più appropriato.

Dalla mia memoria visiva estrapolo innanzitutto due colori cristallizzati in due distinti fermo-immagine: il grigio rettilineo dell’autostrada e quel verde indefinibile profuso nelle sale operatorie. Ecco, la mia esperienza si colloca tra queste due cromie, in un frangente spazio-temporale misteriosamente parallelo a quello contingente. Immaginate una frase di senso compiuto interrotta nel bel mezzo da tre puntini di sospensione chiusi tra parentesi: ecco, quello che mi è accaduto è esattamente questo. Un’interruzione significativa, molti la chiamano così. Per me si è trattato invece di un’amplificazione, di un dilatamento, di uno sconfinamento. Dell’incidente non ricordo assolutamente nulla. Lo schianto è stato talmente fulmineo da non darmi modo di focalizzare alcunché. L’auto, mi hanno poi spiegato con dovizia di particolari, è stata urtata da un mezzo pesante e sbalzata nell’altra corsia dove, dopo essersi avvitata più volte su sé stessa, si è infine ribaltata. Con ogni evidenza persi i sensi subito, altrimenti qualcosa la ricorderei. Mi piace pensare che, forse, ero destinata a ricordare ben altro. Comunque sia, venni intubata e trasportata in ospedale d’urgenza. Avevo riportato fratture multiple e un trauma cerebrale. Ero gravissima. Più di là che di qua. Nel tardo pomeriggio parenti e amici erano già accorsi al mio capezzale. Ci sono particolari di questo mio racconto che sono in grado di riferire in linea diretta, non perché mi sono stati riferiti da terzi ma perché li ho visti con i miei occhi, li ho percepiti e vissuti in modo cosciente e consapevole. Cercherò di spiegarmi con la maggiore semplicità possibile.

Torniamo a quella parentesi di cui parlavo pocanzi. Racchiuse lì, incapsulate come in una bolla, galleggiavano due mie scisse corporeità: una distesa sul letto d’ospedale e un’altra come sopraelevata. Per una qualche strana ragione osservavo me stessa dall’alto, dall’angolo della stanza. Un’ubiquità straniante. L’immagine di quella me indifesa, spenta, orizzontale, riempiva tutta l’inquadratura. Non intravedevo ma vedevo chiaramente, tutto ad altissima risoluzione, più reale del reale, in una sorta di iper tridimensionalità. Voglio precisare che non sto riferendo di impressioni o volteggi dell’immaginazione o peggio ancora di sogni o visioni. Nulla in vita mia mi era mai apparso più concreto e lapalissiano. Dal mio punto d’osservazione abbracciavo tutta la scena, e potevo spostarmi, avvicinarmi o allontanarmi. Vedevo i medici, gli infermieri, sentivo i loro discorsi, leggevo anche i loro pensieri inespressi. Avvertivo la preoccupazione dei miei familiari nell’altra stanza, l’aroma del caffè che stava sorseggiando un giovane addetto delle pulizie, e vedevo anche un nido di tortore sul tetto dell’ospedale. La mia percezione era sollecitata al massimo grado. Levitavo in una dimensione superiore parallela a quella contingente. Ero testimone ma non potevo in alcun modo interagire o segnalare a chicchessia la mia presenza. Leggevo la rassegnazione sul volto dei medici. «…È in coma irreversibile. La stiamo perdendo.» Io avrei voluto tranquillizzarli, dirgli che si stavano sbagliando, che stavo bene, che da un momento all’altro avrei riaperto gli occhi, ma non riuscivo a comunicare, non riuscivo a manifestare quell’altra me levitante. I loro occhi erano tutti concentrati sull’Hannah dormiente, su quell’involucro inanimato che giaceva sul letto.

D’un tratto ho visto ritagliarsi una porta dove prima c’era solo una nuda parete bianca. Al di là di quest’apertura il buio, una tenebra fitta che lentamente prese a risucchiarmi. Varcata quella soglia mi ritrovai in un tunnel, una specie di lungo corridoio del quale non percepivo né pavimento, né soffitto, né pareti. Mi ritrovai ad attraversarlo, spinta da una tiepida brezza. I miei piedi non toccavano terra, procedevo come su un nastro trasportatore, senza compiere alcuno sforzo. Qualcosa, là in fondo, mi attraeva. Mi chiamava. Cominciai ad intravedere un puntino luminoso, bianco, leggermente intermittente. Planavo, nuotavo nel buio calamitata da quella breccia lontana. Era lì in fondo che dovevo andare. Scivolavo sempre più velocemente, e man mano il tepore aumentava, mi scaldava. Più mi avvicinavo a quella luce e più tutto quello che mi lasciavo dietro perdeva consistenza e importanza. Facevo tutt’uno con quella leggerezza e, nel mentre, sentivo montare una sensazione di completo appagamento. Me ne stavo andando, ora ne ero consapevole. Mi stavo sganciando dalla mia vita sulla terra. Mi stavo ricongiungendo a qualcosa che al contempo mi appariva sconosciuto e familiare. Giunta al limitare del tunnel, a una spanna da quel muro di luce, cominciarono a scorrermi davanti diversi flash della mia vita passata: immagini della mia infanzia, della mia prima giovinezza, i volti delle persone che più ho amato, luoghi, suoni, profumi, sapori, piccoli dettagli e paesaggi sconfinati, tutto il mio bagaglio memoriale. Non provavo né stupore né paura, solo un’infinita tenerezza. Sapevo cosa stavo lasciando, vedevo gli occhi gonfi di lacrime di mia madre, ero consapevole del vuoto che la mia assenza avrebbe causato.

