DIARI SENZA GNANCA NA BUSIA | L’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano

Posted on 11 gennaio 2018

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DIARI SENZA GNANCA NA BUSIA

L’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano

di Massimo Pignataro

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017

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Un diario personale è la lettura che facciamo di noi stessi, di quel libro interiore multisfaccettato in cui ogni incontro, ogni avvenimento, ogni sentimento si è sedimentato, lasciando una traccia indelebile. Tutto è scritto in quello sterminato universo che ci portiamo dentro, e il diario rappresenta il tentativo di tradurre e trascrivere sulla pagina particelle di questa “materia oscura” di cui siamo fatti. Scrivere di se stessi a se stessi. Il diario si fa specchio, scrigno, ricettacolo di un’interiorità spesso soverchiata, soffocata, messa da parte. Estromessi a noi stessi da un quotidiano che troppo spesso ci relega in ruoli e definizioni che poco o nulla dicono di noi, nel diario possiamo ritrovare il contatto con la dimensione più ampia e, forse, più vera del nostro essere. «Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo», scriveva Virginia Woolf. Nella misura in cui siamo disposti ad affondare nelle viscere del nostro essere, e a interrogarlo, trasfondendolo nudo e crudo sulla pagina, il diario può divenire quel libro che ci rappresenta e che ci offre l’opportunità di aprirci a una maggiore comprensione di noi stessi. Per scrivere questo nostro libro non necessariamente bisogna essere dei letterati, occorre solo sapersi mettere a nudo, senza infingimenti o falsi pudori.

Spogliarsi della propria corazza, facendo piazza pulita di tutte quelle misure di sicurezza poste a difesa del nostro cuore: un lavoro che va fatto volta per volta, a tu per tu con la pagina bianca. La scrittura è innanzitutto lettura, ascolto, contemplazione; nasce sempre da un atteggiamento di curiosità verso la vita, verso gli altri, per poi trasformarsi in uno spazio di condivisione per il tramite di un libro. Mai ciò è tanto vero quanto nella stesura di un diario, dove è il proprio io ad essere al centro di questa curiosità che scruta, e per quanto il libro che ne vien fuori ha quale unico destinatario l’autore di sé medesimo. Si può personificare questo diario in un amico reale o immaginario, scriverlo in forma di lettere o di racconti, consegnargli la cronaca della giornata appena trascorsa o ricordi particolarmente importanti, confidargli i sentimenti, le paure e i pensieri più reconditi che non manifesteremmo mai a nessuno oppure fissarvi idee, aspirazioni e desideri per il nostro futuro. Si può arricchirlo con frasi, aforismi, versi di poesie o di canzoni che ci hanno particolarmente colpito e che in qualche modo ci rappresentano, o ancora con fotografie, disegni, immagini e ritagli. Il diario si offre a noi come un luogo privilegiato di espressione, una zona franca in cui sentirsi a proprio agio, lontano da occhi e orecchie indiscreti. Ma soprattutto un diario è una sorta di confessionile, senza quella morbosità tipica del confessore: ci responsabilizza in tutto ciò che gli trasmettiamo esigendo da noi assoluta onestà. In quanto tale esso assolve a una funzione che potremmo definire purificatrice, poiché nell’atto stesso di riversarvi tutto ciò che ci portiamo dentro, facciamo pulizia in noi stessi e liberiamo spazio che potrà predisporci ad accogliere nuovi contenuti. Ritagliarsi un po’ di tempo per starsene da soli, a tu per tu con il proprio io interiore, creare questa breve parentesi di solitudine e di silenzio, in cui ascoltarsi, riflettersi, meditarsi, è quanto di più proficuo possiamo ancora riuscire a fare per dare valore alla nostra storia. «La solitudine è tanto utile all’uomo che vive in società, quanto la società all’uomo che non vive in essa. Separa l’uomo dalla società, fallo entrare in se stesso, e non appena si tolgono alla sua ragione le lenti che gli mostrano ogni cosa rovesciata, non appena si schiarisce il suo sguardo sulle cose, gli sarà persino incomprensibile come prima non vedesse tutto questo.» scriveva Tolstoj. Trasferiti sulla pagina, gli accadimenti del nostro vissuto, ogni nostro pensiero, desiderio o paura acquisisce una nuova luce; si crea quel giusto distacco tra noi e loro, una diversa prospettiva che ci rende capaci di cogliere significati e messaggi fino a quel momento oscuri e inafferrabili. Sovente è proprio mettendole per iscritto che le cose rivelano la loro reale dimensione e importanza. La pagina di diario può quindi assurgere a orizzonte interpretativo e chiarificatore.

