LA CRICCA DI CANAGLIE | Il disertore | Un romanzo di Siegfried Lenz (Neri Pozza, 2017)

Posted on 23 settembre 2017

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LA CRICCA DI CANAGLIE

Il disertore | Un romanzo di Siegfried Lenz (Neri Pozza, 2017)

di Massimiliano Sardina

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

 

La diserzione come presa di distanza, come affrancamento, come urgenza libertaria. È questo il sentimento, tremendamente umano, espresso dallo scrittore tedesco Siegfried Lenz ne Il disertore.

Figlio di un doganiere, Siegfried Lenz nasce a Lyck (Masuria, Prussia orientale) il 17 marzo 1926. Completati gli studi superiori nel ‘43 Lenz si arruola nella Marina, cui segue presto l’imbarco sulla Admiral Scheer. La nave subisce un rovinoso bombardamento e Lenz viene trasferito in Danimarca. Poco prima del crollo del Reich il giovane Lenz, assetato di giustizia e di libertà, opta per la diserzione, finendo in tempi brevi nelle mani degli inglesi che lo internano come prigioniero di guerra in un campo dello Schleswig-Holstein. Qui lavora come interprete fino alla fine della guerra. Dal ’46 al ’50 si dedica a studi umanistici presso l’Università di Amburgo e, parallelamente, comincia a collaborare con il Die Welt, il giornale della forza di occupazione inglese (occupandosi prima di cronaca e poi delle pagine culturali). L’esordio letterario arriva nel ’51 con C’erano sparvieri nell’aria, pubblicato dalla casa editrice di Amburgo Hoffmann und Campe. Il romanzo – una lucida riflessione sulla violenza del potere – ottiene un ottimo riscontro, garantendogli subito la serenità economica e un nuovo contratto per una seconda pubblicazione. Ed è qui che comincia la storia de Il disertore, un romanzo che dovette attendere ben sessantaquattro anni prima di vedere la luce.

All’origine della mancata pubblicazione la malcelata reticenza dell’editore Otto Görner di fronte a un tema avvertito come troppo ingombrante, scomodo e problematico per quegli anni: le colpe dei tedeschi. Inizialmente il romanzo doveva intitolarsi …da gibt’s ein Wiedersehen (…là ci rivedremo), un verso tratto da una famosa canzonetta militare scritta da Hugo Zuschneid (Nun geht’s ans Abschiednehmen) o come seconda opzione La palude. Lenz invia a Görner una versione preliminare del testo e, mesi dopo, un’altra stesura ampiamente rimaneggiata più incentrata sul tema della diserzione. Dopo un acceso scontro epistolare Lenz, per non compromettere i rapporti con la casa editrice, sceglie di abbandonare il libro nell’oblio di un cassetto per concentrarsi su un nuovo romanzo. Nel ’53, calato velocemente il sipario su Il disertore, Lenz pubblica sempre con la Hoffmann und Campe il suo secondo romanzo Duello con l’ombra. Tra lo scrittore e la Hoffmann und Campe si instaura un forte sodalizio destinato a durare nel tempo. Il testo inedito (nella sua stesura definitiva) è stato rinvenuto dopo la morte di Lenz nel 2014 e subito pubblicato dalla fida casa editrice. La versione italiana, edita nel 2017 da Neri Pozza, vanta l’ottima traduzione di Riccardo Cravero.

Molto più che un manifesto pacifista Il disertore è un poema sullo smascheramento del male, prima assimilato passivamente e poi fieramente rinnegato. Questo male ha il volto laido e inespressivo della Germania hitleriana, madre degenere che ha sacrificato i suoi figli per saziare i suoi appetiti di sangue. L’indottrinamento nazista ha saputo assicurarsi sudditi servili e volenterosi, perfette macchine da guerra, pronte a morire per la causa della Nuova Germania. Le voci fuori dal coro, grazie al cielo, non sono mancate. Dissidenti del primo e dell’ultimo minuto che hanno beneficiato di una consapevolezza profonda, traendone forza e trovando il coraggio di reagire. Lenz fu uno di questi. L’esperienza personale s’appella al medium del romanzo per travalicare i confini della testimonianza. Il disertore diventa così Walter Proska, novantaseiesimo Reggimento Granatieri, sesto Battaglione, Prima compagnia. La guerra lo ha strappato da Sybba, un paesello della Masuria, a diciassette chilometri dal confine polacco, per scaraventarlo nelle paludi intorno al Forte di Waldesruh. Qui Walter ha un solo compito: servire la Wehrmacht, ossia uccidere le brigate dei combattenti della Resistenza sovietica disseminate nei boschi. Un gioco al massacro, senza speranze, a pochi mesi dalla resa finale del Reich. Al suo fianco uno sparuto gruppo di camerati, giovani come lui, condannati come lui all’imminente mattanza. Al comando del Forte un sottufficiale cinico e spietato, l’alito infestato dal puzzo d’acquavite, l’emblema del volgare capetto nazista.

