CASE BARA | Gli inquietanti moduli abitativi di Hong Kong

Posted on 16 ottobre 2017

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CASE BARA

Gli inquietanti moduli abitativi di Hong Kong

di Giuseppe Maggiore

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Gli antichi la chiamarono “porto profumato”, è questo che significa Hong Kong. Qui gli inebrianti profumi di incensi esalanti dalle vicine fabbriche del litorale di Kowloon avvolgevano di preziose e rare fragranze i carichi di merce in partenza verso paesi lontani. Oggi Hong Kong non rapisce più i nostri sensi con i suoi profumi, ma provoca un senso di stupore, e insieme di smarrimento, con il suo impressionante skyline disegnato da centinaia di grattacieli. È la città più verticale del mondo, con i suoi circa 1300 svettanti grattacieli (36 dei quali sono tra i cento edifici residenziali più alti al mondo); un primato dovuto più a ragioni di necessità che di estro architettonico. Qui vivono oltre sette milioni di persone con una densità di 6.544 abitanti per km²; ciò ha fatto sì che questa città diventasse uno dei principali centri di sperimentazione dell’architettura moderna, lì dove le esigenze abitative devono fare i conti con l’esiguità di spazio disponibile e con il sovraffollamento. E non sempre con esiti felici. Dietro la cortina di questi sfavillanti colossi dell’ingegno umano, dietro lo sberluccichio di luci e insegne che accendono l’euforia capitalistica di questa grande metropoli c’è dell’altro, quel contraltare che sempre attende ogni più accurata disamina, l’immagine speculare che il più delle volte rappresenta l’esatta antitesi, il lato oscuro verso cui non vorremo mai rivolgere lo sguardo. Sì, perché Hong Kong non è soltanto uno dei centri finanziari più importanti al mondo, con le sue banche e i suoi paradisi fiscali, con il maggior numero di consolati e il reddito pro capite più alto al mondo, Hong Kong è anche lo specchio che riflette tutto lo splendore e la miseria di questa nostra società votata alla pantomima di un effimero benessere. Una città che racchiude in sé tutte le contraddizioni tipiche della società capitalistica, e di qualunque altra città dove l’enorme concentrazione di ricchezza non si traduce in un benessere diffuso ma in ampi divari di disuguaglianza.

La crisi finanziaria è arrivata anche qui, mietendo le sue vittime. Come consuetudine vuole, queste vittime sono sempre tra i più deboli e svantaggiati, coloro i quali da quel presunto benessere sono stati soltanto vampirizzati, discriminati, deprivati della propria dignità. Hong Kong la magnifica, la ricca, la sfavillante, ha trasformato tanti suoi cittadini in poco più che infime bestie, li ha incapsulati, inscatolati, chiusi in delle gabbie come polli d’allevamento, stesi in dei loculi a guisa di cadaveri. Per vedere il vero volto che si nasconde dietro la maschera del suo benessere bisogna spingere lo sguardo oltre la skyline, oltre le mura di cemento e mattoni, oltre quelle facciate dipinte accuratamente con colori smaglianti solo per non lasciare intendere l’orrore che si nasconde al loro interno. Centinaia, migliaia di esseri umani costretti a vivere in condizioni disumane, stipati dentro quelle che vengono chiamate “case-bara”. Mai nome fu più appropriato. Il governo ha l’ardire di definirle “unità abitative suddivise”, ma definire abitativo uno spazio che è poco più di uno sgabuzzino è a dir poco beffardo. Si tratta in realtà di veri e propri loculi di 1,5 x 2 metri, meri parallelepipedi; dentro un appartamento possono esserne ricavati anche cento, disposti uno sull’altro, formando l’immagine di un tipico colombario cimiteriale. Questi loculi, realizzati in sottili fogli di legno, sono sprovvisti di finestre e, come si può ben immaginare, privi anche di cucina e di servizi igienici.

All’interno delle case-bara ci si può solo distendere. L’altra variante di unità abitativa è costituita da vere e proprie gabbie metalliche, anch’esse stipate l’una sull’altra, dove quelle posizionate a terra hanno il vantaggio di riuscire a starci in piedi. All’interno di questi tumuli molti fanno fatica anche a stendere le gambe, con i pochi effetti personali attaccati alle pareti, non essendoci che lo spazio per una modesta branda. Ma quel che aggrava il paradosso sono i costi esorbitanti che bisogna pagare per accaparrarsi uno di questi “alloggi”: i prezzi degli affitti oscillano tra 300 e poco più di 500 euro al mese. Eppure, incredibilmente, c’è una crescente domanda da parte della popolazione a causa dell’enorme impennata che ha avuto il mercato immobiliare negli ultimi anni (dal 2012 a oggi, secondo i dati forniti dal governo, i prezzi delle case sono aumentati del 50%, portando il costo degli affitti al massimo storico). Per molti questa rappresenta solo una soluzione di ripiego o una tappa obbligata per riuscire a ottenere una casa popolare (quasi un miraggio per via delle infinite liste d’attesa). Espulsi dal salotto buono della città, cacciati nelle periferie, scartati come rifiuti e ridotti allo stato di larve, la vita di migliaia di persone, scandita dal duro lavoro, si svolge nella più misera e alienante delle condizioni, la dignità calpestata, ogni anelito a un vivere dignitoso completamente soffocato da uno stato di fatto che sembra ormai ineluttabile. Proprio a Kowloon, lì dove un tempo tutto profumava d’incenso, ora esalano i miasmi di condizioni igienico-sanitarie al limite della decenza. Le case-bara sono ricavate all’interno delle fabbriche dismesse, in edifici fatiscenti dotati di rudimentali servizi igienici condivisi. È in questo vecchio quartiere operaio che ci vengono offerte le immagini più terrificanti, dove un’umanità reietta, pigiata, inscatolata, tumulata e resa immobile da uno spazio vitale che manca, sembra comporre dei tableau vivant tratti dall’inferno, qualcosa che forse nemmeno l’ingegno visionario di Dante o di Bosch sarebbe arrivato a immaginare. Giustamente le Nazioni Unite le hanno definite un insulto all’umanità.