Più forte di ogni umano sentimento, d’ogni umana debolezza era quella luce, quella luminosa cangianza. Piano piano ne fui letteralmente avvolta. Cerco le parole giuste ma non le trovo. Per quanto io mi sforzi avverto le mie parole sempre più inadeguate e approssimative. Quella luce non assomigliava a nessun’altra luce, era più che altro un’emanazione, un afflato di smisurato bene, un’amorosa luccicanza. Mi attraversava, mi riempiva, mi nutriva. Non potrò mai dimenticare quello stato di perfezione, quell’equilibrio, quella sazietà emotiva. Oltre, sentivo di dover andare oltre. Anche quella luce non era che una soglia, un passaggio. L’attrazione era irresistibile. Pacificata, vibravo di una gioia immensa. Fui avvolta da una chiarità. Ero la primavera, ero l’oceano, ero il vento. Capivo tutto. Comprendevo tutto. Stavo finalmente per passare quando, con mia somma delusione, qualcosa cominciò ad incrinarsi. Quella brezza che prima mi sospingeva ora soffiava in direzione contraria. Improvvisamente, contro la mia volontà, precipitavo indietro, ritornavo. Tentai di aggrapparmi ma non trovai appiglio. La luce, impalpabile, scivolava via. In un istante ripercorsi l’oscuro corridoio che mi aveva condotto alla chiarità. Ora non fluttuavo più nell’aria ma respiravo, dolorante, nel letto dell’ospedale. Prima dei confusi rumori di fondo, mormorii, poi le parole chiare di un medico «…È ritornata.» Già, ero ritornata. E non ero affatto contenta.

Tutti gioivano, io invece caddi in una profonda frustrazione. Privata di quella felicità non ero altro che un corpo ammaccato, sofferente, vulnerabile. Mi ci vollero giorni per rientrare in sintonia con la vita. …Perché mi avevano tirata indietro?! Perché?! Mi sentivo ingannata, so che può suonare paradossale ma è così che mi sentivo. Solo dopo diversi mesi trovai il coraggio di parlare della mia esperienza. All’inizio agì in me uno strano pudore. Avevo paura che mi prendessero per pazza. Poi un giorno, finalmente, mi decisi a parlarne con un amico neurologo. Fu lui a schiudermi tutta una letteratura scientifica sulle cosiddette esperienze di pre-morte, materia di cui fino a quel momento avevo ignorato l’esistenza. Ho scoperto, con sommo sollievo, di non essere un caso isolato, e che molte persone in tutto il mondo hanno intrapreso il mio stesso viaggio andata-ritorno. Lo sdoppiamento corporeo, il tunnel, la luce, la sensazione di benessere… tantissime testimonianze concordano alla lettera. Io mi dico, non può essere un caso. La scienza medica oggi studia il fenomeno con grande attenzione, convinta che il sovrannaturale centri poco e che si tratti di un fenomeno neuronale primordiale.

Non è la prima volta che rilascio un’intervista. Raccontare mi aiuta a comprendere. È un’esperienza che per me, nella sua totalità, rimane ancora avvolta nel mistero più impenetrabile. Testimoniare lo considero un dovere (umano prima che scientifico), al di là d’ogni giudizio facile. Non ho credenze religiose, quindi lungi da me qualsivoglia messaggio strumentale. Sono solo una persona che, a un certo stadio della sua esistenza, ha avuto il privilegio di sperimentare qualcosa di straordinario, su quel limitare insondato che separa la vita dalla morte. Fin dall’inizio (fin dal risveglio) un profondo cambiamento si è verificato in me, l’acquisizione di una consapevolezza superiore. Nulla, per me, potrà essere più come prima. Ho sbirciato oltre lo steccato, ho visitato la soglia del luogo-ultimo. Che possa essersi trattato di suggestione lo escludo categoricamente. Quello spazio oltre il tunnel non era la proiezione di un ologramma ma la quintessenza di una realtà concreta e viva. Nessun onirismo. Sono laureata in fisica e se c’è una persona quadrata quella sono io. Non sono una suggestionabile ma l’incarnazione più bieca del pragmatismo (chi mi conosce lo sa). Se faccio queste puntualizzazioni è solo per fugare ogni dubbio circa le mie qualità razionali. A riprova della mia sincerità ci sono mille resoconti simili al mio (testimonianze-fotocopia, come le ha chiamate qualcuno). Queste costanti che si ripetono, questi topoi ricorrenti, devono farci riflettere. Provo una dolorosa nostalgia per quella chiarità. Me la porto dentro come un secondo cuore. Ne avverto, oggi ancora più intatto, il sacro mistero.

Hannah Meyer

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