IL CORPO INGORDO | Obesità e super-obesità: un’emergenza sociale

Posted on 15 ottobre 2017

1



IL CORPO INGORDO

Obesità e super-obesità: un’emergenza sociale

di Maria Dente Attanasio

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

L’obesità rappresenta oggi una delle problematiche di maggiore impatto sul tema della salute, non soltanto per i soggetti che ne soffrono ma anche per la sostenibilità dei sistemi sanitari. Se fino al XX secolo era una condizione rara, o tutt’al più circoscritta a contesti con più alto indice di benessere, oggi riguarda trasversalmente tutta la popolazione mondiale, con indici in costante aumento tanto nell’Occidente industrializzato quanto nei paesi in via di sviluppo. Il vecchio motto “uomo di pancia uomo di sostanza”, retaggio di un sentire comune che nella persona grassa vedeva personificati il benessere, l’agiatezza e l’affrancamento dalla fatica, oggi si scontra con i dati oggettivi di quella che è una vera e propria patologia, con gravi effetti che coinvolgono, non solo il corpo e la salute del soggetto obeso, ma anche la sfera della sua vita psichica e relazionale. Considerata tra le principali cause di riduzione dell’aspettativa di vita e di morte  prevenibile, in ordine al suo livello di gravità l’obesità può favorire l’insorgere di varie patologie croniche, tra cui il diabete mellito di tipo 2, l’osteoartrosi, malattie cardiovascolari e alcune tipologie di tumori. L’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), che già nel 1997 aveva definito l’obesità un’epidemia globale, ne misura i valori attraverso l’indice di massa corporea (IMC), un dato biometrico utile a stabilire quando una persona può definirsi in sovrappeso oppure obesa, fino ai casi limite di super-obesità. Sebbene gli organismi della sanità pubblica di molti stati stiano già da qualche tempo cercando di contrastare il fenomeno attraverso la promozione di politiche alimentari più salutari, appare chiaro come quello dell’obesità sia un problema complesso che racchiude in sé una moltitudine di implicazioni, non soltanto connesse all’alimentazione o agli stili di vita, ma anche a modelli culturali, a fattori ambientali e di ordine psicologico.

Dietro la parola obesità c’è un universo variegato di storie e di circostanze, non sempre facili da sviscerare. Su tutte oggi infierisce però lo stigma sociale, che nell’obeso vede solo un soggetto fuori dalla norma dei canoni estetici predominanti. La magrezza è l’ideale estetico universalmente riconosciuto e perseguito, tanto dall’uomo quanto dalla donna. E non potrebbe essere altrimenti se il messaggio che passa attraverso i più svariati canali (dalla moda alla pubblicità, dal cinema alla televisione) rimanda sempre a un concetto che definisce e qualifica la persona stessa in base al proprio aspetto fisico, all’insegna del binomio “magri e belli”, o “sani e snelli”, là dove la magrezza viene non soltanto assunta come indice di buona salute, ma fatta coincidere anche con un canone di bellezza assolutizzante oltre che foriero di desiderabilità e accettazione sociale. L’ossessiva celebrazione di una siffatta bellezza legata alla magrezza (o più in generale alla tonicità), così ampiamente introiettata e condivisa, e la noncuranza con cui viene esercitata, senza tenere conto delle drammatiche conseguenze che può provocare su determinate persone, può agire prepotentemente e talvolta violentemente sulla psiche dei molti soggetti il cui corpo per svariate ragioni non corrisponde a tali canoni. Costantemente circondata da messaggi che promuovono modelli estetici rispetto ai quali viene palesemente esclusa, la persona affetta da obesità si sente emarginata, umiliata, pesantemente mortificata nella sua dignità prima ancora che nel proprio corpo. È attraverso lo sguardo dell’altro che la nostra soggettività si costruisce e si definisce; in questo sguardo cerchiamo conferme, approvazione, accoglimento.

Sappiamo bene che il corpo è il luogo del primo incontro con l’altro; è attraverso la nostra fisicità che avviene la prima forma di comunicazione, poiché siamo prima visti e solo successivamente colti nella nostra soggettività. Il corpo è dunque il nostro ponte con l’esterno, ma là dove esso costituisce un problema può diventare invece una barriera, un ostacolo insormontabile. In un mondo in cui il corpo diventa fulcro dell’omologazione la persona obesa è l’estromessa per definizione, bersaglio facile dello sguardo giudicante dell’altro, uno sguardo che rimanda a un che di pregiudizio, di disapprovazione, tra la derisione e la repulsione. L’obeso si ritrova a essere un ingombrante diverso, e come tale a condividere un destino di emarginazione e isolamento pari a quello cui sono soggette molte altre forme di diversità. I corpi obesi vengono destituiti dallo statuto della bellezza, considerati come sorta di corpi ribelli, anarchici, refrattari a quel modello di idealità e bellezza universalmente promosso e riconosciuto. Ponendosi in antitesi a questa dura e intransigente norma, l’obeso sembra lanciare un’aperta sfida ai modelli estetici che essa promuove, mostrando con i suoi eccessi adiposi di infischiarsene. L’obeso ferisce lo sguardo, agita una sorta di fantasma che mette in allerta i nostri sensi contro il rischio di trasformarci in quel qualcosa di aberrante; l’eccesso di grasso minaccia di impossessarsi del nostro corpo, deformandolo, rendendolo inappetibile, impresentabile, indesiderato. Ecco perché tra le patologie l’obesità gode di quello speciale statuto che nel sentire comune la fa percepire principalmente, quando non esclusivamente, come un problema di natura estetica.

