SENZA VOCE – IO VITTIMA DI STALKING | Un libro di Agron Xhanaj | Intervista all’autore

Posted on 5 ottobre 2017

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SENZA VOCE – IO VITTIMA DI STALKING (Alter Ego, 2017) | Un libro di Agron Xhanaj

Intervista all’autore

a cura della Redazione Amedit

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

 

«Chiamatemi semplicemente lei. La mia storia non è solo mia, ormai. È la storia di tante donne che non hanno il coraggio di raccontare. E allora ve la racconto io, questa storia. Un frammento della mia esistenza».

Comincia così, in modo quasi romanzesco, Senza voce – Io vittima di stalking, un testo a dir poco inconsueto pubblicato dall’editore romano Alter Ego nella collana Agathoi (2017, 96 pagine, 9,90 euro). Il libro si ispira alla storia di una giovane donna perseguitata e uccisa da uno stalker-omicida. Il fatto è avvenuto il 5 maggio 2012 a Vicenza, dove vive e lavora l’autore di Senza voce, l’avvocato Agron Xhanaj. Si tratta di una giovane donna facilmente identificabile con la generalità delle donne della sua stessa età, educazione ed estrazione sociale, cresciuta in una famiglia che è una sorta di gineceo (una figlia piccola, la madre, le zie). Una donna semplice, estroversa, forse un po’ sprovveduta, con le aspettative e le angosce di una che non ha molta fortuna con gli uomini, che non crede nell’esistenza di quello “giusto” ma non dispera di incontrarne prima o poi uno che faccia al caso suo. Senza voce vuole essere la cronaca – tagliente, concisa, condotta in prima persona – della escalation di minacce, persecuzioni, violenze ripetute e spesso efferate, di cui questa donna è fatta bersaglio a opera di uno stalker che, prima di diventare anche il suo assassino, le è stato per qualche tempo compagno. È un resoconto sostanzialmente fedele al fatto reale cui si ispira ma dato secondo la prospettiva della vittima, quindi tutt’altro che impassibile e “oggettivo”. Quando la relazione tra i due è ancora agli inizi, le espressioni di attaccamento e di passione si mescolano fino a confondersi con i caratteristici meccanismi di potere e di possesso: accessi di gelosia, telefonate incessanti, scenate in pubblico, pedinamenti. Sono le avvisaglie di un rapporto che si sta avviando lungo una china pericolosa. Ben presto la posizione di preminenza dell’uomo viene messa in crisi. La donna tenta di riavere la propria libertà, dà segnali di voler troncare la relazione, e lui non tarda a rispondere con violenza. Il racconto ha il suo climax nell’episodio dell’uccisione della donna – una scena feroce e particolareggiata, tanto da sembrare inventata. Invece corrisponde a verità. Alla sindrome della mancata reazione o meglio della omissione di denuncia da parte della vittima, tenta di dare una spiegazione la seconda parte del libro, che prosegue il racconto a omicidio avvenuto.

L’autore interviene in prima persona, notifica i provvedimenti presi dallo Stato a carico del colpevole, ribadisce energicamente le ragioni per cui il reato di stalking è da considerare l’anticamera del reato di violenza sessuale e di omicidio. Infine, avanza la richiesta che lo Stato persegua i responsabili di questo genere di delitti anche quando la vittima, per paura, non ha avuto il coraggio di denunciare. In sostanza, Agron Xhanaj chiede che la denuncia formulata da persone vicine alla vittima sia avvalorata dal giudice. A fine novembre 2014, la sua proposta di modifica della legge sullo stalking è stata registrata per essere discussa in Parlamento. Indipendentemente dall’esito dell’iniziativa e dalle posizioni personali di ciascuno rispetto alla proposta di legge, il libro di Xhanaj denuncia l’insorgenza di un fenomeno che ha assunto proporzioni preoccupanti e minacciose. Xhanaj invita la comunità a non distogliere lo sguardo di fronte a eventi come quello raccontato nel suo libro, eventi troppo spesso sommersi da lacrime di glicerina e peggio ancora spettacolarizzati dalla stampa, che non risparmia al pubblico i dettagli più macabri dei femminicidi.

Abbiamo chiesto all’autore di Senza voce di rispondere a qualche domanda sul suo libro.

 

Da dove le è venuta l’ispirazione di scrivere Senza voce?

Noi operatori del diritto entriamo spesso nelle vite delle persone perseguitate e ciò nonostante il più delle volte ciò che possiamo fare è ben poco. Una donna è morta perché non aveva il coraggio di denunciare. Mi è sembrato doveroso dare voce a questa donna che in vita avrebbe voluto dire la sua ma che per paura non ha potuto farlo. Ho voluto dare al libro un sottotitolo: Io vittima di stalking. Quell’ “io” è un tentativo di personalizzare il tema, di incoraggiare l’immedesimazione. Un’esigenza secondo me sempre più viva nelle persone che leggono testi incentrati su questi argomenti. Ognuno di noi potrebbe rivestire il ruolo della vittima o del carnefice. Siamo spesso protagonisti di comportamenti “di poco conto”, subiti o compiuti, e raramente ne comprendiamo la portata. Il mio testo cerca di individuare i sintomi di questi comportamenti e di mettere in guardia i protagonisti, a prescindere dal ruolo che interpretano.

