ADAMO È MORTO | Storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia | Un saggio di Daniel Lord Smail

Posted on 23 settembre 2017

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ADAMO È MORTO

Storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia

Un saggio di Daniel Lord Smail (Bollati Boringhieri, 2017)

di Cecily P. Flinn

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

 

La storia è profonda per definizione. Ogni maldestro tentativo di ingabbiarla una volta per tutte nello spazio asfittico di una cronologia misurabile si è rivelato vano. Per secoli, grossomodo fino alla generazione di Darwin (ma con resistenze che si sono protratte a singhiozzi fino alla metà del XX secolo), gli storici hanno incamerato e promulgato una concezione della storia inquinata dalla temporalizzazione ebraico-cristiana. Nel IV secolo, interpretando la mitologia del Genesi, il vescovo di Cesarea Eusebio calcolò la comparsa di Adamo (il primo uomo) 5198 anni prima dell’avvento di Cristo; successivamente fecero propria questa datazione anche gli storici cristiani Paolo Orosio e Girolamo. In età barocca una ricomputazione di questo calcolo fissò un’età della Terra oscillante tra 3700 e 7000 anni, ma la datazione che più si ammantò di ufficialità fu quella avanzata dall’arcivescovo della Chiesa anglicana d’Irlanda James Ussher, ossia il 4004 a.C. (indicata chiaramente nei commentari di varie pubblicazioni inglesi coeve del Nuovo Testamento).

La morsa della cronologia sacra si allentò di fronte alle nuove acquisizioni degli studi storici condotti nel XVIII secolo. Quando al fianco della storia, cristallizzata in credenze bibliche, cominciarono a lavorare nuove discipline d’indagine come la geologia, la paleontologia, l’etnologia e la storia naturale si fece sempre più largo la convinzione che la Terra (e di riflesso l’uomo) fosse molto più antica di quanto non si fosse mai ipotizzato. Né migliaia, né decine di migliaia, ma milioni, forse miliardi. Va da sé che questi nuovi rilevamenti, confermati da prove tangibili, crearono un forte imbarazzo nelle gerarchie ecclesiastiche, decise più che mai a perorare le verità rivelate dai testi sacri. In età tardo illuminista la questione delle origini segnò una cesura netta tra pensiero scientifico e pensiero religioso, anche se non mancarono le teorie conciliatrici tese a salvaguardare la credibilità biblica. Nei primi decenni dell’Ottocento le crescenti scoperte geologiche fornivano prove schiaccianti sull’antichità della Terra. Il rinvenimento di utensili e di fossili d’animali estinti incastonati nei medesimi strati sedimentati schiuse gradualmente le pesanti porte della preistoria (quel lasso di tempo indefinito che si volle far coincidere con l’era antecedente al profilarsi delle prime civiltà). Subentra, non senza fatica, il nuovo concetto di cronologia estesa. Intorno alla metà dell’Ottocento si innesca una vera e propria rivoluzione sulla concezione del tempo, un tempo elastico, dilatato, profondo, non più castigato dai dettami divini.

Lo spartiacque tra la vecchia e la nuova concezione del tempo è segnato dalla pubblicazione de L’origine delle specie di Charles Darwin (1859). Darwin gettò un ponte solido tra le origini della vita sulla Terra e l’evoluzione dell’umanità in seno alla stessa, il tutto su scala temporale geologica. Altri due testi fondamentali furono Le prove geologiche dell’antichità dell’uomo (1863) del geologo Charles Lyell e Tempi preistorici (1865) dell’archeologo John Lubbock. L’antropologia preistorica e la paleontologia si affinano come discipline specifiche proprio in questi anni. Si deve a Lubbock la suddivisione dell’età della pietra in Paleolitico (età della pietra antica) e Neolitico (età della pietra nuova). Più avanti si definiranno post-litiche tutte le età successive alla neolitica (cui è associata l’innovazione dell’agricoltura). Da un lato le scoperte sull’evoluzione delle specie e sulla selezione naturale, dall’altro la nuova consapevolezza sulla vertiginosa curva del tempo geologico: è in questo frangente storico che va delineandosi compiutamente un consenso generale sulla necessità di un’indagine comparata, la sola a poter garantire una decifrazione scientifica delle tracce rinvenute. Il passo in avanti, come ogni novità, conobbe resistenze d’ogni tipo. Gli storici della vecchia scuola (prolifici compilatori di manuali scolastici e di storie universali) erano restii nel concedere alla preistoria più di qualche paragrafo sbrigativo, tanto ammantata d’ombra appariva ancora ai loro occhi quella landa selvaggia ricettacolo di miseria e brutalità.

