LA MASCHERA DEL DOLORE | Montgomery Clift, idolo fragile | di Paolo Schmidlin

Posted on 3 gennaio 2018

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LA MASCHERA DEL DOLORE

Montgomery Clift, idolo fragile

di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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Era una sera di maggio del 1956 e l’aria era umida e tiepida sulle colline di Bel Air. Montgomery Clift aveva accettato controvoglia di partecipare a una cena per pochi intimi a casa di Elizabeth Taylor; aveva abbozzato solo per farla contenta. Quel giorno era di umor cupo, e risentiva ancora dei postumi di una sbornia della sera precedente ma Liz, che era un’amica devota, quasi una sorella, aveva molto insistito nel tentativo di distrarlo. La serata, cui partecipava anche Rock Hudson, alla fine si era rivelata piacevole. Quando è il momento di andarsene Monty – così lo chiamavano gli intimi – segue con la sua auto quella di un altro ospite, Kevin McCarthy, lungo la ripida strada che scende dal Coldwater Canyon.

Ma dopo un tornante Kevin, guardando dallo specchietto retrovisore, si accorge che l’auto dell’amico è sparita. Allarmato torna indietro. Alla luce dei fari scorge la macchina dell’attore, spaventosamente accartocciata contro un palo della luce, con le portiere bloccate e lui all’interno apparentemente privo di vita e coperto di sangue. McCarthy si precipita a cercare soccorsi. La prima a giungere sul posto, prima ancora dell’ambulanza, è proprio Liz Taylor che con il suo fisico minuto riesce a infilarsi nell’auto dalla parte posteriore per soccorrere l’amico e, con la forza di una leonessa, solleva la testa di Monty che sembra spappolata ed è incastrata sotto il volante. Lui non riesce a respirare.  Liz, con estremo sangue freddo, gli infila due dita in bocca ed estrae due incisivi che gli si erano incastrati in gola e stanno per soffocarlo.  Gli salva la vita, ma la perfezione del più bel volto maschile della Hollywood degli anni ’50 è perduta per sempre.

Montgomery Clift fu il primo vero ribelle del cinema. Ma il suo personaggio di eroe tormentato aveva radici che affondavano nell’uomo reale. Quei gesti frenati, quegli sguardi sofferenti, quei dialoghi ridotti all’osso erano parte della sua vera e profonda natura che resta quella di un ragazzino sensibile e pieno di conflitti interiori, nato il 17 ottobre 1920 e cresciuto in una famiglia benestante del sud impoverita dalla crisi economica del ’29.  La madre Sunny, è una bella donna, elegante, dal profilo volpino: è dura, ambiziosa, e anche nei momenti del tracollo finanziario fa in modo che i suoi tre figli crescano come piccoli principi, parlando lingue straniere, tra lezioni di piano e violoncello, pattinaggio, sci, mostre d’arte. Sulla loro tavola non mancano mai le posate d’argento e nei letti dormono tra lenzuola di seta.

Il giovane Monty ne è dominato ed è proprio lei a spronarlo verso la recitazione e a spingerlo a provini e audizioni teatrali quando è solo dodicenne. Non tarda ad essere notato per il suo talento e la sua eccezionale avvenenza: ha ipnotici occhi grigio verde, accentuati da sopracciglia importanti, e un volto scultoreo coronato da un naso perfetto.  Dapprima recita nei Teatri di Broadway con alterni successi (solo diciannovenne è uno dei primi membri dell’Actor Studio); poi Hollywood lo irretisce e riesce a trascinarlo a Los Angeles, vincendo le sue non poche resistenze. Lui fa fatica ad adattarsi a un sistema – quello delle Major Cinematografiche – che disprezza: vuole essere libero e non “una foca ammaestrata”. Tuttavia fioccano di continuo proposte incredibili, i produttori si umiliano per averlo, e l’ambizione alla fine prenderà il sopravvento. Il suo primo film sarà Odissea tragica di Zinnemann.

