UN’ANIMA BUONA | Pierre. In ricordo del mio amato cane | Un testo di Yoram Kaniuk

Posted on 23 settembre 2017

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UN’ANIMA BUONA

Pierre. In ricordo del mio amato cane | Un testo di Yoram Kaniuk (Giuntina, 2017)

di Leone Maria Anselmi

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

 

Lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk (Tel Aviv,1930-2013) si arruolò nella Palmach (compagnia d’attacco degli insediamenti ebraici nella Palestina britannica) all’età di soli diciassette anni. Ferito da un soldato inglese nel sanguinoso conflitto arabo-israeliano del 1948 venne ricoverato al Jewish Mount Sinai Hospital di New York. Il soggiorno americano si protrae fino al 1961, anno in cui Kaniuk, poco più che trentenne, decide di far ritorno definitivamente nella città natia. Comincia qui il suo impegno, da attento testimone, in seno alla scrittura. Considerato oggi una delle voci fondamentali della letteratura israeliana, Kaniuk (prolifico anche come critico teatrale, giornalista e pittore) ha lasciato un’eredità che conta ben diciotto romanzi e sei antologie di racconti (senza contare la saggistica e la narrativa per ragazzi). Risale al 1968 la prima edizione italiana di un suo romanzo, L’acrofilo, pubblicato da Longanesi nella traduzione di Bruno Oddera. Il racconto illustrato Pierre, uscito l’anno della morte dello scrittore, raggiunge il nostro paese grazie alla traduzione di Shulim Vogelmann, con una breve postfazione curata dal teologo Paolo De Benedetti.

L’edizione italiana (Giuntina, 2017) comprende l’apparato iconografico originale realizzato dall’illustratrice Karen Lee Vendriger. Un volumetto prezioso, di raffinata grazia visiva, che fa tutt’uno con la straziante tenerezza veicolata dal racconto. Parole e immagini, in punta di piedi, ci restituiscono la piccola grande vita di Pierre, un buffo e minuto meticcio che per vent’anni ha zampettato fedele accanto al suo padrone. Il rapporto tra l’uomo e il cane è stato indagato da tanta letteratura – da Cane e padrone di Thomas Mann al Flush di Virginia Woolf, da Dingo di Octave Mirbeau al Requiem per un cane di Carlo Coccioli, o ancora Timbuctù di Paul Auster) – sempre ispirata da una sorta di disarmo, la stupefazione al cospetto di un amore così incondizionato da risultare indefinibile. È questa qualità d’amore, misteriosa e atavica, a muovere il racconto di Kaniuk e a farne una testimonianza di vita.

Pierre arriva dalla spazzatura, un rifiuto tra i rifiuti nel bidone del mondo. Qualcuno l’ha buttato lì per sbarazzarsi di lui, o lì ci è finito da solo alla ricerca di un riparo. È l’emblema dell’indifeso, della vittima designata, dell’innocenza offesa. Come arma, dalla sua, ha solo la tenerezza e la promessa di una fedeltà smisurata. «Il nostro Pierre non è nato. Si è partorito da solo in un bidone dell’immondizia a Ramat Gan. Mia figlia l’ha trovato in questo bidone vicino a Beit Tzvi. Aveva circa un mese. Un cucciolo grigio-nero, tremante per l’immondizia; stava lì puzzolente e guardava mia figlia con gli occhi spalancati dalla disperazione nella quale era nato.» Salvato da morte certa Pierre, chiamato così in onore del Pierre Bezuchov di Guerra e Pace, viene accolto in famiglia. La sua gratitudine da quel momento, specie per quelle braccia che per prime hanno lenito il suo tremore, non conoscerà mai fine. Pierre trascorre i primi due anni con la ragazza, ma nei successivi diciotto è Kaniuk a occuparsi di lui. Comincia qui quel legame esclusivo che poi ispirerà le pagine del racconto. Pierre si distingue subito per la sua spiccata personalità, per le sue predilezioni e per le sue diffidenze, per quel suo modo di correre nel mondo e di interagire con esso. Non è che un animaletto addomesticato, discendente da un’antica stirpe di lupi e di sciacalli, ma l’umanità che traspare dal suo sguardo trascina con sé un mistero profondo. Tra padrone e protetto si salda un’intesa speciale, un ponte tra due specie che in natura non ha eguali, un’empatia miracolosa fondata sulla più nuda sincerità. Pierre non è un adulatore, dona fedeltà ma ne pretende altrettanta. Ha le sue contraddizioni, le sue fisime, i suoi umori. Ama la vita, ne teme i pericoli e ne insegue le gioie. Capisce, comprende, comunica. «C’era in lui una triste bellezza interiore. Credo che fosse daltonico e che vedesse il mondo e noi in bianco e nero come in un vecchio film.» Vederlo invecchiare per Kaniuk è intollerabile. La fiacchezza, la cecità, l’inappetenza e infine le sofferenze dovute al cancro. «Aveva vent’anni, Pierre, quando è morto. Ci sono forse uomini, bambini, pesci, uccelli o cactus capaci di capire il dolore che ci afferra quando il cane amato muore? Come si apra una voragine profonda e non ci sia niente con cui riempirla?»

La malattia, e in seguito la morte dell’amato cane, immergono Kaniuk in un vuoto incolmabile. Pierre, scrive Paolo De Benedetti, si fa «testimone della volontà divina di rivelarci la morte.» Ed è qui che risiede il senso di questo piccolo grande racconto. Pierre non era semplicemente un cane, ma un’anima buona.

Leone Maria Anselmi

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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