Dove non c’è civiltà non c’è storia: questa convinzione informò di sé tanta storia celebrata come storia delle nazioni (o patriottica), storia di grandi uomini o storia delle grandi civiltà (da quella mesopotamica, rigurgito del Giardino dell’Eden, in avanti). La preistoria, condannata dalla sua stessa etimologia, era semplicemente cacciata fuori, lasciata appannaggio di meri studi archeologici e paleontologici. Se non c’è scrittura non c’è civiltà, e se non c’è civiltà non c’è storia: ecco un altro concetto-muro che per decenni operò contro l’inclusione della preistoria nella storia. Il clima bellico della prima metà del Novecento contribuì al racconto politico della storia dei popoli, ma non mancarono le voci fuori dal coro come quelle dello storico James Harvey Robinson (1912): «Conosciamo effettivamente molto poco del cosiddetto periodo “preistorico”, ma il fatto stesso che esistette un tale periodo costituisce di per sé la più importante delle scoperte storiche.» Lo storico Frederick Teggart nel 1916 asserì che «non esiste alcun confine ferreo tra tempi “storici” e “preistorici”; la storia dell’Uomo include l’uomo di qualunque luogo e di ogni tempo (…) Antropologia e storia differiscono solo nella misura in cui ciascuna rappresenta l’uso di una specifica tecnica investigativa.» Larga eco presso il grande pubblico, vieppiù affascinato da questa nuova prospettiva storica, incontrò Profilo di storia (1919) di H. G. Wells, dichiaratamente aperto all’annessione del preistorico nello storico. Le resistenze storiografiche, come abbiamo già notato, procedettero di pari passo alle nuove intuizioni.

Storici come Kelley Sowards, Chester G. Starr, John B. Harrison (l’elenco è lungo) continuarono fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento a sostenere le logiche della cronologia breve, persuasi che non poteva darsi alcuna forma di storia in assenza di testimonianze dirette di una civiltà (documenti tramandati sotto forma di scritture, manufatti artistici, insediamenti). «La storia non può discutere le origini della società, perché l’arte della scrittura, che rappresenta la base della conoscenza storica, è un’invenzione relativamente più tarda.» sono parole dello storico Leopold von Ranke, condivise anche da colleghi come Charles Seignobos e Charles Langlois, su una linea di pensiero già espressa da Vico nella Scienza Nuova (ovvero: nessun documento nessuna storia). Il passato non scritto resterà per sempre inconoscibile.

Da un’ottica diametralmente opposta guardano i sostenitori della storia profonda, convinti che la natura sia disseminata di tracce significative capaci di parlare alla stregua delle scritture. Già Darwin aveva osservato che la documentazione geologica deve considerarsi «come una storia del mondo tramandata imperfetta e scritta in un mutevole dialetto», una storia frammentata, codificata, stratificata ma pur sempre leggibile e decifrabile. I sostenitori della cronologia estesa cercano risposte dunque da queste tracce, echi di un passato sepolto che parlano attraverso sedimenti, rocce, pollini, isotopi, DNA mitocondriale, comportamenti, tradizioni, utensili, cocci, fonemi (il tempo presente come specchio del tempo passato, in un’unica soluzione di continuità). La scrittura, nata come dispositivo mnemonico, aveva alle spalle una lunga tradizione di oralità. Considerare l’adozione della scrittura come un inizio della storia è un grave errore. La storia di Homo, scrive Daniel Lord Smail in Storia profonda (Bollati Boringhieri, 2017) va rintracciata molto indietro nel tempo, ben al di là dei limiti imposti da certa cieca storiografia. Prime organizzazioni socio-politiche complesse, come hanno dimostrato recenti studi, erano presenti ben prima dell’età neolitica. «La storia profonda dell’umanità» scrive Smail «non ha un inizio particolare e certamente non è indirizzata verso un obiettivo specifico.»

