NENNOLINA | Piccola agiografia di una venerabile bambina

Posted on 17 ottobre 2017

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NENNOLINA

Piccola agiografia di una venerabile bambina

di Giuseppe Maggiore

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Certe vite, per quanto brevi, hanno in sé qualcosa di singolare, fuori da quell’ordinarietà del vivere che accomuna tante storie di cui non rimane traccia alcuna. La storia di Nennolina sembra destinata a restare eternata nella memoria, per quel qualcosa di eccezionale che si manifestò in lei.

Nata a Roma, in via Statilia, il 15 dicembre 1930, Antonietta Meo (questo il suo vero nome) è l’ultima di quattro figli nati da Michele Meo (funzionario alla Presidenza del Consiglio e terziario francescano laico) e Maria Ravaglioli (casalinga e membro dell’Azione Cattolica). L’agiata coppia romana era stata segnata dalla dolorosa perdita di due figli, morti piccolissimi, ma questi tragici eventi non erano riusciti a scalfirne la fede e il profondo radicamento nei valori cristiani. La recita del Rosario e la frequenza quotidiana alla Messa scandivano le giornate di questa famiglia timorata di Dio. Antonietta, insieme alla sorella maggiore Margherita, crebbe dunque in un ambiente fortemente intriso di pia religiosità. Tredici giorni dopo essere venuta al mondo ricevette il battesimo nella vicina Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Era il 28 dicembre, festa dei Santi Innocenti Martiri; una ricorrenza che sembra preconizzare il destino di questa bambina. All’età di tre anni viene iscritta nel vicino asilo retto dalle suore; queste la definivano un “moto perpetuo”, per il carattere particolarmente vivace e a tratti un po’ birichino, ma rimanevano colpite anche dalla capacità di apprendimento e dalla precoce maturità che dimostrava.

Le foto di famiglia ci mostrano Nennolina con i capelli alla paggetto e i suoi vispi occhi neri da cui traspare tutto il candore e l’innocenza della sua tenera età. Alcune la immortalano mentre gioca in spiaggia, altre in costume di carnevale, qualcun’altra in barca sul laghetto di villa Borghese. Questi scatti e i racconti della sorella Margherita ci restituiscono l’immagine d’una comune bambina, allegra e spensierata come c’è da aspettarsi dai bambini della sua età. Ma Nennolina manifesta fin da subito degli aspetti che suscitano stupore in chi le sta intorno. All’età di cinque anni, a seguito di una caduta, le si forma un rigonfiamento al ginocchio sinistro. Sembrava nulla di grave, ma i successivi controlli medici le diagnosticarono un osteosarcoma. Il 25 aprile del 1936, i dottori della clinica “S. Stefano Rotondo”, nel tentativo di bloccare la malattia degenerativa, decisero di amputarle la gamba. Per Nennolina, ora offesa nel corpo dalla malattia, ha inizio un lungo e penoso calvario di sofferenza. Il male non è stato del tutto debellato, ma continuerà a tormentarla di qui in avanti. Questo tragico evento, se da un lato getta nello sconforto la sua famiglia, dall’altro rivela in lei un coraggio e una forza d’animo inaspettati. I primi rudimenti della fede a cui i genitori l’avevano introdotta sembravano avere attecchito così profondamente nel suo animo da sortire segni davvero mirabili. Nennolina, munita di una protesi artificiale, continuava con l’allegria di sempre a vivere la propria vita, tra la scuola e i giochi, ma soprattutto dedicandosi alla preghiera con particolare afflato e devozione. Un giorno disse alla madre: «Sai mamma? La mia gambina io l’ho offerta a Gesù per la conversione dei peccatori e perché siano benedetti i peccatori che stanno in Africa». Quello stesso anno i genitori l’avevano iscritta all’Azione Cattolica, cosa di cui andava molto fiera. Ora, incoraggiati dall’entusiasmo che la piccola manifestava nelle cose sacre e dal modo sorprendente con cui aveva risposto alla dura prova della malattia, avevano pensato di anticipare la data della sua Prima Comunione. Nennolina accolse questa decisione con grande entusiasmo e la madre cominciò quindi fin da subito a impartirle le prime nozioni di catechismo.

