MARIO RAMOUS | Tutte le poesie 1951-1998 | Pendragon, 2017

Posted on 23 dicembre 2017

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MARIO RAMOUS

Tutte le poesie 1951-1998 (Pendragon, 2017)

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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Il corpus poetico di Mario Ramous (Milano, 1924 – Bologna, 1999) converge finalmente in un’antologia completa (Pendragon, 2017). Il volume raccoglie, in ordine cronologico e ragionato, tutte le opere pubblicate tra il 1951 e il 1998, da La memoria, il messaggio a Remedia. In apertura un saggio introduttivo di Giovanni Infelíse e un affettuoso Ricordo di Michele Ramous, figlio del poeta.

Grande studioso di metrica, raffinato traduttore di classici latini (Esopo, Orazio, Virgilio, Catullo, Tibullo, Ovidio, Giovenale), critico d’arte, saggista, esperto di musica rinascimentale e barocca, direttore di collane editoriali, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Urbino, Mario Ramous fu un instancabile militante delle arti e delle lettere, ma soprattutto fu poeta. Nato a Milano, compie gli studi universitari tra Firenze e Bologna. Dal 1947 al 1957 scrive come critico d’arte ed esperto di letteratura e linguistica sul quotidiano bolognese «Il progresso d’Italia» e su numerose altre riviste. Nello scandagliare con occhio nuovo le maglie stilistiche della comunicazione estetica, tutt’altro che rigide e immutabili, Ramous impronta il suo contributo fondamentale, e sono oltre duecento gli studi saggistici ascrivibili a questo decennio. Risale al 1950 il sodalizio con la casa editrice bolognese Cappelli (che dirigerà fino al 1975), con la quale promuove le collane editoriali “l’Universale”,  la “Biblioteca dell’Ottocento Italiano” e “Dal soggetto al film”. Nel 1951 esce il suo primo libro di poesie La memoria, il messaggio, con una prefazione di Salvatore Quasimodo. Parallelamente si dedica alla sua operazione critica di rilettura dei classici latini. Stringe importanti legami d’amicizia, tra gli altri, con Concetto Marchesi, Manara Valgimigli e Francesco Flora; quest’ultimo lo coinvolge nella redazione di «Letterature moderne» e lo invita a collaborare al suo saggio Grammatica italiana (1956).

Nel corso degli anni Sessanta e Settanta Ramous affina le sue ricerche in campo letterario e linguistico, dividendosi tra l’attività di traduttore e quella di poeta; stende e revisiona diverse voci per l’Enciclopedia europea garzantiana e lavora al suo saggio fondamentale La metrica (che verrà pubblicato solo nel 1984), incentrato sulle complesse dinamiche della comunicazione poetica. Numerosi sono inoltre i suoi contributi su cataloghi di mostre, tra presentazioni e saggi critici (Giuseppe Capogrossi, Mario Sironi, Concetto Pozzati, Emilio Scanavino, Giorgio De Chirico, per non citarne che alcuni). Ammontano invece a diciotto le pubblicazioni di poesia, vera punta di diamante della produzione ramousiana. Un lascito di rara bellezza, frutto di un lavoro (tanto meticoloso quanto sofferto) operato nelle trame del linguaggio. A debita distanza dal ricamo confessionale, dall’onanismo post-romantico e dall’automatismo delle avanguardie Ramous dà corpo a una poesia rischiarata da luce propria, illuminata e al contempo incendiata dal suo interno, alimentata da una tradizione riletta e rielaborata alla luce di una nuova ispirata consapevolezza. …Siamo pieni di mare, già pietosi manichini lacerati dai sassi, sacerdoti senza altare. –  scrive in Approdo di calce (La memoria, il messaggio, 1951).

Accessibile e blindata, d’accecante chiarezza e ottenebrante, evasiva e a tratti narrativa, coinvolgente e respingente, antica e moderna, concreta e impalpabile, refrattaria a qualsivoglia cornice, l’indagine poetica di Ramous scuote le fondamenta delle strutture linguistiche, costruendo e demolendo connivenze e consuetudini del Logos. C’è tensione. Sempre. Un’urgenza mitigata dal rigore, non immune da brezze d’astrazione. Una poesia appartata – per usare un’espressione di Infelíse – ma schierata, ferocemente civile, testimone d’un presente onnipresente, di una condizione umana per definizione mortificante e inaccettabile. Ramous sa bene che la poesia mette casa tra cuciture e iati, sulla cresta delle frane, negli spazi bianchi – desolati – tra le parole, addentro, nel ventre sterile di una lingua madre. Al lettore l’arduo compito di decriptare, di ravvisare un senso, un suono, un fonema. La comunicazione estetica, ci insegna Ramous, privilegia traiettorie non lineari. Tutto è riposto, trattenuto, infine liberato. C’è continuità tra i componimenti più giovanili e quelli dell’età matura, una coerenza di fondo lega indissolubilmente le fasi più visivo-sperimentali a quelle testamentarie delle opere mature. Al di là dei temi di volta in volta affrontati protagonista è sempre il linguaggio, portato alle sue estreme conseguenze, teso all’inverosimile fin quasi al nonsense, scardinato, rivoltato, sfidato, costretto, svincolato; l’eco dei poeti latini, pur presente, non indulge mai nella mera evocazione ma si fa veicolo di una riproposizione, di una necessaria convivenza, ponte tra un passato e un presente, terra ibrida dove continuamente germina la lingua.