Perché un racconto in prima persona invece di un reportage/dossier?

Le ragioni sono più d’una. Tanto per cominciare, non mi pare scarseggino i libri di cronaca giudiziaria che documentano la storia processuale di un caso giudiziario. Forse un giorno ne scriverò uno anche io per i casi che mi vedono impegnato come avvocato. Per quanto riguarda Senza voce, ho preferito una narrazione che adottasse il punto di vista della vittima. Ho scelto questa prospettiva perché volevo spingermi oltre il ruolo del testimone che ha qualcosa da dire. inoltre, mi pareva che spettasse alla protagonista raccontare la sua storia. Chi meglio di lei avrebbe potuto farlo? Purtroppo la persona che ha ispirato il personaggio del mio libro ha perso la vita. Ho visto in fotografia il suo corpo nudo steso sul letto di un albergo, colpito a morte. In quel momento mi è sembrato di aver violato la sua riservatezza. In fin dei conti, sono un estraneo. Ho voluto darle voce in segno di rispetto. Speravo in questo modo di farla vivere nella memoria delle persone. Volevo che l’ultima parola fosse quella della vittima, non quella del suo assassino. Volevo rendere omaggio alla vita, non limitarmi a raccontare la morte di una donna. Volevo che la figlia di due anni, da grande, potesse leggere la storia di una madre che adorava la vita. Volevo che la figlia sapesse che fino all’ultimo istante della propria esistenza la madre aveva pensato a lei.

Che cosa si propone di ottenere il disegno di legge di cui lei è promotore?

Le rispondo citando un passaggio del libro:

Lei si reca dalle forze dell’ordine e denuncia l’uomo che prima amava per le vessazioni subite. Decide di lasciarlo. Lui non accetta tale scelta e la minaccia con un coltello che se non ritira la querela, le ammazzerà la figlia, la madre e le zie. 

Lei decide di ritirare la querela ma resiste sulla decisione di lasciarlo. Lui una sera la ferma, la minaccia con coltello, le fa telefonare la figlia per dirle addio. Poi la porta in un albergo e la violenta. Reitera le stesse minacce e le rappresenta lo stesso male qualora lei decidesse di denunciarlo. Lei non lo denuncia ma insiste sulla sua decisione di non ritornare da lui. 

Lui la perseguita, fisicamente e via messaggi telefonici. La minaccia continuamente che se non torna da lui, la ucciderà e se tenterà di scappare, ucciderà sua madre e le sue zie. 

La Madre di Lei la incoraggia affinché si decida di denunciarlo per fermarlo, ma la vittima è preoccupata per il male minacciato. 

La Madre allora si reca in questura in data 4 maggio 2012 per denunciare Lui di stalking subito dalla figlia. Gli agenti le dicono che la legge non consente la presentazione di denuncia per stalking da persona diversa dalla vittima.  

La notte dopo Lui le uccide la figlia. 

Se gli agenti avessero potuto raccogliere la denuncia, probabilmente si sarebbero attivati e qualcosa avrebbe interrotto il nesso causale degli eventi. Probabilmente Lei oggi sarebbe ancora in vita. 

La norma di cui all’articolo 612 bis del codice penale prevede che il reato venga denunciato dalla vittima. In gergo si dice “a querela di parte”. La proposta di legge scaturita dal fatto di cronaca che ho raccontato in Senza voce mira a scavalcare il vincolo della condizione di procedibilità. La modifica prevede che il reato venga perseguito anche nei casi in cui la vittima non denunci il suo persecutore. Attualmente la vittima di stalking, perché sia considerata tale, è tenuta a dimostrarlo. Per esempio, deve essere disposta a cambiare le proprie condizioni di vita pur di sfuggire allo stalker. Deve essere pronta a cambiare domicilio, città. Ciò è palesemente assurdo. La proposta di legge mira a tutelare le persone che non trovano il coraggio di denunciare. In fondo, se un reato non viene denunciato non significa che non sussista ugualmente. Sussiste, e resta impunito.

Come sta andando il libro? Quali sono state le risposte dei lettori?

Finora ho avuto solo riscontri positivi. Chi ha letto il libro mi riferisce di aver finalmente capito le motivazioni della proposta di legge. Una donna mi ha scritto: “Dopo aver letto il libro mi sono sentita capita”. È già molto. Qualcuno ha apprezzato che il testo sia stato scritto assumendo il punto di vista di una donna. Naturalmente, a suscitare grande interesse è il tema in se stesso, a prescindere dal dibattito suscitato dalla proposta di legge di cui sono il promotore.

Redazione Amedit

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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