GIOVANNA ROSSI | Una cosa visibile cela un’altra cosa visibile

Posted on 6 gennaio 2018

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GIOVANNA ROSSI

Una cosa visibile cela un’altra cosa visibile

a cura della Redazione Amedit

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017

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Lasciando interagire immaginazione grafica e scrittura errante, Giovanna Rossi fa proprio il medium della poesia visiva. L’opera allude, non dichiara. Ammicca ma non svela. L’osservatore è chiamato a leggere i sottili collegamenti e le relazioni di senso disseminati sulla superficie dell’opera, e a improntare quindi una soggettiva decodificazione. «Giovanna Rossi – scrive Piero Franceschetti – impronta un’arte giocosa, ironica, scanzonata, che affronta i problemi della convivenza umana dal lato satirico (…) le sue figure caricaturali tondeggianti, ritagliate o campite con risalto entro vasti spazi mentali, la scelta di parole allusive o mordenti d’immediata presa visiva riassumono comportamenti e situazioni umane con l’efficacia di definizioni lampeggianti, dense di significato. Tutto questo con riferimenti culturali che spaziano su una vasta area della pittura e della letteratura.» Composizioni tanto iconiche quanto verbali, sintesi arguta e ludica d’ispirazione surrealista dove anche l’elemento drammatico fa capolino ora in uno stralcio linguistico ora in foggia d’infante. I bambini sono indiscussi protagonisti nel repertorio iconografico di Giovanna Rossi, putti talvolta infelici, piccoli cristi imbronciati che galleggiano nello spazio, simboli di un legame misterioso con l’infanzia, con il passato.

Un altro elemento che ritorna nella ricerca visiva di Giovanna Rossi è la carta. Tagliata, piegata, incollata, ma soprattutto accarezzata, preservata, custodita, fatta scrigno di reiterati assemblage, luogo ideale della sutura e del recupero, luogo della riformulazione. «…Adoro e rispetto la carta. L’odore della carta, il rumore della carta. È il supporto che accoglie la scrittura e il disegno, la parola e l’immagine. Non la spreco. La uso con rispetto.» Apollinaire, Prevert, Proust, Tolouse Lautrec, Georges Brassens, Magritte… sono artisti che, in diversa misura, sono rintracciabili nelle opere di Giovanna Rossi. I rimandi – a una poesia, a un testo letterario, a una storia, a un mito – affiorano suggerendo significati altri. «L’elemento comune che cuce tutte queste mie opere – spiega l’artista – è il fil rouge della poesia, una poesia incarnata in modo grottesco nella figura umana. Nei miei lavori parole e immagini dialogano tra loro, si richiamano, stabiliscono dei legami di senso. È la curiosità che muove ogni mio progetto, e voglio che traspaia. Le opere restano aperte nel loro significato, non sono mai didascaliche o fini a sé stesse, recano tracce, suggeriscono chiavi di lettura senza però definire, senza esaurire. Mi piace definirle dei rebus involontari, dove l’osservatore è stimolato a individuare un tracciato. C’è ironia, ma anche molta provocazione nel mio modus operandi, la volontà di suscitare in chi osserva una certa tensione.» La frase del pittore surrealista René Magritte “Una cosa visibile nasconde un’altra cosa visibile” descrive bene tutto il lavoro di Giovanna Rossi, questa dualità misteriosa che è insita nelle cose, siano esse forme del mondo sensibile o segni di una lingua scritta.

Giovanna Rossi nasce a Genova nel 1943. All’età di sette anni si trasferisce con la famiglia nella cittadina di Monthey, nel cantone svizzero Vallese. I genitori, entrambi pittori, la iniziano fin da piccola all’esercizio delle arti. Giovanna, di indole curiosa e creativa, studia disegno e pittura da autodidatta. A diciannove anni, conseguita la maturità liceale (di indirizzo classico-linguistico), fa rientro in Italia e si stabilisce con la famiglia a Padova. Nel ’64 si trasferisce in pianta stabile a Vicenza. È qui che ha inizio la sua attività artistica, tra disegno, pittura e arti plastiche. La prima produzione di Giovanna Rossi riguarda principalmente illustrazioni figurative a tematica medievale, inchiostri su carta dove protagonista è una linea definita e avvolgente, capace di dar corpo a gruppi compositivi complessi. Nel 1971 espone per la prima volta presso la Galleria Villa Vanna di Padova, insieme a Rémy Roel (padre di Giovanna), pittore attivo sia sul versante astratto sia su quello più tradizionale. Nel corso degli anni Settanta, parallelamente a un’intensa attività espositiva tra personali e collettive in ambito regionale, Giovanna Rossi si dedica anche alla realizzazione di lavori in creta, formazioni antropomorfe (non smaltate) sospese tra il primitivo e il grottesco. All’inizio degli anni Ottanta entra a far parte dello Studio 62 di Vicenza al fianco di Piero Franceschetti. È qui che Giovanna Rossi matura più compiutamente il suo stile grafico-compositivo, contaminato da inserti polimaterici e citazioni poetico-letterarie, in deliberata e coraggiosa commistione tra immagine e parola. Gli anni Novanta sono anni di sperimentazione, alla ricerca di nuove tecniche espressive. Segue un lungo periodo di incubazione. Giovanna Rossi continua a lavorare su diverse opere ma senza avvertire l’urgenza di esporle. Un riserbo ora interrotto dalla decisione, mai tardiva, di tornare a mostrare. La mostra retrospettiva Una cosa visibile cela un’altra cosa visibile è stata presentata questo novembre nel suggestivo spazio espositivo della Galleria De Munari di Vicenza.

Redazione Amedit


Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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