Il giovane attore è un intellettuale – i libri sono la sua grande passione – e vaglia con grande meticolosità ogni film che gli viene proposto poiché vuole sentirsi emotivamente coinvolto dalla parte. Non firmerà mai contratti a lungo termine e dirà di no anche a film che diverranno mitici, come Viale del tramonto (all’epoca era molto amico e frequentava assiduamente Libby Holman, una popolare cantante e attrice di musical, più vecchia di lui e ricchissima – essendo vedova del re del tabacco Zachary Smith Reynolds – per cui lui declina l’offerta perché, viste le similitudini con i personaggi, non voleva “alimentare pettegolezzi”).

Seguono comunque una sfilza di successi – tutti film che resteranno nella storia del cinema: Fiume rosso, L’ereditiera, Un posto al sole, Da qui all’eternità. Le donne impazziscono per quel giovane attore ombroso e malinconico, gli adolescenti fanno la coda al cinema per vederlo, i colleghi lo stimano per il suo carisma e per l’impegno che dedica a studiare i ruoli che interpreta. Tuttavia Clift non è un uomo felice: è vulnerabile, ipersensibile e roso dal tarlo di essere omosessuale, cosa che nella società dell’epoca è considerata un vizio infamante. Questo suo tormento, unito alla doppia vita che è costretto a condurre, traspare in maniera sempre più evidente anche dal suo volto e dal suo modo di essere. È spesso triste, diviene di giorno in giorno più introverso e taciturno. Nelle pause delle riprese lo si nota spesso seduto in disparte, con la testa tra le mani.  Anche la sua recitazione cambia, diviene rarefatta, oscura, giocata più sui silenzi e le espressioni che sulle battute. È strepitosamente bravo.

Fuori dal set frequenta bar gay malfamati e luoghi d’incontro all’aperto, dove rischia costantemente ed é spesso vittima di ricatti e minacce. Una notte viene addirittura arrestato mentre tenta di rimorchiare un ragazzo. La Paramount è costretta a intervenire di continuo per tirarlo fuori dai guai.  Ha una vita sentimentale insoddisfacente, fatta di brevi relazioni con personaggi ambigui e che tendono a sfruttarlo, come un giovane pilota italiano, incolto e volgare, che frequentò per qualche tempo. Per stemperare la tensione che mai lo abbandona, Monty comincia a fare uso scriteriato di alcool e di farmaci (leggendario divenne l’armadio della sua casa newyorkese, pieno zeppo di tutti i medicinali possibili). Inizia la sua corsa a rotta di collo verso l’autodistruzione.  Beve sempre, fino a ridursi in condizioni pietose e offrire un patetico spettacolo di sé, come quando urina davanti a tutti nell’ascensore del grande magazzino Hammacher’s o quando lo trovano nudo e ubriaco che grida oscenità su un cornicione. Capita spesso che sia talmente fatto da crollare  a terra privo di sensi o che lo si veda trascinarsi carponi in qualche ristorante esclusivo. Agli occhi degli estranei appare come un povero pazzo, uno squilibrato. È  cominciato quello che fu definito “il più lungo suicidio della storia del cinema”. Il collega Roddy McDowall ricorda il terribile senso di impotenza avvertito dalle persone che gli stavano accanto: “L’unica cosa che potevamo  fare era accompagnarlo per mano fino alla tomba”.