Per quanto possa sembrare anacronistico al giorno d’oggi parlare di diari, essi costituiscono invece una potente arma da contrapporre a quest’epoca di incalzante omologazione e spersonalizzazione. I social network hanno in qualche modo assunto il ruolo che un tempo svolgeva il vecchio diario; molti blog ne sono un esempio. Ma nel blog viene tuttavia a mancare quella dimensione solitaria e intimistica che era propria del classico diario fatto di carta e penna, gelosamente custodito in un cassetto. Segreto per definizione. Quel rapporto esclusivo che si aveva col proprio diario intimo non prevedeva altri referenti estranei e indefiniti come possono essere i frequentatori di un blog. Quella sacralità derivante dalla segretezza era garanzia di genuinità, oggi esclusa a priori dalla sovraesposizione incontrollabile cui va incontro una pagina pubblicata nel web. Il passaggio dalla dimensione privata e domestica del vecchio diario a quella pubblica del mare magnum della rete incide inevitabilmente anche sul grado di sincerità e sulla capacità di riuscire a mettersi a nudo. Ciò che prima serviva a coltivare la propria interiorità e a riuscire a mostrarsi nudi con se stessi, oggi serve solo per mostrarsi agli altri in un artificio di apparenze e di rappresentazioni ideali. A questo si aggiunga la mancanza del supporto fisico costituito dal diario cartaceo, il che ci restituisce una volta di più tutta l’inconsistenza e la volatilità di questi moderni diari online. Ecco perché quella che viene vista da molti come un’evoluzione del vecchio diario è solo un suo pervertimento e svilimento.

A testimoniare l’importanza del diario fisico, in quanto documento da tramandare come testimone, non soltanto di una storia personale, ma anche di un’epoca di cui inevitabilmente finisce col raccogliere gli umori e le atmosfere, c’è anche una particolare iniziativa che ha visto la luce proprio nel nostro Paese. Una cittadina nel cuore dell’Italia, Pieve Santo Stefano (AR), ha scelto per sé il titolo di “Città del diario”. Questa bellissima quanto insolita definizione è dovuta a un’istituzione unica nel suo genere, ovvero l’Archivio Diaristico Nazionale, fondato nel 1984 dal giornalista e scrittore Saverio Tutino (1923 – 2011). Ospitato in un’ala del Palazzo di Città, quest’archivio rappresenta una grande biblioteca della memoria, grazie ai suoi oltre settemila scritti autobiografici di gente comune consistenti in diari, memoriali e lettere. Senza alcuna pretesa di letterarietà, la forza e l’importanza di queste memorie scritte sta racchiusa tutta nella loro assoluta genuinità e spontaneità. Nel complesso ci restituiscono spaccati di vita della gente comune e pagine di storia dell’Italia non contemplate nella storiografia ufficiale, ma non per questo meno importanti.

Una di queste preziose testimonianze è rappresentata dal lenzuolo matrimoniale usato come supporto di diario dalla contadina Clelia Marchi. Alla morte del marito Clelia ha settant’anni e molti ricordi. È a questo punto che la coglie l’urgenza di voler scrivere, un tentativo, forse questo, per colmare in qualche modo quel vuoto lasciato dal compagno di una vita. Man mano che i ricordi riaffiorano in lei, fino alle sue lontane e umilissime origini, si esauriscono i fogli, i quaderni e la poca carta che aveva a disposizione alla fine non bastò più. Aperto l’armadio Clelia estrae dal corredo un lenzuolo bianco, uno di quelli che non potrà più accoglierla insieme all’amato marito, e vi riversa sopra tutto il racconto della sua vita. La sua storia semplice e straordinaria insieme, si offre come testimonianza di una remota civiltà contadina, fatta di stenti, di duro lavoro, di sacrifici, ma alleviata anche dall’amore per suo marito e per i figli, quelli allevati e quelli persi. Una storia impressa come un minuzioso ricamo nel bianco lenzuolo nuziale, che Clelia tiene a precisare ha scritto senza «gnanca na busia» e che grazie all’Archivio Diaristico Nazionale che lo custodisce è diventato un libro, Il tuo nome sulla neve – Gnanca na busia (il Saggiatore, 2012).

E tra i preziosi cimeli di questo archivio si trova anche il diario di Giovanna Pagano, anch’essa di umili origini contadine, nata nel 1951 in provincia di Salerno. Il suo diario racconta di quando ragazzina riuscì a stento a frequentare la terza elementare (senza avere nemmeno una cartella), dovendo ogni mattina all’alba andare a lavorare nei campi con il padre, e di come, una volta a scuola, si addormentava sfinita sul banco. Ma Giovanna racconta anche dell’abuso sessuale subito per mano di un familiare quando aveva ancora cinque anni, delle fughe da casa sognando un futuro migliore, e di come, abbandonata dall’uomo con cui aveva messo al mondo due figli, si ritrovò nel giro di prostituzione gestito dalla Camorra per poter pagare le bollette e l’operazione del figlio. Giovanna a un certo punto si era accorta che le mancavano alcuni trucchi e vestiti, e aveva notato che il marito, quando la notte rientrava dal lavoro, aveva con sé parrucche e tacchi a spillo. Alla fine dovette prendere atto che il padre dei suoi figli stava diventando donna. Essendo analfabeta, Giovanna ha affidato la scrittura del suo diario a una giovane studentessa in editoria, Veronica Pastaro, incontrata casualmente nel vagone di una metropolitana. Anche questa storia diventerà probabilmente un libro, grazie al Premio Pieve Saverio Tutino, una delle tante iniziative collaterali nate attorno all’Archivio diaristico.

Ogni persona è un universo unico e irripetibile. Ogni storia personale ha in sé qualcosa che merita di essere raccontata, immortalata, tramandata come testimonianza del proprio vissuto e del proprio passaggio in questo mondo. A distanza di tempo queste storie costituirebbero un prezioso patrimonio non solo per le famiglie, ma anche per l’intera comunità. Perché la Storia è l’insieme di tante piccole e significative storie.

Massimo Pignataro


Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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