JE VEUX M’EVADER | La stanza di Giovanni | Un romanzo di James Baldwin

Posted on 23 dicembre 2017

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JE VEUX M’EVADER

La stanza di Giovanni | Un romanzo di James Baldwin (Fandango, 2017)

di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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Cella e spazio sconfinato, luogo di prigionia e di salvazione, la stanza di Giovanni è un espace intérieur, un mondo nel mondo dove possibile e impossibile confliggono dolorosamente. Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1962 (Mondadori, con traduzione di P.C. Gajani) La stanza di Giovanni (Giovanni’s Room, 1956) è quest’anno riproposto da Fandango con traduzione di Alessandro Clericuzio e postfazione di Colm Tóibín. In questa sua seconda prova narrativa, edita a tre anni di distanza dal romanzo d’esordio Gridalo forte (Go tell it on the mountain, 1953), lo scrittore statunitense James Arthur Baldwin (New York, 1924 – Saint-Paul-de-Vence, 1987) indaga il doloroso percorso di una mancata accettazione identitaria omosessuale e, di riflesso, il declinare di una travolgente histoire d’amour nell’abisso amaro della rinuncia. La stanza, quattro misere mura, si fa scrigno di un amore prezioso, perfetto, totalizzante, che fuori verrebbe fagocitato dall’invidia e dall’intolleranza. La stanza, dunque, quale sola zona franca. Un’isola. Una dimensione parallela. David, protagonista e io narrante, vi trova rifugio e conforto unitamente a un frenato abbandono e a un malcelato disagio.

L’amore sbagliato – l’amore wildiano che non osa pronunciare il suo nome – lo attrae e lo respinge, gli schiude allettanti paradisi e spaventosi inferni, gli promette felicità e sventura, una delirante altalena di sensazioni che non sa come dominare. Il desiderio di restare fa il paio con quello di fuggire, per sottrarsi definitivamente a una passione divorante e rivelatrice. Giovanni, un bellissimo italiano emigrato a Parigi in cerca di fortuna, si guadagna da vivere come garçon in un gay-bar. È qui che il suo sguardo e quello di David – un americano di passaggio nella Ville Lumière – si incrociano per la prima volta. L’amore irrompe, mettendo a tacere tutto il resto (reticenze, titubanze, paure, tabù). «Giovanni mi guardò. E quello sguardo mi diede l’impressione che nessuno in tutta la mia vita mi avesse mai guardato negli occhi. (…) Giovanni aveva risvegliato un prurito, aveva provocato in me uno struggimento. (…) E mi sentii trascinato verso di lui, come un fiume che scorre impetuoso quando il ghiaccio si spacca. (…) La bestia che Giovanni aveva risvegliato in me non si sarebbe mai più addormentata.» La tregua è temporanea.

L’audacia di Giovanni si scontrerà presto con la vigliaccheria di David. Da un lato una natura solare e mediterranea, dall’altro i condizionamenti culturali di un’America puritana e timorata, sotto molti aspetti irrisolta. «Essere americano è un destino complicato, – scrive Baldwin nel saggio A Question of Identity, 1959 – e la prima scoperta che uno scrittore americano fa in Europa è proprio quanto complesso sia questo destino.» Nel disperato e maldestro tentativo di sottrarsi a quest’ingestibile felicità David tenterà di virare il suo amore tra le braccia di una donna (un riparo transitorio). Giovanni, agito dal furore dell’eroe romantico e maledetto, ama David con tutto sé stesso ed è pronto a sacrificarsi per salvare questo amore; il suo slancio è naturale, nutrito da un sentimento genuino. Il rifiuto, il muto allontanamento del suo amato, lo getterà in una disperata desolazione, esponendolo a un tragico destino. Sullo sfondo una Parigi agli inizi degli anni Cinquanta, scintillante, tollerante verso les goût particuliers, libera, ma insidiosa. Nel riannodare i fili del suo fallimento – a distanza di tempo, quando ormai tutto è perduto – il codardo rievoca in toni confessionali il suo crimine amoroso sprofondando lentamente nelle sabbie di quel deserto che egli stesso si è creato intorno. Baldwin, fin dalle prime pagine, pone il protagonista narrante di fronte al suo riflesso sui vetri di una finestra; costretto a rimirare sé stesso, a osservare la perduta felicità sfumata oltre il lontano orizzonte, fino a divenire tutt’uno con un inguaribile rimorso. La finestra è la barriera, il filtro, la fredda trasparenza, lo specchio offuscato che riflette, impietoso, lo sguardo affranto dell’amante reticente. Per La stanza di Giovanni lo scrittore statunitense ha dichiarato di essersi ispirato a un fatto di cronaca letto su un quotidiano parigino. Va da sé che la vicenda narrata intende veicolare un’analisi psicologica e sociale più ampia e illuminare le contraddizioni di un tessuto civile teso, ormai lacero.

Voce dei neri di Harlem, strenuo difensore dei diritti civili delle cosiddette minoranze, convinto pacifista, Baldwin ha inciso profondamente nella cultura americana del Novecento, divenendone una delle massime espressioni letterarie. Uomo nero in un’America bianca, Baldwin ha calato il suo impegno letterario e saggistico nel cuore della lotta, esponendosi in prima persona. Il suo ultimo romanzo Sulla mia testa (Just above my head) è del 1979. La sua opera ha influenzato prepotentemente molti scrittori, americani e non, delle generazioni successive.

Leone Maria Anselmi


Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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