L’imperativo estetico-salutista contemporaneo, all’insegna del motto “sani-snelli-belli”, si scontra d’altra parte con il grande paradosso della società dei consumi: da una parte si stigmatizza il corpo obeso, insistendo sulla necessità di osservare un’alimentazione corretta fatta di cibi sani cui s’accompagnino attività motoria e buon stile di vita, dall’altra si viene sommersi da continui stimoli al consumo immediato e compulsivo di fast food, cibi e bevande ipercalorici che spesso nascondono ogni sorta di sofisticazioni alimentari affatto benefici per la nostra salute. Alterando gusto, aspetto e apporto nutritivo dei cibi, l’industria alimentare ha irrimediabilmente modificato il nostro rapporto con il cibo, ma anche le aspettative che abbiamo su di esso: ricerchiamo aspetti, odori e sapori che di fatto sono soltanto dei meri artifici frutto della manipolazione industriale, un mix di edulcoranti, esaltatori di sapidità e coloranti senza i quali non sapremmo più riconoscere e apprezzare gran parte degli alimenti di cui ci cibiamo. A questa contraffazione del cibo si accompagnano inoltre abitudini e disordini alimentari il più delle volte indotti da uno stile di vita frenetico e iperattivo; l’atto del mangiare ha perso i suoi rituali e le sue tempistiche, come il ritrovarsi attorno alla tavola, luogo eminente in cui il cibo diventava collante per stare insieme, condividere, comunicare, ristorarsi.

Nonostante ciò, i palinsesti televisivi mai come ora pullulano di trasmissioni culinarie e di consigli per preparare elaboratissimi piatti, né mancano le riviste specializzate curate da chef pentastellati, tutti inviti a una tavola che non verrà mai imbandita, vuoi per i sensi di colpa che affiorerebbero, vuoi per la mancanza di tempo, vuoi perché in famiglia o con gli ospiti il rito stesso della tavola si avvia sempre più a svanire tra le sane vecchie abitudini di una volta.  Solo una sana rieducazione alimentare potrà essere in grado di orientare nella giusta direzione quei soggetti più deboli, quegli eterni affamati, quei divoratori rituali e solitari. Un distinguo va fatto tra obesità e super-obesità. Obeso, in linea generale, è il soggetto in evidente sovrappeso. Super obeso è quel soggetto che duplica o triplica il suo peso. Per ogni obeso che si mostra, compiaciuto pacioccone, ce n’è uno che si nasconde, immobilizzato dall’elefantiasi corporea. Per il super obeso, in particolare, il cibo finisce per sostituire drammaticamente ogni forma di relazione col mondo (si innesca così un circolo vizioso votato alla perenne soddisfazione di una fame insaziabile). Il super obeso, prigioniero della sua stasi, ritualizza così il continuo riempimento di un vuoto senza fondo; placata la fame subentra un senso di illusoria completezza, ma l’effetto è breve. Il soggetto super obeso sviluppa con il cibo una vera e propria dipendenza, e solo nel 5% dei casi le diete riabilitative (unitamente a operazioni chirurgiche invasive come quella molto in voga del bypass gastrico) sortiscono effetti duraturi nel tempo.

La super-obesità non va etichettata semplicisticamente come un errato e irresponsabile stile di vita, ma come una patologia specifica dagli effetti devastanti. Raggiunte stazze di trecento chili e oltre (con tutti i dolori articolari e le difficoltà respiratorie che ne conseguono), i soggetti super obesi perdono ogni autonomia e sopravvivono solo grazie all’aiuto e al conforto di familiari e strutture mediche. Ingabbiata in questa montagna di carne si agita una sconfinata solitudine, un’inguaribile inadeguatezza, una muta vergogna. Da siffatte moli difficilmente si torna indietro, ma consapevolezza e volontà hanno salvato più di una vita. Prima che guarigione questa patologia richiede comprensione, ascolto, a debita distanza da ogni giudizio facile. Dietro molte gravi forme di super-obesità si nascondono eventi traumatici vissuti nell’infanzia: il corpo si fa specchio di violenze mai elaborate (spesso di natura sessuale). Il cibo è chiamato a lenire, a confortare, a riempire, a illudere (come una vera e propria droga). Va da sé che una dieta bilanciata da sola non basta. Solo destrutturando il cibo, smascherandolo, il soggetto super obeso può affrontare il suo demone. Liberata la mente può liberarsi così il corpo, ma è una patologia subdola, perché il cibo significa in primis nutrimento e sopravvivenza.

Male globale, la super-obesità è una patologia di questi nostri tempi inappetibili ma ingordi, un’emergenza sociale monitorata con sempre più crescente preoccupazione. I paesi più colpiti, stando alle ultime rilevazioni dell’OMS, sono nell’ordine: Isole Samoa Americane (abitanti in sovrappeso 93,5%); Isole Kiribati, Oceania (81,5%); Stati Uniti (66,7%); Germania (66,5%); Egitto (66%); Bosnia-Erzegovina (62,9%); Nuova Zelanda (62,7%); Israele (61,9%); Croazia (61,4%); Regno Unito (61%). Nel mondo la popolazione di obesi ammonta a circa 600 milioni. Il nostro Paese, a dispetto della dieta mediterranea, conta circa la metà della popolazione in sovrappeso. Ogni anno, nel mondo, i decessi legati all’eccesso di peso sono stimati intorno ai 3,4 milioni. I dati parlano da soli.

Maria Dente Attanasio

LEGGI ANCHE: GOLA | Ovvero degli eterni appetiti


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Copyright 2017 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere COPIA della rivista CARTACEA: SEGUI ISTRUZIONI A QUESTA PAGINA

Annunci