La poesia di Ramous parla una lingua altra, avulsa, taciuta nella sua stessa impronunciabilità. Il senso c’è ma sfugge, precipita di rigo in rigo, poi risale la china. La parola si fa scrigno, sigillata ma al contempo concatenata a quella immediatamente successiva, incastonata in una trama tutt’altro che casuale, soppesata su un equilibrio musicale. …e la parola è altra / da inventare… scrive Ramous in Programma n° (1966); una parola che veicola ricordi e affetti, immagini e suoni, stati d’animo in oscillazione, l’ondulare d’impazziti papaveri, una parola estirpata dal rovo della vita e innestata nel codice poetico. …e un fiore è la parola già recisa nella gola (Così mia luna, in Le meditazioni, 1947-1949), perché la poesia opera nell’impronunciabile e, pur comunicando, continuamente tace. Consapevole che d’ogni felicità tramite è il dolore (Quantità e qualità, 1968), Ramous ci consegna il dolce disincanto della vita, una vita sempre in balìa di sé stessa, mai pacificata. Se guardi al senso / forse la poesia / non è più dentro in ciò che vedi scritto / ma è probabile / che sempre fosse nella mano / nel mito incredibile dell’impronta (…) guarda, guarda al senso / più dentro non è, credimi, il segreto / nelle parole, nel suono, nel profumo / e converrà che te ne renda conto. (Forse la poesia, in Registro 1971, 1971). La poesia ramousiana opera tra metrica e semantica, nomina e sbattezza, incorporata com’è alla lingua stessa e alle sue strutture insondabili. L’atto linguistico di Ramous agisce simultaneamente nel fonetico, nel lessicale, nel sintattico e nel semantico; ne consegue che la “comprensione” abbisogna di una decodificazione (sta al lettore, destinatario del messaggio poetico, sapersi appropriare degli strumenti). La risposta poetica soddisfa la medesima domanda (cambiano le atmosfere ma lo scenario è lo stesso). «La comunicazione – scrive Infelíse – avviene, ma secondo l’istituzione di un codice non ancora decriptato anche se singoli elementi possono costituirsi quali tracce, lacerti di significati (…)» Ed è in questi frammenti, brevi, sfuggiti alla rete complessa ordita dal poeta, che affiorano forse i versi più belli, i più nudi.…parlare con sé stessi / una ripetizione senza intendersi / sul senso da attribuire alle parole / e che ne abbiano è dubbio. Il concetto si chiarisce meglio in un altro passaggio dell’opera: …la logica della comunicazione, / della produzione di senso / è logica della contraddizione. (Dopo la critica, 1981), versi che richiamano alla mente quelli di Pasolini: «Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro te; con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere.»

Fermamente convinto che «l’unico impegno possibile all’atto dello scrivere è quello nei riguardi della lingua» e che «non si è esclusivamente scrittori, ma anche, e prima, cittadini, individui appartenenti a una società» politicamente governata (Intervento di Budapest, 1970) Ramous si assume pienamente la responsabilità civile del ruolo di “poeta”, testimone e giudice di un sistema corrotto e mercificato che preme affinché anche la poesia sia ridotta a prodotto funzionale. …essere diversi è l’alternativa / sia pure con interessi composti / ma se togli la gioia dell’intelligenza / rimangono due gocce di sperma / e il benestare della borghesia. (Registro 1971). Acerrimo nemico del moralismo e dell’imbroglio della fede, Ramous sembra ravvisare una salvezza solo nella verità della parola (e per riflesso nella poesia). …i moralisti siedono su scranni / che sarebbe bene si sgretolassero per tarli (Dopo la critica, 1981). Nessun compiaciuto ermetismo, niente veli né artifizi, solo vertigini: questo è Mario Ramous. Figura complessa, straordinariamente colta, abitata da moltitudini, Ramous veste come una seconda pelle l’armatura brillante e indifesa del poeta. Padrone e schiavo della parola, ricercatore a discanto, ha osato spingersi oltre, varcare i confini del compiuto, frammentando e ricomponendo in ossequio a un’ineludibile semantica.

Chi scrive questo contributo ha avuto il privilegio di essere stato suo alunno nel lontano anno accademico 1994-1995 alle Belle Arti di Urbino (e di laurearsi con lui, discutendo una tesi in Estetica sull’elogio dell’incongruo e dell’onirico nelle Avanguardie artistiche del primo Novecento). Il meglio di sé, forse, Ramous l’ha dato come insegnante, come professore, mi si conceda come Maestro. Stargli di fronte, ascoltarlo, mi schiuse un mondo. Devo a lui tanto, tantissimo. Aveva il dono della parola, un magnetismo carezzevole. Letteralmente ti rapiva. Ogni sua lezione equivaleva a un viaggio. Quando descriveva un luogo, vicino o lontano nel tempo, tu eri lì, scortato dalla sua voce, obnubilato dal fumo della sua eterna sigaretta. Ricordo che una volta spense le luci dell’aula e, nel buio più completo, ci fece ascoltare il Bolero di Ravel. Lo ricordo come fosse ieri. Ovidio, Pasolini, Leonardo… tutto sortiva dalla sua voce come fiaba, e il tempo in quelle due ore settimanali si fermava, si dilatava, ti attraversava. Poesia, letteratura, arti visive, musica, il suo approccio multidisciplinare slabbrava i compartimenti stagni della comunicazione facendosi rivelazione, disvelamento. Tanto complessa era la sua poesia quanto chiara e diretta la sua dialettica; nel racconto sapeva farsi nonno attorniato dai suoi nipoti, con quel suo timbro caldo e cadenzato, le gambe accavallate, lo sguardo adagiato sul filo della narrazione. Conservo gelosamente tutti gli appunti presi nel corso di quelle lezioni, ma ancor più gelosamente conservo il ricordo di lui, nel rammarico di non avergli potuto manifestare compiutamente tutta la mia gratitudine.

…bisogna spendere molte parole, tutte le parole, e non basteranno. 

Massimiliano Sardina


Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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