L’EVOLUZIONE BIZZARRA | La vespa che fece il lavaggio del cervello al bruco | di Matt Simon

Posted on 8 gennaio 2018

0



L’EVOLUZIONE BIZZARRA

La vespa che fece il lavaggio del cervello al bruco | Un saggio di Matt Simon

(Raffaello Cortina Editore, 2017)

di Cecily P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017

SFOGLIA LA RIVISTA

 

Non c’è vetta o abisso dove la vita non sia riuscita a insediarsi, ritagliandosi una nicchia su misura anche nelle condizioni ambientali più estreme. Deserti, ghiacciai, fondali oceanici, foreste pluviali, terre palustri, aree vulcaniche, cavità sotterranee, isolotti sperduti… la vita ha messo radici in ogni anfratto, sopravvivendo ogni volta a sé stessa, reinventandosi e riformulandosi senza sosta attraverso il lento lavorio di milioni e milioni di anni. I processi evolutivi guidati dalla selezione naturale hanno garantito la progressiva sopravvivenza del più forte (ossia del più adatto) in una natura ostile e imprevedibile, tutt’altro che edenica. Ogni essere vivente (dal batterio al mastodonte) ha dovuto equipaggiarsi come meglio ha potuto per tentare di garantirsi una continuità, a dispetto delle mille avversità sempre in agguato nel mutevole scenario naturale. Affinando strategie, accumulando piccole modificazioni vantaggiose, generazione dopo generazione, sviluppando caratteristiche funzionali alla predazione, all’autodifesa, alla riproduzione, all’assimilazione di sostanze nutritive, all’adattamento all’ambiente, ogni organismo ha trovato l’escamotage per aggirare l’ostacolo; il puzzle della biodiversità è di stupefacente complessità ma si è strutturato su uno schema semplice, ordinato, fatto di incastri perfetti. La catena alimentare che traina il superorganismo dell’ecosistema è composta da anelli tanto saldi quanto flessibili.

In natura la parola d’ordine è solo una: sopravvivenza. A qualunque costo. Microbi e pachidermi perseguono un medesimo scopo: riprodursi, trasmettere i propri geni, scampare all’estinzione. Ma sopravvivere, da che mondo è mondo, si è rivelata un’impresa tutt’altro che semplice, tanto per gli organismi più elementari quanto per quelli più complessi. Solo chi è in cima alla catena alimentare può concedersi ozio e sollazzo, ma per tutti gli altri la quotidianità è dura. Procacciarsi il cibo, sfuggire ai predatori, riuscire a riprodursi: ogni creatura ha il suo bel da fare se vuole salva la pelle, ma può contare sull’aiuto di un’amica fidata, saggia consigliera, un vero genio in fatto di creatività: l’evoluzione. Molti suoi prodigi sono visibili a occhio nudo, ma i più sorprendenti e curiosi sono visualizzabili solo sotto la lente d’ingrandimento degli studiosi. Ed è qui che il vero spettacolo ha inizio. Le soluzioni escogitate da certi organismi per sopravvivere hanno letteralmente dell’incredibile. Discendiamo tutti da un antenato comune, un anelito primordiale dal quale si è innescata la grande diversificazione. Le dinamiche della competizione hanno spalmato la vita in tutti gli habitat terrestri, nelle terre fertili come in quelle più inospitali. Organismi estremofili hanno messo casa nel buio profondo, a bassissime o ad altissime temperature, laddove la vita si pensava non potesse esistere.

