GOLA | Ovvero degli eterni appetiti

Posted on 12 ottobre 2017

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GOLA

Ovvero degli eterni appetiti

di Giuseppe Maggiore

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Tra tutti i vizi quello della gola sembra il più innocuo. Ha un che di godereccio, di piacevolezza; lo si guarda con simpatia, lo si perdona con un tenero sorriso. Chi di noi, del resto, non ha mai commesso un “peccato di gola”? Eppure, l’essere stata inclusa tra i vizi capitali, l’ha ammantata di un’ombra di sospetto che ci mette in guardia dalle sue possibili insidie. Di fatto, ogni vizio è connaturato all’uomo e non è di per sé negativo. Ciascun vizio rivela in fondo un istinto che descrive l’uomo come essere vivente e come essere sociale. Presi singolarmente in esame, questi vizi rivelano una loro legittimità e condizione di necessità legate alla sopravvivenza e alla spinta realizzatrice dell’essere umano. Potremmo dire che è quando si supera la soglia della necessità che un istinto naturale degenera nel vizio, con tutte le connotazioni negative che può assumere. In medio stat virtus (la virtù sta nel mezzo). Il vizio sta nell’eccesso, nella smisuratezza, nell’incapacità dell’uomo di saperlo governare. Questo è particolarmente vero per la gola, istinto primordiale prima ancora che vizio, strettamente legato alla sopravvivenza dell’uomo in quanto correlato alla necessità del dover mangiare.

Tra tutti i cosiddetti vizi quello della gola è il più carnale, ma anche uno dei più totalizzanti, in quanto coinvolge diversi organi e funzioni del nostro corpo (dalla bocca allo stomaco passando per la gola), servendosi dei sensi (la vista, l’olfatto e il tatto), ma anche e soprattutto del nostro cervello. Questo suo essere profondamente e indissolubilmente incarnata nella natura dell’uomo, rende la gola il più necessario ma anche il più complesso, se non subdolo, dei vizi. Passando attraverso il filtro della gola il cibo diventa altro che un semplice alimento; riveste infiniti significati, assolve a molteplici funzioni, non più strettamente legate al sostentamento della persona ma connesse a profonde implicazioni psicologiche. La gola esercita sul cibo un grande potere evocativo, sublimandolo e costruendovi intorno un universo immaginifico, carico di senso e di rimandi intimamente legati al vissuto della persona. Il cibo diventa allora desiderio, rievocazione, ritualità, consolazione, riempitivo o compensazione. E poiché il cibo non è dunque soltanto un alimento fine a se stesso, non è azzardato dire che la gola rivesta pure un suo ruolo nella nostra biografia, in quanto intimamente legata a una delle più fondamentali attività quotidiane cui, per necessità o per diletto, siamo tutti dediti. Tra solitudine e convivialità, tra smodatezza e sobrietà, per eccesso o per difetto la gola regola i nostri appetiti, fa del cibo un elemento caratterizzante del nostro stile di vita, delle nostre abitudini alimentari, ma anche della nostra cultura e grado di socialità. Nel suo stato armonico la gola presiede al rito della tavola e della convivialità, crea condivisione, favorisce il dono e l’ospitalità, conferisce ai cibi un grande valore simbolico legato al gusto, all’appetibilità, al desiderio, e grazie al suo potere evocativo ritualizza certi piatti nel solco della tradizione comunitaria o dei ricordi affettivi personali.

In La vie de Gargantua et de Pantagruel (1532-1564) di François Rabelais, troviamo descritto in modo esemplare il trionfo della gola alla tavola dei due giganti Gargantua e Pantagruel, i quali sono soliti indugiare attorno ad abbondanti mense, colme d’ogni genere di prelibati cibi e ben irrorate dal vino. Il riscatto dell’uomo da ogni oppressione o costrizione e la riabilitazione degli istinti sottesi alla sua natura passano qui attraverso la celebrazione delle gioie della vita, che nelle magnifiche mense pantagrueliche o gargantuesche fornisce il più immediato e godereccio appagamento. Ma poiché, come abbiamo già accennato, la gola può degenerare nel vizio e condurre alla smodatezza, all’eccesso, a una irrefrenabile voracità fine a se stessa, questa grande pulsione può trasformare il cibo in un demone portandoci ad assumere comportamenti insani, i quali, con l’andar del tempo possono produrre effetti nefasti, non soltanto sulla salute, ma in generale anche sulla nostra vita affettiva e relazionale. L’appetito può travalicare il bisogno di nutrirsi, il desiderio può diventare sempre più inappagabile, avidità e ingordigia possono sostituirsi alla giusta misura e al sano piacere del gusto. La gola a quel punto si trasforma in una smaniosa pulsione verso il cibo, un cibo che perde tutte le sue valenze simboliche e valoriali diventando un semplice riempitivo in un pozzo senza fondo, un anestetizzante che dona piacere e sollievo momentanei. L’ingordo entra in un circolo vizioso in preda ai suoi insaziabili appetiti e via via sempre meno propenso alla condivisione, finendo col sedere da solo in una mensa desolata. Il mangiare diventa un atto egoico, solipsistico, che fa perdere interesse per l’altro, sostituendosi alla parola, al dialogo, al piacere dello stare insieme o di dedicarsi ad altre attività più salutari e creative. È qui che il sano piacere della tavola degrada in un triste baratro e che entrano in campo motivazioni più profonde, di ordine psicologico ed esistenziale.

