VIVA DALIDA. Icona immortale | Un saggio di Mattia Morretta

Posted on 23 dicembre 2017

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VIVA DALIDA. Icona immortale | Un saggio di Mattia Morretta

di Claudio Zamboni

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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Iolanda Cristina Gigliotti è morta, viva Dalida! Si potrebbe riassumere con questa formula la vicenda umana e artistica di questa donna, celebrata dalla Francia come “faraona” del palcoscenico e dal mondo come una delle ultime icone. La notte tra il 2 e il 3 maggio del 1987 Iolanda decise di compiere l’ultimo estremo sacrificio verso colei a cui aveva sacrificato l’intera sua esistenza. Ora, per tutti, poteva finalmente essere solo Dalida. Centoventi pasticche di barbiturici, tanti quanti erano stati, al netto degli zeri, i milioni di dischi venduti. Darsi una morte tragica ed esemplare al momento giusto, quando si è nel pieno fulgore, rappresenta il miglior modo per consegnarsi definitivamente all’immortalità. Nella morte di Iolanda sembra compiersi l’ultimo atto, la scena finale di una rappresentazione a metà tra il dramma sacro e il melodramma, in cui l’eroina si lascia morire perché l’altra, Dalida, possa per sempre vivere, eternata nel mito. Non poteva esserci epilogo più tragico, e più degno, per la sua glorificazione post mortem.

Nel corso di un trentennio Dalida era stata accuratamente plasmata e manipolata, sottraendo anima e corpo a Iolanda; ora i suoi artefici potevano completare indisturbati l’opera iconografica. Ogni aspetto della sua vita poteva concorrere a un ulteriore processo di esaltazione; le più comuni passioni, gli aspetti più banali di un vissuto per molti versi simile a una qualunque biografia femminile, potevano essere trasfigurati, riletti in chiave mitologica e caricati di ulteriori significati, secondo uno schema agiografico ben collaudato fin dalla notte dei tempi. Dalida si è così conquistato un posto nell’Olimpo degli incorruttibili, dove, eternamente giovane e bella, se ne sta assisa in quel pantheon di dive immortali che fa da contraltare a quello delle madonne cristiane.

A illustrarci i passaggi di questa apoteosi provvede efficacemente Mattia Morretta, con Viva Dalida (Viator, 2017), un libro che vede la luce proprio mentre ricorre il trentennale dalla morte dell’artista. Più che una biografia, Morretta intende consegnarci la disamina della costruzione di un mito, mostrandoci nello specifico come la figura di Dalida, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, sia assurta a icona di larghe frange della sottocultura gay. Le vicende umane di Iolanda, la cui «affettività è un rosario di assortimenti sbagliati e fallimenti, che incidono su un temperamento già melanconico» si compenetrano con quelle artistiche di Dalida. Alla melanconia esistenziale di Iolanda si sovrappose l’idolo della music hall e della disco music, la sberluccicante performer dei varietà, la vamp sinuosa circondata da ballerini con fogge che richiamano le differenti tipologie sociali e fisiche di uomo, un misto di kitsch ed eleganza, di tristezza e banalità. L’esito di questa storia, la disfatta finale che vede la persona sopraffatta e annientata dal personaggio, la presenza scenica che soppianta quella umana, sembrano obbedire a un copione concepito e già stabilito per lei da altri. «Il percorso di ascesa, verso i cieli immensi e rarefatti della gloria, – scrive Morretta – avviene rendendosi disponibile a perdere l’aggancio col terreno della quotidianità per diventare un être de chant, votandosi alla musica come a una causa sacrificale, vivendo per “la gente” (…)». Dietro questo cammino in ascesa di Dalida troviamo soprattutto la regia del fratello-manager Bruno (Orlando), ma anche il concorso di una folta schiera di uomini della scena gay internazionale le cui attese si condensarono su di lei.

La voce femminile ma non troppo, i lineamenti androgini, lo charme sospeso tra bonne fille e vamp, Dalida possedeva tutti gli ingredienti necessari per essere prescelta, idealizzata e glorificata nel pantheon tutto al femminile delle dive idolatrate dai gay. I suoi tormentati amori e la maternità mancata costituivano altrettanti elementi di identificazione. «La sua vicenda – scrive ancora Morretta – è assai istruttiva, perché è plateale l’intento degli uomini della sua carriera di plasmarla» Nel personaggio di Dalida contempliamo un formidabile artifizio, in cui la femminilità diventa rappresentazione; la donna viene annientata, edulcorata, idealizzata e infine ridotta a icona per poter essere oggetto di un desiderio effimero. Una nuova epifania dell’eterno femminino in salsa pop, in cui la femminilità è orpello, travestimento, maschera da indossare per interposta persona, ovvero proiezione di quell’immaginario omosessuale maschile che allo stesso modo ha forgiato tante star del cinema, della musica e del teatro. Dalida rimase più di chiunque altra invischiata nelle trame di questo potere maschile che la rese donna-oggetto sensuale e sessuale «non una donna vera, bensì una “vera donna” nel linguaggio gay»; una idealizzazione che di fatto nega l’altro sesso collocandosi in quell’ambigua zona di confine tra maschile e femminile.

Innalzata sull’altare del palcoscenico, esaltata e osannata quale divina regina, ma al tempo stesso fissata in un’immagine che se ne sta racchiusa nella propria nicchia come una madonnina; ridotta a una bambola, una musa, una copertina, comunque tiranneggiata nella sua concreta umanità per essere deificata e vezzeggiata dai suoi adepti. A muovere questi ingranaggi c’è, come sempre, una misoginia di fondo, forse meno letale di quella eterosessuale, ma non per questo meno aggressiva e castrante.

Claudio Zamboni

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Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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