Alcune delle più bizzarre soluzioni evolutive ai problemi della vita sono state raccolte dal giornalista scientifico ed esperto zoologo Matt Simon nel divertente saggio La vespa che fece il lavaggio del cervello al bruco (Raffaello Cortina Editore, 2017, nella collana “Scienza e Idee”, diretta da Giulio Giorello). Opportunismo e strategie parassitarie sono diffusissimi in natura. Molti organismi sfruttano crudelmente i corpi altrui per trarne nutrimento e beneficio, in taluni casi infliggendo orrende sofferenze; ci sono organismi che diventano la nicchia ecologica dei loro parassiti, divorati vivi dall’interno o, nel migliore dei casi, occupati abusivamente per un tempo determinato. La natura sa essere crudele oltre ogni umana immaginazione. Simon passa in rassegna i casi zoologici più aberranti come quelli della mosca tagliateste (che inserisce chirurgicamente i suoi piccoli nelle formiche vive), dell’isopode mangialingue (un crostaceo maleducato che si fissa sulla lingua di un pesce divorandola e sostituendosi ad essa), del galiotto (un pesce simile a un’anguilla che s’infila nell’ano del cetriolo di mare e ne divora le gonadi), del fungo Ophiocordyceps (che invade il cervello della formica Camponotus zombificandola e sviluppandosi al suo interno fino a ucciderla), della cimice assassina (che impala le sue prede, ne succhia i fluidi e si appiccica i cadaveri sul dorso per mimetizzarsi) o della vespa endoparassita (che inietta le sue uova nei bruchi vivi); celebre a tal riguardo l’osservazione di Darwin: «Non posso persuadermi che un Dio benefico e onnipotente avrebbe creato intenzionalmente gli icneumonidi con la precisa intenzione che si nutrissero del corpo vivente di bruchi, o che avrebbe deciso che un gatto dovesse giocherellare con i topi.» Ovvio che, in questi casi, la sofferenza del parassitato è solo un effetto collaterale, non il fine gratuito dell’opportunista infestante. I processi evolutivi non perseguono uno scopo, non ossequiano un disegno intelligente, sono ciechi e indifferenti, assolutamente aprogettuali. Le soluzioni escogitate da certe specie per far fronte alla grande competizione lasciano davvero basiti. Ce n’è per tutti i gusti, raffinati o per stomaci forti, senza alcun freno alla fantasia. Ci sono organismi capaci di manipolare psicologicamente e persino zombificare altri organismi; alcune specie sono in grado di autofecondarsi o di cambiare sesso a seconda dell’occasione; altre ancora sono talmente maestre nell’arte del mimetismo dal trasfigurarsi e scomparire nell’ambiente; un esercito boschiano di creature bislacche, abili nell’ordire trappole e nel tendere agguati, dotate di solide corazze e temibili armi chimiche, di artigli acuminati e sontuosi piumaggi, di appendici bioluminescenti e radar ad alta precisione, perfette macchine da guerra ciascuna specializzata nel proprio campo d’azione.

Il bestiario compilato da Simon annovera animaletti davvero bizzarri come il bruco aspide (una sorta di Donald Trump in miniatura, che sotto l’imbarazzante capigliatura nasconde temibili spine velenose), il gambero pistolero (armato di una chela sproporzionata al limite del grottesco), il passero repubblicano (architetto di enormi nidi condominiali), il ragno palombaro (che vive sott’acqua trascinandosi sul didietro una bolla d’aria) e ancora il geco satanico dalla coda a foglia (un vero maestro del travestimento), il pangolino (con la sua corazza di cheratina che lo rende simile a un carro armato) e il simpatico Aye-aye (che ha sviluppato un buffissimo dito allungato utile a cavar larve dalle fessure degli alberi). In natura, ci ricorda Matt Simon, morire di vecchiaia è assai raro. Le cautele non sono mai troppe e il pericolo è sempre dietro l’angolo. È saggio risparmiare energie e attenersi scrupolosamente allo schema collaudato. La minima distrazione può rivelarsi fatale. «La fine arriva dall’alto, dal basso, di fianco, diagonalmente, dai parassiti, dai predatori e dall’ambiente stesso. (…) Gli organismi si sono sforzati moltissimo per sopravvivere e assolvere il loro compito ultimo: fare figli. Hanno affrontato prove e trovato soluzioni, quantunque accidentalmente, evolvendo, evolvendo ed evolvendo per culminare in quell’incredibile varietà di forme di vita con cui oggi abbiamo l’onore di condividere un pianeta.» Suddiviso in schede, raggruppate in aree tematiche, il saggio di Simon offre un corollario di sorprendente varietà dove fanno capolino creature dall’assetto alieno come l’armadillo rosa, la talpa nuda, la chiocciola africana gigante, il verme mangiaossa e il rospo baffuto. Non mancano miracoli viventi come l’axolotl, una portentosa salamandra messicana capace di rigenerare interi arti divorati dai predatori (e non solo arti, ma anche parti del cervello, della mandibola e della colonna vertebrale). Un altro miracolo vivente è il cosiddetto orsetto d’acqua, una bestiolina quasi indistruttibile, capace di disidratarsi, di entrare in stato di criptobiosi e di reidratarsi (se rimessa in acqua) anche a distanza di trent’anni.