È proprio in questo periodo che affiora l’aspetto più interessante, ciò che in Nennolina viene visto come qualcosa di prodigioso. La piccola inizia a dettare delle frasi alla mamma, piccole lettere, che più avanti imparerà a scrivere di proprio pugno, e che era solita depositare sotto una statuetta di Gesù bambino «perché lui di notte venisse a leggerle». La madre racconta: «Iniziò per gioco… Antonietta prese l’abitudine di dettarmi delle “poesie” (così le chiamava lei) prima per me, poi per il papà e Margherita, poi a Gesù e alla Madonnina. Prendevo il primo pezzo di carta che mi capitava sotto mano e non facevo che scrivere sotto dettatura, sorridendo, indulgente a quello che mi dettava con tanta semplicità e sicurezza». La prima letterina è del 15 settembre 1936; Nennolina chiede al suo caro Gesù di venire presto nel suo cuore. Di lì in poi ne seguono tante altre (circa 170 in tutto), in cui sostanzialmente rivolge pensieri affettuosi a Gesù bambino e alla Madonnina, quali suoi destinatari privilegiati, raccomandandogli i familiari, ma anche le suore dell’istituto, i sacerdoti, i peccatori e i bambini pagani. I pensieri espressi sono, almeno all’inizio di questa sua profusione epistolare, per lo più estremamente semplici, elementari, tutto sommato ancora compatibili con la sua tenerissima età. La madre, dal canto suo, agli inizi si limita semplicemente ad assecondare quello che ritiene essere soltanto un “gioco”. Di fatti, ammetterà in seguito: «Vedevo che la bambina sapeva esprimersi molto più di quello che mi aspettavo. Ma credo inutile dire che in casa non si dava la minima importanza a queste letterine che andavano messe via senza riguardo e delle quali molte sono andate perse». Man mano che questo gioco andava avanti però, cominciavano a emergere pensieri sempre più elaborati che presupponevano delle capacità concettuali e di astrazione ben al di sopra di quelle che poteva possedere una bambina di appena cinque-sei anni. La grafia era quella tipica di chi stava imparando a muovere i primi passi con la scrittura, ma i pensieri espressi denotavano una sicurezza e un coinvolgimento emotivo assolutamente fuori dal comune se riferite a quell’età.

Alla vigilia della sua prima comunione detta queste parole: «Caro Gesù, domani quando sarai nel mio cuore, fai conto che la mia anima fosse una mela. E, come nella mela ci stanno i semi, dentro all’anima mia fai che ci sia un armadietto. E, come sotto la buccia nera dei semi ci sta dentro il seme bianco, così fa che dentro l’armadietto ci sia la tua grazia, che sarebbe come il seme bianco». La madre a quel punto si arrestò sbigottita, chiedendole cosa significassero quelle espressioni, e la bimba rispose: «Senti mamma: fai conto che l’anima mia sia una mela. Dentro alla mela ci sono quei cosini neri che sono i semi. Poi dentro alla buccia dei semi c’è quella cosa bianca? Ebbene fai conto che quella sia la grazia». Parole che nessuno le avrebbe mai suggerito, né in casa né all’asilo dalle suore. «Mio buon Gesù, dammi delle anime, dammene tante, te lo chiedo volentieri, te lo chiedo perché tu le faccia diventare buone e possano venire con te in Paradiso»; «Gesù io ti amo tanto, io mi voglio abbandonare nelle tue braccia e fa di me quello che tu vuoi. […] O Gesù amoroso dammi anime, dammene tante!». Nennolina si rivolgeva ai suoi referenti celesti con un tono confidenziale, non solo a parole ma anche con i gesti. Più volte era stata vista indugiare davanti agli altari, soprattutto a quelli del SS. Sacramento e della Madonna. Talvolta bussava al tabernacolo eucaristico esclamando: «Gesù vieni a giocare con me!». In più occasioni dette a intendere che avesse delle vere e proprie visioni di Gesù.

La vitalità e la serenità che manifestava non lasciavano per il resto trasparire nulla della devastazione e delle atroci sofferenze che il cancro alle ossa stava intanto procurando al suo corpicino, tanto che più d’una volta la stessa madre si mostrava dubbiosa sulla reale gravità della malattia. Nel maggio 1937 Nennolina ricevette la cresima. Di lì a poco le sue condizioni di salute si aggravarono. La sua ultima lettera è del 2 giugno «Caro Gesù crocefisso, io ti voglio tanto bene e ti amo tanto! Io voglio stare con te sul Calvario. […] Caro Gesù, dammi tu la forza necessaria per sopportare questi dolori che ti offro per i peccatori». Gli ultimi giorni furono per lei davvero un calvario di sofferenza. Racconta la madre: «L’affanno e la tosse non le lasciavano tregua. Non riusciva più neanche a tenersi seduta e fu costretta a letto. Si vedeva che soffriva, ma a tutti, compresa me, diceva sempre: “Sto bene!”. Magari a stento, ma volle sempre recitare le sue solite preghierine del mattino e della sera.» Spirò all’alba del 3 luglio 1937, quando aveva poco più di sei anni. La sua danza della vita fu simile a un fiore di campo che germoglia e presto perisce. Ma non il suo ricordo.

Il corpo di Nennolina oggi riposa nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, dove è oggetto di venerazione. La sua fama di santità si diffuse ben presto oltre i confini dell’Italia e varie pubblicazioni ne narrano la storia. Attualmente è ancora in corso il processo di beatificazione avviato nel 1942. La sua storia sembra possedere la circolarità d’un racconto edificante, dove tutto è chiamato a tracciare il quadro ideale, quasi presepistico, di una famiglia cattolica esemplare, benestante e al tempo stessa attenta verso i bisogni del prossimo. Nennolina, forse inconsapevolmente, diviene testimone di quella mistica del dolore e della sofferenza comune a tutte le Chiese cristiane, ma che nel suo caso ricalca pienamente gli insegnamenti catechistici, così come le saranno stati inculcati dai genitori ferventi cattolici. Che il suo misticismo sia frutto di una mente precocemente plagiata o irradiazione della divina Grazia, questo non ci è dato sapere. Rimane però l’esempio di una sofferenza che trovò un senso nella fede, e di una fede che a sua volta lo acquisì in quella sofferenza.

Giuseppe Maggiore

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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