LE DOLOROSE COMPAGNE | Mirbeau in difesa di Rodin | Octave Mirbeau, Rodin

Posted on 23 dicembre 2017

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LE DOLOROSE COMPAGNE

Mirbeau in difesa di Rodin  | Octave Mirbeau, Rodin (Castelvecchi, 2017)

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

VERSIONE SFOGLIABILE

 

Contestato dai mediocri, ignorato dagli accademici, perseguitato dall’odio degli sciocchi, Auguste Rodin trovò in Octave Mirbeau il più acceso e devoto dei suoi sostenitori. Tra il 1885 e il 1902, sulle pagine dei quotidiani parigini «Le Journal», «L’Ècho de Paris», «La France» e «La Plume» lo scrittore francese si adoperò con ogni mezzo per celebrare la grandezza e il genio rivoluzionario di Rodin. Questi articoli, in equilibrio tra l’homage e la critica d’arte ma redatti alla stregua di appassionati pamphlet, descrivono bene il clima teso che nell’ultimo ventennio del XIX secolo agitava l’ancien regime delle caste artistiche tradizionali sempre più turbate dalle nuove istanze innovatrici. Quando Mirbeau scrive il suo primo articolo su Rodin («La France», 18 febbraio 1885) l’Impressionismo esisteva ufficialmente come movimento già da oltre un decennio.

Sul declinare del secolo tutte le discipline artistiche erano alla ricerca di nuovi orizzonti espressivi ma, sotto diversi fronti, subivano le resistenze della vecchia scuola tradizionale che, con cieca autorità, continuava a imporre come universali e inviolabili i suoi modelli canonici. L’opera di Rodin fu, fin dall’inizio, tra le più incomprese e osteggiate. Incarnava il nuovo in tutte le sue declinazioni, a debita distanza dall’allegorico e dall’ornamentale, dall’aulico e dal monumentale (requisiti a quel tempo difficilmente dissociabili dalla scultura, per lo meno nelle aspettative delle commissioni artistiche comunali). Alle leziose levigatezze, agli esercizi di stile, alle stucchevolezze sentimentali e ai virtuosismi tecnici di tanta statuaria che andava per la maggiore (incoraggiata e promossa dalle frange più influenti del mondo accademico e da tutto uno stuolo di giornalismo servile) Rodin oppose la tragica maestà di opere come La Porta dell’Inferno, I borghesi di Calais o l’homage a Balzac. «Uno scultore pagano» così lo ha definito arditamente Mirbeau, spurio cioè di sacralità accessorie e decorative, refrattario alle ruffianerie del sentimentale, all’edonismo patinato, all’allegoria «tara degli scultori poveri di idee», intento a inseguire e a perseguire solo la verità nuda della forma, solo veicolo per «l’emozione totale». Con Rodin «l’equilibrio anatomico, quello stabilito dall’accademia, è infranto, e la bellezza convenzionale, stupida e inerte, quella che la scuola insegna e che i pedanti reclamano, svanisce.»

Nella forma – irrorata dall’ispirazione e modellata dal pensiero prima di essere forgiata nel corpo doloroso dell’opera – Rodin reincarna la vita, tutta la bellezza e tutta la mortificazione della condizione umana. Bronzi, marmi, terrecotte, cere, gessi animano figure in tormentato equilibrio tra il vigore e la vulnerabilità, traduzioni plastiche di moti interiori, impermeabili alle vernici facili della ieraticità, tutt’altro che stucchevoli stampi, vivificate testimoni della vita racchiusa in esse. «Perché Rodin ha espresso qualcosa più delle passioni, ha espresso il pensiero. (…) Ha riassunto, attraverso creazioni indimenticabili, con più eloquenza di qualunque letterato, con più forza di qualunque psicologo, la condizione spirituale contemporanea e la malattia morale del secolo.» In Rodin la materia si fa spugna di tensioni e inquietudini, specchio d’un malessere che è al contempo individuale e collettivo, una materia quindi più umana che meramente plastica, più carnale che epidermica, assimilabile più alla verità della vita che a quella (mai nuda fino in fondo) dell’arte. Mirbeau, attento osservatore prima che ammiratore, sa leggerne meglio di altri contemporanei la scrittura interna, la struttura solida e insieme pericolante chiamata a sorreggere tanta tragica maestà; la sua analisi critica denuda e sviscera con grande efficacia le ragioni profonde che muovono il lavoro dello scultore, ed è mirata a conferirgli il giusto riconoscimento. Agli occhi di Mirbeau Rodin assurge a icona dell’artista incompreso, il contraltare di un Denys Puech (produttore di busti all’ingrosso) o di un Louis-Ernest Barrias (mediocre scultore accademico), la perfetta antitesi di un Gustave Moreau e di tutti quegli artisti più attenti agli abbagli dell’effimero che alla ricerca della vera luce. «Uomo di meditazione e di osservazione profonda è, prima di ogni altra cosa, uno scultore (…) che non limita la propria azione alla ricerca della vita plastica. Dalla linea e dal modellato risale al movimento, dal movimento alla volontà e a tutti i fenomeni passionali o psichici che ne derivano.»