«La vita» scrive Simon «non ama sentirsi dire di no. Perfino nelle profondità oceaniche, dove temperature molto basse, una pressione elevatissima e la scarsità di cibo si sommano a formare un ambiente decisamente poco ospitale, essa resiste. Ovunque possiate immaginare assenza di vita, lì ci sarà sempre qualcosa che resiste.» L’evoluzione (per eccellenza l’arte dell’arrangiarsi) ha lavorato d’ingegno, trasformando gli svantaggi in risorse, le vulnerabilità in punti di forza, le sostanze tossiche in nutrienti. Nei territori contaminati dal disastro di Chernobyl prolifera una copiosa fauna selvatica; enormi colonie batteriche hanno stabilito il loro habitat ideale nelle bollenti sorgenti del parco di Yellowstone. Dove c’è un appiglio, qualunque esso sia, la vita vi si aggrappa, impavida e tenace. Tutte le specie che popolano attualmente la Terra (compresa la nostra) hanno saputo scavarsi una nicchia, uno spazio vitale, un’area di pertinenza. Homo sapiens, decisamente la più bizzarra (e crudele) delle specie che popolano la Terra, ha sviluppato un grande cervello (un’arma a doppio taglio che se da un lato ha innescato le dinamiche del progresso e del benessere diffuso, dall’altro ha creato i presupposti per una sesta estinzione). Siamo in cima alla catena alimentare, ma al contempo sull’orlo del precipizio. L’evoluzione fa di questi scherzi. È utile ricordare che Darwin usava di rado il termine “evoluzione” (dal latino “realizzarsi” o “svolgersi”) preferendogli un più pertinente “discendenza con modificazioni”. Le specie, come Darwin aveva ben osservato, non diventano necessariamente perfette ma tendono ad adattarsi come meglio possono all’ambiente che le ospita.

Un ecosistema, sintetizza bene Simon «è una sorta di lieve danza fatta di controlli ed equilibri: un predatore sviluppa un’arma e la preda sviluppa una difesa in una elegante gara al rialzo.» L’unica vittoria che conta è quella sul lungo termine, difficilmente osservabile nel tempo effimero della contingenza. L’acquerello idilliaco della natura è in realtà un affresco dalle tinte forti, dai contrasti stridenti, «dove ogni essere vivente è cibo per qualcun altro», come scrive Telmo Pievani nella prefazione all’edizione italiana. Il saggio di Matt Simon smonta il quadretto naif di una natura armonica e rassicurante, e sguinzaglia un nutrito campionario di creative bestialità. Alla divulgazione scientifica, puntuale e rigorosa, Simon affianca una irresistibile ironia (talvolta irriverente) capace di far sorridere anche nei frangenti più tragici. Tradotto da Allegra Panini, il saggio (godibile dalla prima all’ultima pagina) è impreziosito dalle illustrazioni originali di Vladimir Stankovic. Ricchissima la bibliografia specialistica suggerita da Simon in coda al volume.

Cecily P. Flinn


Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

Copyright 2017 © Amedit – Tutti i diritti riservati

SFOGLIA LA RIVISTA

Per richiedere COPIA della rivista CARTACEA: SEGUI ISTRUZIONI A QUESTO LINK

 

Annunci