PICCOLI MOSTRI Bambinate | Il nuovo libro di Piergiorgio Paterlini (Einaudi, 2017)

Posted on 23 settembre 2017

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PICCOLI MOSTRI

Bambinate | Il nuovo libro di Piergiorgio Paterlini (Einaudi, 2017)

di Leone Maria Anselmi

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Si è crudeli da adulti e si è crudeli da bambini. L’età dell’innocenza in molti (troppi) casi è anche quella della ferocia. La gratuità del male sa farsi anzi ancora più tagliente quando a sferrarla sono le mani di un minore. Il giglio nero sboccia nell’aiuola dell’infanzia e proietta la sua ombra sul fiore più fragile. Privato del sole a questo fiore non resta che appassire. Lentamente. Non c’è età che possa scrollarsi di dosso la responsabilità delle proprie azioni. Soprattutto quando queste azioni si concretizzano in un male deliberato e compiaciuto, quasi erotico. È questo il messaggio potente (tremendamente umano, fieramente civile) che ha guidato la nuova fatica letteraria di Piergiorgio Paterlini. Illuminando il lato oscuro dell’infanzia Paterlini svela l’adulto che si cela nel bambino, il lupo mascherato da agnello. Bambinate (Einaudi, 2017) racconta quel confine labile che separa il gioco dalla realtà, quel territorio primitivo dove vige solo l’aggressività del più forte sulla rassegnazione del più debole. La scrittura scende sul campo e raggiunge il branco, ne fissa i volti, gli sguardi, le brutali pulsioni. Non può far nulla, è impotente, ma può testimoniare. Il capobranco individua la preda e aizza le altre belve affinché abbia luogo la cattura. Non è un gioco. Non può trattarsi di un gioco. Non c’è azione che non produca una conseguenza. Se nella mente del giovane carnefice agisca un istinto atavico non ci è dato di sapere. Spesso il male parla un linguaggio misterioso. Il male non si può comprendere. Lo si può solo subire, e serbarne i segni per sempre.

La via crucis del piccolo Denis si compie il 16 aprile 1965, giorno di Venerdì Santo, in un piccolo paese della Bassa Padana. Orfano, povero e gracile Denis è da sempre bersaglio di sfottò e maltrattamenti. Tutti vedono – la maestra, il bidello, il parroco, l’intero paese – ma fingono di non vedere. In natura, non rientra forse nell’ordine delle cose che il più debole deve perire? E poi, sono solo bambinate. I dispettucci dei più piccoli non sono altro che innocenti e trascurabili bambinate. Sarà proprio quest’indifferenza complice a condurre Denis sulla croce. «I tuoi coetanei hanno in mano un’arma potentissima: l’intimidazione e il ricatto. Cosa, questa, antica come il mondo. Il conformismo degli adulti è tra i ragazzi già maturo, feroce, completo. Essi sanno raffinatamente come far soffrire i loro coetanei: e lo fanno molto meglio degli adulti perché la loro volontà di far soffrire è gratuita: è una violenza allo stato puro. (…) La loro pressione pedagogica su te non conosce né persuasione, né comprensione, né alcuna forma di pietà, o di umanità.» Sono parole di Pier Paolo Pasolini (tratte da Lettera a Gennariello, in Lettere luterane), una diagnosi lucida e impietosa che Paterlini ha voluto racchiudere nelle pagine del romanzo. Il dramma assume una connotazione sacra, a tratti pittorica. Il paese, con i suoi campi e le sue cascine, trasfigura in un agghiacciante presepio. L’atmosfera è sospesa, presaga. Potrebbe succedere tutto o non succedere nulla, non se ne accorgerebbe nessuno. Denis, piccolo cristo, viene condotto a forza sulla cima di una montagnola dove si staglia una grande croce. Accerchiato, solo, reso quasi inespressivo dalla sua impotenza, non può che consegnarsi al gioco pericoloso dei suoi aguzzini. Quanti, osservando la scena da lontano, l’avrebbero bollata come una bambinata? Tanti, forse l’intero paese. Cecità? Connivenza? Chi protegge i bambini dai bambini?

Paterlini disegna nitidamente i volti contrapposti della vittima e del carnefice. Due volti imberbi di quinta elementare. Realtà viva e operante, il male si manifesta in un blasfemo tableau vivant. Il leader incita i suoi gregari all’azione. Non ha pietà, non ha empatia. Nell’eccitazione generale tutti concorrono, tutti infieriscono, chi con sputi, chi con pugni, tutti tranne uno. Questa voce fuori dal coro non osa però pronunciarsi. Vorrebbe porre fine a quel martirio ma a impedirglielo è un misto di paura e vigliaccheria. Dopo un silenzio lungo mezzo secolo questa voce tornerà a parlare e a reclamare giustizia per la povera vittima. Si ricomporrà allora un nuovo tableau vivant, per nulla scalfito dal tempo, dove ognuno si ritroverà di fronte alle proprie responsabilità. L’adulto, posto al cospetto del suo contraltare bambino, dovrà adesso scontare la sua pena. Paterlini affida al narratore questa voce fuori dal coro, una voce stanca di tacere e che per tanti anni non era mai riuscita a dimenticare. Bambinate è la storia di un risarcimento, l’elargizione di una carezza (tardiva ma significativa) e insieme il compimento rituale di una vendetta.

Leone Maria Anselmi


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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