ASAF AVIDAN | The Study on Falling | Il nuovo album di Asaf Avidan

Posted on 23 dicembre 2017

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ASAF AVIDAN

The Study on Falling | Il nuovo album di Asaf Avidan

di Mario Caruso

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

VERSIONE SFOGLIABILE

Con The Study on Falling (Universal, 2017) il cantautore israeliano Asaf Avidan mette a segno il suo terzo album in studio. Il titolo (traducibile grossomodo in “lo studio sulla caduta”) trae ispirazione da una performance artistica di Marika Leila Roux: corpi legati, agganciati e sospesi, con rimandi al japanese rope bondage, che continuamente rischiano di schiantarsi. Temi portanti del disco sono amore e vita in oscillazione tra la vertigine e lo schianto. «Non possiamo sottrarci – ha dichiarato Avidan – dalla forza di gravità che ci costringe verso il basso. Ogni esperienza umana è una lotta per risalire.» La caduta, il precipitare, diventano un passaggio obbligato per poter poi improntare un nuovo slancio. Precarietà e mutevolezza stringono e muovono le corde dell’amore, un amore in balia di sé stesso, un perpetual game (così lo definisce in My old pain) in equilibrio sull’altalena della vita. Prodotto da Mark Howard, registrato in una villa di Malibù affacciata sull’oceano Pacifico, The Study on Falling è caratterizzato da romantiche atmosfere folk-blues, qua e là venate da una sofferta malinconia. To love another, il brano d’apertura, introduce bene al respiro intimista e riflessivo del disco; musica e voce entrano in punta di piedi, intrise di una delicata amarezza, e gradualmente acquisiscono corpo e spessore.

In The Study on Falling, come nel precedente album Gold shadow, Asaf Avidan illumina con la sua struggente vocalità le zone d’ombra dei sentimenti, quel che splende e quel che s’ottenebra nell’amore, l’amore come dimensione perduta e l’amore come dimensione futura e potenziale. Tutti i testi muovono e procedono seguendo questo filo conduttore, tanto nelle ballate quanto nelle tracce più ritmate. La fragilità dei rapporti d’amore è indagata anche in Holding on to yesterday e Green and blue. Tra le tracce più interessanti c’è sicuramente Sweet Babylon, dove la città contemporanea (dirty mother), al tempo stesso luminosa e oscura, è celebrata quale casa degli affetti e delle contaminazioni (…I’m coming home, sweet Babylon). Stanco di essere celebrato solo per le sue eccezionali qualità vocali, il cantautore in questa sua ultima fatica discografica ha lavorato in modo particolare sulla parte testuale, compiendo una sorta di percorso d’autoanalisi. Il linguaggio, nostalgico e evocativo, sfiora i toni della poesia senza essere stucchevole, ricorre a immagini suggestive e a forti contrasti cromatici con misurata sobrietà. Brani come A man without a name o Good girls are falling apart fissano efficacemente uno stile compositivo elegante e ispirato. La voce e l’interpretazione fanno il resto. Il disco si chiude con Twisted Olive Branch, una ballad intensa dai toni rarefatti, dove la voce androgina d’angelo rauco di Avidan sembra piegarsi in un pianto soffocato.

Un lavoro ben strutturato, omogeneo, sobrio ma al contempo viscerale, attraversato da forte drammaticità ma soave e delicato, forse il migliore finora realizzato dall’artista israeliano. Lampante è l’urgenza espressiva che emana da ogni brano, partorito come in un sofferta preghiera, liberato, condiviso. Una caduta che si fa ascesa, com’è regola dell’arte e dell’amore (…Love is deep, The deepest ocean will call with the sound of a thousand waves, will hit the shore. Love is black…). Proiettato nel cuore vivo della contemporaneità, concentrato nella sua personalissima dimensione musicale, sempre in tour con l’affiatata band in giro per il mondo, Avidan non ci tiene affatto a rappresentare Israele o a farsi portavoce di una qualche connotazione politica; come cantautore e musicista si muove su un piano internazionale, guidato da una curiosità nomade, sempre aperta alle contaminazioni. Animale da palcoscenico, Avidan dà il meglio di sé nella performance live. È qui che la sua vocalità atipica emerge prepotentemente. La tavolozza timbrica, ricca e inesauribile, colora la sua interpretazione di intonazioni sempre nuove, in un mix calibrato di tecnica e improvvisazione. Nessun virtuosismo, nessuna forzatura, ma una voce genuina, spontanea che sembra non chiedere altro che di potersi librare.

In The Study on Falling hanno suonato: Don Heffington (batteria), Hal Cragin (basso), Vince Jones e Joel Shearer (Keyboards e Lead Guitar) e Avidan alla chitarra acustica. La produzione di Mark Howard ha privilegiato il più possibile il suono in presa diretta per non compromettere la freschezza e la verità delle esecuzioni (l’ottimizzazione è stata realizzata presso il Raven’s  Eye & Henson Studios di Los Angeles, con l’assistenza di Matt Tuggle e Rick Mantha). Nel mese di novembre l’artista israeliano, impegnato in un lungo tour europeo, ha tenuto tre concerti sold out nel nostro paese (a Roma, Firenze e Bologna). The Study on Falling è disponibile nei formati lp e cd. Tutti i brani (testi e musiche) portano la firma di Avidan.

Mario Caruso


Questo articolo è pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

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VERSIONE SFOGLIABILE

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