IL CRITICO LUNGIMIRANTE | Passioni e anatemi | Le cronache d’arte di Octave Mirbeau (Castelvecchi, 2017)

Posted on 23 settembre 2017

1



IL CRITICO LUNGIMIRANTE

Passioni e anatemi | Le cronache d’arte di Octave Mirbeau (Castelvecchi, 2017)

di Massimiliano Sardina

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Per un anno, tra l’ottobre del 1884 e l’ottobre del 1885, Mirbeau cura la rubrica Notes sur l’art per il quotidiano repubblicano moderato «La France». Diciannove interventi che spaziano da Hans Makart ad Antoine Watteau, da Puvis de Chavannes a Edgar Degas, da Eugène Delacroix a Pierre-Auguste Renoir, e poi ancora Claude Manet, Julien Bastien-Lepage, Théodore Rousseau, Gustave Courbet, Camille Corot (per non citarne che alcuni). Questa preziosa rosa di saggi mirbelliani è oggi disponibile in versione italiana: Octave Mirbeau, Passioni e anatemi. Cronache d’arte (Castelvecchi, 2017), curata da Paolo Martore, con traduzione di Massimo De Pascale; il volume si basa sulla sezione Notes sur l’art inclusa in Combats esthétiques (vol. 1), Nouvelles Èditions Séguier, 1993, a cura di Pierre Michel (raffinato interprete e infaticabile divulgatore dell’eredità mirbelliana) e Jean-François Nivet. Affatto circoscritti alla contingenza che li ha di volta in volta ispirati, gli scritti sull’arte di Mirbeau hanno innanzitutto il pregio di aver veicolato analisi e considerazioni d’ampio respiro. Testimone d’azione, Mirbeau veste i panni del critico senza mai smettere quelli del fustigatore socio-politico. La testimonianza – ora chirurgica e tagliente, ora commossa e sognante – si offre al lettore (a quello di allora, e con rinnovato fascino a quello di oggi) come un documento composito, denso di implicazioni che travalicano lo specifico panorama artistico.

Lungimirante, profetico, Mirbeau seppe intercettare e promuovere tutte le grandi intuizioni della modernità, a debita distanza dall’accademismo conservatore e dalle dinamiche del mercantilismo. Consapevole che la pittura, per essere intimamente compresa «chiede un adattamento dell’organo della vista e l’abitudine a scoprire, sotto le tecniche del mestiere, i sentimenti intimi dell’artista» Mirbeau la definisce «una delle arti meno accessibili alla massa.» Quella massa che si crogiola nei virtuosismi stucchevoli, negli svolazzi neoromantici, negli ipocriti sentimentalismi, nelle ruffianerie moralistiche, sempre incline alla stupefazione spicciola, strenua difenditrice di una indiscutibile tradizione canonica. A tal riguardo porta l’esempio di come furono accolte dal pubblico – e da tanta critica, quella che solo tardivamente avrebbe fatto «ammenda onorevole» delle tante imperdonabili sviste – le opere rivoluzionarie di Delacroix, Millet, Corot e Manet. «Con quale disprezzo sono stati trattati al loro apparire i più grandi tra i nostri pittori! (…) Che si penserà di noi, più tardi, quando si dirà che tutti coloro che furono grandi artisti e recarono alla posterità la gloria di questa metà di secolo, sono stati insultati, vilipesi o, peggio ancora, derisi?» Ci va giù pesante, dando corda a tutto l’impeto della sua scrittura, senza cautele. In difesa dell’arte, quella vera, grande, eloquente, sincera. «Popolo di mattacchioni, moltitudine ghignante di cagnolini, amiamo solo la parola esagerata, lo stridio idiota del riso, il dolore teatralmente drappeggiato. Dobbiamo vedere ogni cosa attraverso finali di vaudeville e melodramma e forzare la natura e la vita a piegarsi a tutte le deformazioni dello spirito, spirito da portieri e da cronisti.» È questo il tenore delle rivendicazioni mirbelliane.

All’artista di Stato – mediocre imbrattatele «la cui sola arte consiste nel rendere minuziosamente tutti i ricami di una tunica e tutti i fiorami di una stoffa» – Mirbeau contrappone l’archetipo dell’artista libero da legacci politici e dalla necessità di compiacere il gusto grossolano delle folle. Critica aspramente ogni forma d’arte ufficiale che «affligge la vista» e disonora l’eredità dei maestri del passato (uno fra tutti Antoine Watteau, che Mirbeau definisce «il più grande dei pittori francesi»). Calato a picco in un’epoca di grandi trasformazioni che per buona misura ancora ristagna nei liquori dell’Accademia, Mirbeau si adopera con ogni mezzo per valorizzare l’opera incompresa dei grandi innovatori. Fa nomi e cognomi. Da una parte le croste imbellettate dei servi del potere e dall’altra le grandi finestre pittoriche spalancate sulla contemporaneità. La sua è una lotta senza esclusione di colpi contro la medietà «democrazia odiosa che non permette ad alcuna aristocrazia di elevarsi, ad alcuna superiorità di affermarsi.» Quella medietà diffusa che celebra Ernest Meissonier, J. B. È. Detaille, Dagnan-Bouveret e relega nell’ombra personalità geniali come Gustave Moreau, Puvis de Chavannes o Jean Charles Cazin. Convinto che «In arte si dev’essere o completamente nella contemporaneità o completamente fuori di essa» Mirbeau fissa nelle sue Notes sur l’art una serie di istantanee lapidarie. Per Puvis de Chavannes nutre una vera venerazione, e non usa mezzi termini nell’incoronarlo come il più contemporaneo degli artisti della sua epoca. Di Monet scrive: «Si direbbe che non gli sia sconosciuto neanche un brivido della natura.» Nell’elogio, nel rendere onore al merito, la scrittura di Mirbeau si fa luminoso impressionismo.

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Copyright 2017 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere COPIA della rivista CARTACEA: SEGUI ISTRUZIONI A QUESTA PAGINA

Annunci