La memoria ci riporta agli slums londinesi che nel corso dell’Ottocento venivano destinati alla classe operaia. Si trattava di edifici nei cui monolocali arrivavano a viverci anche trenta persone in condizioni di igiene e sicurezza pressoché nulle. O ancora alle poorhouse approntate sempre nell’Inghilterra vittoriana per ospitare i poveri e gli indigenti, nei cui alloggi si poteva arrivare a dormire in sette nello stesso letto. Ma la storia è piena di casi analoghi, perlopiù legati a intensi movimenti migratori e a improvvisi sovraffollamenti. Che questo si verifichi ancora oggi, per di più in una città, come Hong Kong, tra le più ricche al mondo, è davvero inaccettabile. Questa realtà ben rappresenta le diseguaglianze e le sperequazioni tipiche della società capitalista, lì dove l’agiatezza e il lusso sfrenato dei pochi vive a stretto contatto con l’assoluta indigenza dei molti. È in questi luoghi che i contrasti e le contraddizioni di un modello di sviluppo malsano si fanno più evidenti, suscitando in noi quel senso di «capricciosa mescolanza di bello e brutto, di magnifico e di povero, di triste, di strano e di grande» che Edmondo De Amicis scrisse nei suoi Ricordi di Londra del 1874. La costante crescita demografica e l’alta concentrazione di popolazione nelle grandi metropoli pongono oggi più che mai il problema di soluzioni abitative intelligenti, capaci di coniugare i comfort di una casa (non soltanto vista come luogo-dormitorio) con il contesto urbano e ambientale di riferimento. La natura ci può ancora una volta essere maestra, attraverso la creazione di architetture bioispirate, ed è questo quel che molti architetti contemporanei fanno o cercano di fare, non sempre con risultati apprezzabili. Le case-alveare cinesi o gli hotel a capsule giapponesi offrono un esempio eclatante in cui possiamo ancora una volta constatare il concetto di casa completamente svilito di tutte le sue tradizionali connotazioni. Concepiti prettamente come luoghi in cui dormire e come tali destinati a restare anonimi ricettacoli privi di storia, di memorie, di connessioni affettive. Per quanto questi esempi possano da taluni essere giustificati con le diversità culturali esistenti tra questi paesi e quelli occidentali, è indubitabile come ovunque vi sia stato un certo scadimento nel gusto di edificare.

Di alveari e di brutture architettoniche son piene le nostre città. Anzi, sembra quasi che gli architetti d’oggigiorno facciano a gara nell’accanirsi contro un passato da cui abbiamo ereditato tanta eleganza e bellezza di stile. Quante volte, contemplando una di quelle brutte costruzioni che con arroganza sorgono nelle nostre città, vien da chiedersi: Chi ha potuto concepire questo? Quanto sprezzo per l’umanità deve avere un simile architetto? Si continua a costruire lì dove si dovrebbe invece abbattere e far piazza pulita degli orrori. C’è una speculazione edilizia che fagocita, toglie respiro e decoro alle città; c’è la complicità di amministratori che svendono e offendono la propria città in cambio di qualche prebenda; c’è che tutto questo, alla fine, ci porta via un po’ di quell’umanità che si sforzava di vivere nella bellezza, in un decoro che si rifletteva tanto nelle lussuose residenze dei ricchi quanto nelle più umili case dei contadini. Luogo di riparo dal mondo, guscio e focolare, la casa è (dovrebbe essere) l’espressione diretta dell’aspirazione di chi la abita, specchio della propria individualità e cornice del proprio vissuto. Estensione del sé la casa rivela l’uomo, ne racchiude il microcosmo. Con i suoi spazi, i suoi cantucci e i suoi affacci gli dona il suo posto nel mondo, riformulazione del grembo materno. Disadorna o pluriaccessoriata, modesta o prestigiosa, periferica o centrale la casa è casa. Inquietanti derive architettoniche come quelle di Hong Kong, dichiarate prefigurazioni di anonime tombe, fanno del corpo vivo dell’uomo la caricatura di un cadavere. Quali pensieri, quali sogni popolano le notti disgraziate di questi sfortunati inquilini, con quale umanità interagiscono una volta svegli? Come può un sistema politico avvallare un simile scempio? L’incremento demografico mondiale disegna scenari allarmanti, ma la soluzione non sono certo le case-bara.

Giuseppe Maggiore

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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