IL TAGLIO ANTICO Interventi cruciali. | Trattato illustrato su principi e pratiche della Chirurgia nel XIX secolo | di Richard Barnett

Posted on 8 gennaio 2018

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IL TAGLIO ANTICO

Interventi cruciali. Trattato illustrato su principi e pratiche della Chirurgia nel XIX secolo. Un saggio di Richard Barnett (Logos, 2017)

di Cecily P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017

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Ripercorrere l’evoluzione della pratica chirurgica nel corso dei secoli ci offre un punto d’analisi privilegiato sui complessi mutamenti che hanno interessato il consolidarsi del tessuto civile moderno. Tecniche curative – più o meno invasive, più o meno efficaci –sono esistite fin dall’alba dei tempi, ma una lunghissima e tenace resistenza ha incontrato l’assimilazione della figura del medico (colto, illuminato, detentore d’una sapienza antica attinta dai libri) con quella del chirurgo (l’aggiustaossa, il rammendatore di ferite più o meno profonde, con le mani sempre lorde di sangue); tra queste due categorie professionali la cesura è stata netta fino ai primi decenni del XIX secolo. Una xilografia di Johannes de Ketham del 1493 testimonia in modo chiaro la separazione tra i due ruoli, con il sommo medico assiso su un alto scranno (intento nella declamazione di passi di Aristotele o Galeno) e, in basso (su un piano simbolicamente inferiore), il volgare chirurgo (dal greco antico Kheirourgos, ossia “colui che opera con le mani”) impegnato nella dissezione di un cadavere. Da un lato l’arte della medicina, dall’altro il mestiere della chirurgia. Due status sociali ben distinti, inconciliabili, dal Medioevo fino ai mutamenti sociali e culturali che, su scala europea, sono seguiti alla Rivoluzione francese. Abili maneggiatori di lame e rasoi i chirurghi svolgevano anche attività di barbieri a servizio dei ceti medio-bassi. Di contro i medici dispensavano la loro erudizione esclusivamente per le classi più privilegiate, servendosi all’occorrenza dei chirurghi alla stregua di meri esecutori. Di tradizione si improvvisavano chirurghi (per interventi di piccola entità) anche i monaci dei monasteri benedettini, specializzati inoltre nella pratica dei salassi.

Nelle università che nacquero in Europa in epoca prerinascimentale tra XI e XIII secolo (Padova, Bologna, Parigi, Oxford, Cambridge) i medici-professori si adoperarono in ogni modo per non contaminare il prestigio del loro ruolo (ben remunerato) con l’incalzante ascesa di questa nuova figura professionale. La disciplina chirurgica, in fieri, ha dovuto attendere il compiersi di un tormentato mutamento culturale per vedersi finalmente riconosciuta col dovuto riguardo. In epoca tardomedievale e rinascimentale i chirurghi-barbieri erano soliti riunirsi in gilde e corporazioni, sempre più numerose in rapporto all’incremento demografico dei grandi centri urbani. Un territorio d’incontro tra chirurghi e medici riguardava la pratica della dissezione anatomica, uno stile d’apprendimento quanto mai necessario per comprendere la complessità della macchina umana; qui l’esposizione erudita, filosofica e teologica lasciava il posto all’osservazione diretta garantita dal metodo scientifico: inciso, aperto, sezionato, il corpo poteva così parlare, svelare i suoi misteri. Una delle prime dissezioni pubbliche fu quella operata nel 1315 da Mondino dei Liucci (professore di anatomia all’Università di Bologna) di fronte a una platea di studenti di medicina. Le proto-sale operatorie erano semplici uditori lignei a pianta semicircolare, con al centro il tavolo anatomico. Per le dissezioni venivano spesso usati cadaveri di criminali (lo scempio del corpo trascinava con sé tutta una serie di preoccupazioni d’ordine religioso e morale). È in età illuministica che medicina e chirurgia aderiscono più saldamente, sulla spinta di una sempre più generalizzata aspirazione razionale. Nella sfera di competenza della chirurgia ricadeva un crescente numero di patologie specifiche e lesioni fisiche localizzate (come malformazioni, infezioni, tumori, ascessi…); fondamentale fu inoltre lo sforzo dispiegato dai chirurghi di trincea per soccorrere, in secoli di guerre sempre più devastanti, eserciti di mutilati (guariti con interventi conservativi o con amputazioni).

Una storia della chirurgia non può esser ricostruita eludendo l’ottica del paziente (malato o ferito, comunque sofferente). Centrale è la questione del dolore, delle atroci sofferenze subite sotto i ferri nell’era pre-anestetica). Solo dopo gli anni Quaranta del XIX secolo si sono andate affinando varie modalità di stordimento per tentare di alleviare il dolore avvertito dal paziente. Stordimento alcolico, mesmerismo, ipnosi, assunzione di sostanze narcotiche, inalazioni di protossido di azoto, etere, cloroformio… l’obiettivo era quello di ridurre lo stato di coscienza e, di conseguenza, la percezione del dolore. Nel corso del XIX secolo si consolida inoltre il concetto di moderno ospedale come ambiente sterile, asettico, iperigienizzato, con sale operatorie sempre più attrezzate e organizzate. In Interventi cruciali (Logos, 2017) Richard Barnett – docente di storia culturale della scienza e della medicina nelle università di Londra e Cambridge – riassume efficacemente le conquiste della chirurgia nel XIX secolo. Il taglio adottato da Barnett è al contempo storico-sociale e medico-chirurgico. A corredo dei testi un nutrito repertorio di illustrazioni (xilografie, incisioni, disegni) provenienti dagli archivi della Wellcome Collection; il libro è stato pubblicato in collaborazione con la Wellcome Collection e la Wellcome Library di Londra. Accattivante il design di Daniel Streat di Barnbrook. L’edizione italiana, con impaginazione di Alessio Zanero, è stata curata da Federico Taibi, con traduzione di Costanza Bocchia.

Cecily P. Flinn

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Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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