Disinteressato alla rassomiglianza fotografica e alla glabra frigidità di scuola canoviana, Rodin cercò di improntare una sorta di impressionismo tridimensionale, trasferendo pennellate di luce sulle superfici litiche e metalliche. In una mostra del 1889 nella galleria di Georges Petit in rue de Sèze le sue sculture furono non a caso accostate alle tele di Monet. In entrambe le ricerche vibra il nuovo, il distacco definitivo dall’ottocentesco. Monet e Rodin. Non usa mezzi termini Mirbeau quando asserisce: «Sono loro, in questo secolo, a incarnare nella maniera più gloriosa e più definitiva, queste due arti magnifiche: la pittura e la scultura.» Tra le opere scultoree prese in esame negli articoli mirbelliani ritroviamo L’età del bronzo (presentata al Salon di Parigi nel 1877), la statua omaggio a Balzac (commissionata dalla Società dei letterati e in seguito rifiutata), La Porta dell’Inferno (su commissione del nuovo Museo delle Arti decorative di Parigi), il ritratto di Victor Hugo e il già citato gruppo scultoreo de I borghesi di Calais. Mirbeau si sofferma poi in particolare su un’opera del 1885 intitolata Fugit Amor (piccolo gruppo scultoreo concepito per La Porta dell’Inferno, realizzato sia in bronzo che in marmo). «Tutta l’arte di Rodin è in quel piccolo bronzo, più doloroso di qualunque verso di Baudelaire.» Forse Mirbeau esagera quando dichiara che Rodin «è forse il solo, tra gli scultori di tutti i tempi, la cui opera riveli una comprensione universale della vita» ma certe espressioni estreme e totalizzanti sono il sale della sua scrittura appassionata e sanguigna. Agisce in lui un’ammirazione incontenibile, a tratti quasi amorosa, emanazione diretta di quella che avverte come una grande e profonda affinità. «L’ammirazione non è, come credono gli sciocchi orgogliosi, una forma di servilità, ma piuttosto di fraternità dello spirito. Sono due anime affini che vibrano insieme nello stesso sogno e nello stesso amore. Ammirare? Vuol dire comprendere e amare.»

Difendendo Rodin dalla cecità e dalla grassa ignoranza delle commissioni artistiche comunali (conservatrici perché bisognose di un’arte asservita e rassicurante) e delle varie corporazioni e lobby con le mani in pasta nell’affare pubblico, Mirbeau difende l’archetipo dell’artista puro, vittima designata di una società votata al brutto, incapace di riconoscere il genio. «…Niente d’altronde è più giusto e comprensibile di quest’odio per il genio, di questa caccia al genio, in una società livellata, appiattita, dove non è consentito a nessuno levare la testa sopra il cordone della mediocrità egalitaria e democratica in cui tutti i poeti devono essere degli insetti insignificanti, tutti gli scrittori larve immobili, dormienti sotto la pietra del rispetto, tutti gli artisti poveri animali domestici, zoppicanti nei cortili o sguazzanti nei pantani del pregiudizio!» L’opera che Rodin realizzò per celebrare Balzac, su commissione della Società dei letterati, venne infatti accolta con «grida indecenti, collere folli, risate insultanti.» Eludendo i dettami del gusto accademico ancora largamente imperante, Rodin forgia un Balzac ammantato e sfuggente, con lo sguardo assorto, impenetrabile, proiettato altrove, summa dei personaggi della Comedie humaine. La materia vibrante sembra sfumare nell’essenzialità chiaroscurale del disegno; nessuna concessione al dettaglio, a parlare è l’insieme unitamente a quell’energia che percepiamo trattenuta sotto il largo e informe mantello. Lo stesso linguaggio informa i ritratti bronzei di Victor Hugo e dello stesso Mirbeau che, lungi dal risolversi nel celebrativo o nel fisiognomico, si profilano come volti interiori. Rodin seppe trascinare il corpo sofferente dell’uomo nell’involucro della statua. Seppe piegare la materia all’urgenza febbrile dell’ispirazione. Non c’è esemplare del suo repertorio che non comunichi autentica emozione. Le sue figure, empatiche, mai mute, non hanno quel compiacimento da piedistallo comune a tante mummie marmoree pietrificate nella mera preoccupazione estetico-anatomica. Sono umane, indifese, ammaccate dal disagio esistenziale, segnate dagli eventi storici, gonfie di aspettative, di desideri, di vissuto. Trasudano, respirano, vibrano. Non sono nate per deliziare la vista o per eccitare i sensi, né tanto meno per arredare un salotto, una piazza o la nicchia di una galleria. «Quello che c’è di straziante nelle figure di Rodin è che ci ritroviamo in loro, che in loro vediamo le nostre disillusioni, è che, secondo una bella espressione di Stéphane Mallarmé, esse sono le nostre dolorose compagne

L’umano turgore michelangiolesco e la rarefazione che investe le ultime tele di Tiziano: Rodin opera una mirabile sintesi dalla lezione di questi due grandi maestri. Il suo nuovo approccio alla scultura, assolutamente rivoluzionario, segna un punto di svolta decisivo. «Da lui parte uno stile, in lui comincia un’epopea.» Mirbeau, riconoscendolo sommo innovatore delle arti plastiche, ne fa uno spartiacque, un ponte tra passato e futuro (l’equivalente scultoreo di un Monet, come abbiamo già osservato). In concomitanza con l’Esposizione Universale di Parigi del 1900 – da Mirbeau definita vertigine del brutto – Rodin ottenne il permesso dal consiglio comunale di poter erigere un piccolo atelier su un terreno a place de l’Alma, all’angolo dell’avenue Montaigne. Qui il pubblico poté ammirare un gran numero di sue opere, da L’età del bronzo (1877) fino al Balzac del 1898. Mirbeau descrive questa mostra come un’oasi tra «…i mesti scenari, le incoerenze prive di grandezza, le follie prive di vivacità, la decadenza priva di gioia» di tanta arte inutile e pretenziosa. Mirbeau difese Rodin a spada tratta, fino all’ultimo. Morirono entrambi nel 1917.

La rosa degli articoli mirbelliani su Rodin è oggi disponibile nel piccolo volume: Octave Mirbeau, Rodin (Castelvecchi, 2017) a cura di Paolo Martore, con traduzione di Massimo De Pascale.

Massimiliano Sardina


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