“L’ingordigia – scrive Peter De Vries – è un rifugio emotivo: è segno che qualcosa ci sta divorando.” Il consumo compulsivo di cibo (ma anche di alcol o di fumo), tradisce qualcosa che va al di là dell’atto esteriore; qualcosa che attiene alla sfera più intima e privata, in cui le sostanze ingerite svolgono una funzione palliativa, di mera compensazione emotiva. Il cibo non sazia più la fame ma un vuoto esistenziale e relazionale; mentre illude di riempire continua a scavare questo vuoto, dilata i tessuti del corpo per farsi ancora più spazio. L’ingordo affonda nei suoi eccessi adiposi e con il corpo dilatato e deformato all’inverosimile perde ogni slancio vitale, condannandosi all’inerzia e all’immobilità. Dante collocò i dannati a causa della gola nel III cerchio dell’Inferno, dove questi sguazzano in una fetida fanghiglia, sotto una pioggia incessante di acqua sporca mista a neve. La loro ingordigia è personificata in modo esemplare dal cane Cerbero dotato di tre teste da cui si spalancano altrettante bocche fameliche; l’urlo dei dannati golosi si confonde con i terrificanti latrati di Cerbero in uno strazio senza fine che affoga nella putredine del loro vizio. In quanto istinto legato al desiderio, la gola può però assumere molteplici forme ed espressioni; non si limita necessariamente soltanto al cibo e a tutto ciò che possa essere ingurgitato, ma per esteso può indirizzarsi verso qualunque altra cosa possa essere dall’uomo ardentemente bramata. Non a caso, essa è tradizionalmente associata all’avidità, sebbene, in quanto vizio carnale, quello che più le si avvicina è la lussuria, ovvero quel peccato che per Gregorio Magno conduce all’obnubilamento, all’offuscamento dell’intelletto e che egli ritiene essere figlio stesso della gola.

Ancora una volta possiamo notare quel filo sottile che lega i vizi tra loro; come in un gioco di specchi l’uno rimanda all’altro, sfuma e si contamina nell’altro. Questi vizi accompagnano l’uomo fin dalla notte dei tempi, assumendo di volta in volta nuovi abiti al mutar delle epoche e degli stili di vita. Tutt’altro che svaniti trainano le passioni dell’uomo moderno non meno di quello dell’antichità. Possiamo ritenere che la moderna società dei consumi offra per molti aspetti il campo di coltura ideale perché questi vizi possano meglio attecchire e governare l’agire dell’uomo. La gola oggi può sedurre i nostri sensi attraverso i suoi insaziabili appetiti molto meglio che nel passato, potendo contare su una varietà di prodotti un tempo inimmaginabile e sul martellante pressing pubblicitario. In passato la gola era solo un vizio da ricchi che si celebrava nei palazzi dei potenti, nelle corti papali o nel chiuso dei conventi; l’immagine era quella prosperosa degli aristocratici, degli ecclesiastici, o quella più “umile” del monaco pacioccone. Per i poveri, i piaceri e l’opulenza della gola erano un lusso che si potevano concedere solo in determinate occasioni (come le feste comandate o il Carnevale), mentre per il resto restavano solo un miraggio da accarezzare nei racconti di fantasia, sognando un mitico paese di Cuccagna (di cui si fantastica in tanta letteratura che va dal XIII secolo fino al Novecento) e che ritroviamo anche nel paese di Bengodi descritto da Boccaccio nella III novella dell’ottavo giorno del Decamerone.

Il Capitalismo dei giorni nostri ha se non altro il merito di avere eliminato questa cesura di classe, rendendo accessibili a tutti i propri beni di consumo. Ma occorre riflettere se questa disponibilità sia effettivamente egualitaria, se insieme all’accessibilità, alla varietà e quantità di questi beni venga anche garantita una effettiva soglia di qualità a prescindere dalla possibilità economica che si ha. Sul piano alimentare, soprattutto, è evidente un divario tra cibi sani e dietetici (più costosi e meno accessibili a tutti) e cibi meno salutari, grassi e ad alto contenuto calorico, più economici e alla portata di tutti. Ovvero, nutrirsi bene costa caro. Ne è la prova il problema sempre più cocente dell’obesità, i cui dati allarmanti giungono non solo dai paesi dell’Occidente industrializzato, ma anche da quelli a economia più debole, rivelando indici di maggiore incidenza presso le fasce di popolazione a basso-medio reddito. Istinto naturale o mero vizio, la gola, nell’accezione più ampia che presiede a ogni nostro appetito, sta vivendo oggi la sua fase di maggior successo; il Capitalismo e la sua incessante spinta al consumo godono del suo speciale patrocinio. Insieme al vizio di avidità, l’economia dei nostri Stati deve dunque molto al caro ghiotto vizio della gola, da sempre il più difficile da domare, il più delizioso da assecondare.

Giuseppe Maggiore

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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