L’indagine comparata multidisciplinare si è rivelata, specie in questi ultimi decenni, uno strumento prezioso per lo storico. Oggi ne sappiamo molto di più, certe nebbie si sono diradate, certi miti fuorvianti si sono fortunatamente estinti, ma tanto resta ancora da scoprire sulle nostre origini e sul nostro percorso accidentato (progressivo certo, ma affatto lineare o rispondente a un disegno prefissato). Nel suo saggio, per molti aspetti rivoluzionario, Smail auspica che gli studi storici si avvalgano sempre di più dell’apporto concettuale dell’evoluzionismo e delle scienze biologiche. La storia profonda è scrigno di informazioni fondamentali per comprendere come il proto-uomo abbia operato nel mondo e attraverso quali mutevoli comportamenti. Lo studio di Smail si concentra in modo particolare sul cervello, un immenso archivio di memi (per usare un’espressione di Richard Dawkins), che se interrogato correttamente può svelare informazioni preziosissime. L’approccio proposto da Smail è neurostorico. Appellandosi alle più recenti scoperte della neuropsicologia e della neurofisiologia gli studiosi di storia profonda sono oggi in grado di indagare processi complessi delle reti neurali legati ad antichissimi pattern comportamentali e stati emozionali. Il cervello umano, scrive Smail, si è evoluto nel corso degli ultimi 1,7 milioni di anni (dalla comparsa di Homo ergaster in Africa, un proto-uomo non poi così dissimile dall’uomo moderno) «per permettere agli individui di negoziare le complessità crescenti poste dalla vita sociale.»

Nel corso lungo del tempo l’evoluzione culturale è stata modellata dalla neurobiologia. Stati d’animo, sentimenti, emozioni sono realtà fisiologiche (localizzate in zone specifiche del cervello) che hanno attraversato la loro storia evolutiva. Parliamo di entità (legate a ormoni e neurotrasmettitori) che spesso agiscono per automatismi istintuali. Nel cervello agiscono sostanze chimiche – serotonina, dopamina, ossitocina, vasopressina, prolattina, adrenalina, testosterone, androgini, estrogeni… – che veicolano stati e sensazioni. Ogni sostanza chimica presente nel cervello veicola una sua propria storia naturale. «Una storia profonda» scrive Smail «richiede il riconoscimento di un’eredità genetica e comportamentale proveniente dal passato (…) Viste in questo modo, le emozioni e le predisposizioni ereditate dal passato ancestrale, dove si sono evolute al crocevia tra biologia umana e cultura umana, formano un contesto strutturale per molte delle cose che facciamo e che abbiamo fatto.» Genetica, ambiente, cultura, casualità, configurazioni neurali, moduli cognitivi: solo un’analisi comparata potrà gettar luce sulla società ancestrale. Adamo è morto. Al suo posto c’è Homo, una creatura complessa dotata di un cervello complesso che nel suo archivio trattiene pagine e pagine di storia profonda. Smail si sofferma inoltre sui meccanismi psicotropi adottati da Homo nel passato come nel presente (sostanze o pratiche d’alterazione degli stati d’animo). Dal cervello possono arrivare molte risposte, pattern resistenti sonnecchiano nelle profondità delle nostre sinapsi.

Coniugando lo studio della storia umana con quelli dell’evoluzione biologica e culturale (connessi alla neurostoria), Smail offre uno strumento nuovo all’indagine delle nostre origini. Un testo rivoluzionario e provocatorio, di grande fascinazione, che schiude un nuovo paradigma nello studio della storia.

Cecily P. Flinn

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

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