Paradossalmente Monty trova conforto soprattutto nelle amicizie femminili. “Non capisco…” si confida con un amico, “a letto amo gli uomini, ma al di fuori per me esistono solo le donne”. Le sue colleghe lo adorano, lo proteggono, lo consolano. Questo bellissimo uomo così fragile stimola in loro il senso materno e nascono profonde empatie. Lui con loro si rilassa, riesce a scherzare, si confida. È dolce ed emotivo, ma anche capace di manipolare le persone con grande abilità. L’amica più fedele è Elizabeth Taylor; si conoscono ad una première quando lei è ancora una ragazzina diciassettenne e gireranno insieme Un posto al sole e, più avanti, Improvvisamente l’estate scorsa.  Resteranno amici fino alla fine. L’intesa con Liz è perfetta: lui la chiama “Bessie Mae” e talvolta, tra il serio e lo scherzoso, parlano di matrimonio. “Erano due esseri completamente persi l’uno nell’altra”, ricorda il regista George Stevens. Anche con Marilyn si crea un legame speciale: sul set de Gli spostati, approfittano di ogni pausa per appartarsi a confabulare e raccontarsi. Sembrava di vedere due cerbiatti nella foresta, due bambini impauriti. “È l’unica persona che sta peggio di me… Vedo in lui il fratello che non ho mai avuto e mi sento più coraggiosa”, spiega la Monroe. Maureen Stapleton piange quando lui si addormenta in camerino con la testa appoggiata sul suo grembo, sfinito da notti di insonnia: “Era come vegliare un bambino cui la vita aveva riservato più dolori che gioie”. Lee Remick lo ricorda magro come un uccellino e terribilmente insicuro, commuovente. È  grande amico della Dietrich – con la quale interpretò Vincitori e vinti e che dichiarò di essersi sentita sempre inerme di fronte all’istinto autodistruttivo dell’attore – ed è intimo persino della divina Garbo, che in genere non concede confidenza a nessuno. Quando lei si ritira nel suo dorato esilio newyorchese, per Monty la porta della sua casa sulla 61° strada rimarrà sempre aperta.

Dopo il tragico incidente sulle colline di Los Angeles la spirale dell’alcool e delle droghe si fa sempre più avvolgente. L’attore ha solo trentasei anni ma la salute compromessa di un vecchio. Soffre di colite cronica – postumo di un virus contratto in Messico – ha una cataratta bilaterale, un’ernia, vene varicose. Inoltre ha disturbi del sonno e attacchi di panico, dovuti allo shock. Poco tempo prima di morire, durante una di queste terribili crisi d’ansia, Monty chiama disperato la madre nel cuore della notte: “Mamma, dammi un po’ della tua forza!”.  Lei lo liquida con la consueta freddezza: “Ma hai idea di che ore sono?”.  A tutto questo si aggiungono dolori costanti legati agli interventi sul viso (la mascella fracassata era stata ricomposta con un filo di ferro e i denti interamente ricostruiti). La sua bellezza è quasi completamente svanita a causa delle cicatrici, della frattura del naso (che da allora può essere inquadrato solo da sinistra) e di una leggera paresi che conferisce al suo  viso un’inquietante fissità e lo priva di gran parte della sua espressività. Monty diviene un consumatore abituale di popper (una droga a base di nitrato d’amile) ed è sempre ubriaco. Capita sempre più spesso che lo raccolgano in qualche locale e lo mettano su un taxi per rimandarlo a casa mentre canta a squarciagola.  L’attore Robert Ryan ricorda che aveva l’aria molto malata: “Era già morto, un morto in attesa”. Fisicamente infatti è un relitto, con l’umore sempre altalenante e attacchi di isteria. Anche la carriera ne risente, tanto che la Universal gli intenta una causa per i ritardi che ha procurato al film di J.Huston Freud, passioni segrete. Lui la vince, ma è ormai agli sgoccioli. Per quattro anni non girerà nessun film, soffrendone molto. Il suo ultimo ruolo è ne L’affare Goshenko, film che uscirà nelle sale dopo la sua morte con critiche impietose.

Monty muore come è vissuto: solo. All’alba del 13 luglio 1966 l’amico Larry  lo trova a letto, nudo, stroncato da un attacco cardiaco, conseguenza di una grave arteriosclerosi.

Al funerale Myrna Loy lo ricorda con parole toccanti: “Era un uomo di una sensibilità unica.  Avrebbe avuto bisogno di alcuni strati di pelle in più per affrontare il mondo crudele”.

Lo accompagnano al tomba due enormi bouquet di crisantemi bianchi. Sul nastro un messaggio dall’amata Liz Taylor, devastata dal dolore ma lontana per obblighi di lavoro: “Riposa, spirito inquieto.”

Paolo Schmidlin

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