Tra paura, disagio, afa e insonnia si consuma il dramma di Walter, che vede perire i suoi compagni uno dopo l’altro, freddati dalle fucilate dei partigiani acquattati in quell’inferno palustre. Anche lui, per sopravvivere, è costretto a sparare, a scaricare la sua mitraglia su corpi sconosciuti. Tutto si consuma sotto una cappa d’aria malsana, mortifera, tristemente presaga. Il nemico si cela dietro ogni giunco, sopra ogni albero, nel buio della notte e nel chiarore opaco del mattino. Un nemico invisibile, sconosciuto, inconoscibile. Al pari di questo nemico Walter è costretto a strisciare nel fango, assediato dalle zanzare e da una sudorazione spossante, attento a cogliere ogni flebile rumore, sempre in guardia, con un occhio nel mirino e l’altro sempre rivolto alla nostalgia del passato perduto. Perché si trova lì? Per quale causa sta combattendo? Per quale Germania? Per quale Stato? Così ridotta la vita non può che interrogarsi su sé stessa, e dentro se stessa trovare una risposta. Walter cerca una soluzione, una via d’uscita, ma non osa formulare quel solo pensiero che potrebbe liberarlo. Una voce lo chiama, un’altra lo trattiene. O a trattenerlo è soltanto la paura, quel mondo ormai indistinguibile al di là della palude. Sarà Wolfgang, uno dei suoi camerati, a stimolarlo, ad aprirgli gli occhi. «Lo chiamano senso del dovere (…) Ce l’hanno iniettato nel sangue. E con quello ci hanno squinternato, levato l’indipendenza. Hanno cercato di sbronzarci con una raffinata iniezione di siero del dovere (…) chi è questa Germania con cui ci gonfiano le orecchie?» Il seme è gettato ma dovrà attingere nutrimento per germogliare e fiorire. Walter ha bisogno di tempo. Forse aspetta solo di toccare il fondo melmoso di quella putrida pozza. «E lo sai chi sono i migliori chirurghi di se stessi? Quelli che fanno una diagnosi in silenzio e si rintanano nella propria solitudine interiore ad ascoltarsi il cuore con sincerità brutale.»

Lenz parla a Walter attraverso Wolfgang, personificazione di una coscienza scissa che concretamente incita all’azione – la sola possibile, la diserzione, il salto da un abisso all’altro – all’acquisizione di una consapevolezza capace di tramutarsi in eroica audacia. «Guarda, Walter: noi nel mondo dobbiamo orientarci verso il bene. Suona banale, lo so. Ma siccome il male si mostra sotto varie spoglie, è necessario riconsiderare i propositi infetti, individuare i punti guasti e suturare i buchi nei risultati dei ragionamenti. E ciò richiede una capacità analitica mostruosamente grande e una sincerità radicale nei propri confronti. Bisogna avere la forza di dare un calcio a una cosa a cui si è corso dietro per vent’anni quando si arriva a riconoscere che questa non è solo sbagliata, ma anche cattiva, subdola, pericolosa e assassina. Hai capito cosa intendo. Dobbiamo guardarci dai pifferai nazionalisti.» Le parole suggerite dalla coscienza sedimentano ma non si assopiscono. Un altro angelo accarezza la sventura di Walter, è Wanda, una bella ragazza di Tamaschgrod, un paesino poco distante. Al suo fianco il giovane soldato vagheggia un futuro, una nuova vita a Magdeburgo, una felicità possibile, un ritorno alla vita. Il personaggio di Wanda, non privo di sfumatura neoromantica, fa da rovescio alla frigidità nazista. Pura e sensuale è l’antitesi del corpo disumanizzato nazista. Tra le canne palustri, sulle sponde di un laghetto nascosto, i due sperimentano l’amore come antidoto all’odio. Nel medesimo luogo Walter fredderà il fratello dell’amata, scambiato per l’ennesimo anonimo nemico. Troverà il perdono della sua bella ma la sorte gli giocherà in un’altra circostanza il medesimo tiro, mettendolo duramente alla prova. Il nemico intanto preme facendo capolino dietro ogni cespuglio e razziando ogni speranza.

«Perché sono qua, io?» Lo smarrimento monta, prende il sopravvento, rivela tutto l’orrore di quella fetida palude dove tutto affonda, dove l’umanità intera affonda, schiacciata dallo stivale lustro del nefando gerarca. «Perché ci sono venuto senza oppormi? (…) Il dovere nei confronti dello Stato è una sorta di entusiasmo condensato. Entusiasmo in lattina, conservabile, pronto per essere distribuito, immagazzinabile a piacimento. Due buchetti insignificanti e già cola fuori. Uno Stato dovrebbe essere morale come la natura. Dovrebbero esserci soltanto sudditi della morale o della coscienza. L’umiltà come Costituzione; articolo primo: misericordia. Il vento come deputato, e la terra. Chi giace là morto sulla ferrovia? L’ho visto bene che cadeva. Ma adesso so contro chi devo sparare.» Le nebbie si diradano quel tanto che basta per lasciar intravedere la vera immagine del nemico: il rivale indossa la sua stessa uniforme. Accanto al nemico preconfezionato dallo Stato totalitario – il partigiano – prende sempre più corpo l’altro nemico – il nazista – più subdolo perché interno, introiettato. È il vero nemico, e quando Walter fa propria questa consapevolezza decide di darsi alla macchia, di fuggire lontano dal Forte, tradendo quel che restava dei suoi camerati. Walter Proska, ufficialmente disertore, cambia fronte, passa da una guerra all’altra, dalla malvagia Wehrmacht all’avversaria Armata Rossa. Il passaggio non è indolore ma risuona come una liberazione. Finalmente libero dalla cricca di canaglie Walter corre a schierarsi dalla parte dei giusti. Sa di aver preso la decisione giusta, agendo secondo coscienza. «Le canaglie sono forti solo verso l’esterno – gli aveva detto Wolfgang – Se le vuoi uccidere devi colpirle dentro.» La diserzione delineata da Lenz è dunque un’astrazione dal male, una decontestualizzazione insieme fisica e spirituale. Ora Walter si trova ad imbracciare il fucile contro i suoi ex camerati, e se spera di non dover mai premere il grilletto è solo per umana pietà, per empatia, per un amor di patria che da qualche parte in profondità sente palpitare ancora. La sua scelta coraggiosa lo porterà lontano, forse non nel mondo che sperava, ma comunque fuori dall’inferno.

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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