PAROLA DI ZERO | Tre, due, uno… Zero. Renato Zero si racconta (Blues Brothers, 2017) | Un testo a cura di Monica Gerardi

Posted on 19 settembre 2017

0



PAROLA DI ZERO

Tre, due, uno… Zero | Renato Zero si racconta (Blues Brothers, 2017). Un testo a cura di Monica Gerardi

di Andrea Pardo

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Lo spessore di un personaggio si riconosce non soltanto da ciò che ha detto o fatto, ma anche da ciò che è stato capace di suscitare intorno a sé. Oggi molti cercano di essere personaggi, e per un po’ forse ci riescono. Ma il tempo è un giudice severo e la gente dimentica presto. Puoi essere bravo a fare qualche battuta o azzeccare un motivetto che vada bene per la reclame di un prodotto, puoi assumere l’abito dell’impegnato e fingere battaglie di cui però ti mancano le premesse. Per un po’ funziona. Essere artista, ancor prima che personaggio, è ben altro. Non è solo saper cantare, ballare o recitare. Lì basta la tecnica. L’artista deve avere innanzitutto qualcosa da dire, e una storia, un vissuto che lo avvalorino.

Renato Fiacchini si è assunto in pieno questa sfida col tempo e con la vita, il giorno stesso che ha scelto di chiamarsi Zero. Uno zero che lui ha raccolto da quanti, sprezzanti e deridenti, glielo sputavano addosso come segno di nullità. Ora lui è quello Zero sbattuto in faccia al mondo, lo zero che fa la differenza e che ha il suo peso nella storia. Essere Renato Zero vuol dire essere il fulcro di un discorso che travalica i confini di una carriera, per quanto lunga e feconda. Vuol dire aver dato vita a un qualcosa che va ben al di là dello spazio scenico e di tutto ciò che possa essere rappresentato nella dimensione performativa. Chiunque sia stato almeno una volta a un suo spettacolo sa bene che lì, su quel palco, non ha trovato solo un cantante o un bravo showman, ha trovato qualcuno che possedeva a pieno titolo l’autorevolezza per poter dire, in musica, tutto quanto c’era da dire. I suoi testi hanno saputo afferrare e cantare la vita sviscerandone ogni aspetto, con assoluta efficacia, talvolta con crudezza, e con quella lungimirante ironia capace di sdrammatizzare, sì, ma anche di infrangere, sfidare, accendere piccole grandi rivoluzioni. Le stesse che ciascuno, poi, ha potuto in cuor proprio far sue.

67 anni, oltre mezzo secolo di attività artistica, una sterminata discografia ed eccolo ancora qui quello Zero attorno a cui si fondono storie, sentimenti, aspirazioni; quel personaggio capace di unire e dividere, attirare e respingere, ma che sempre e comunque resterà quel simbolo che ha segnato la storia, non soltanto musicale, del nostro paese. Un nuovo libro, dal titolo Tre, due, uno… Zero, curato da Monica Gerardi per la Blues Brothers Edizioni, si aggiunge alla corposa bibliografia che si occupa dell’istrionico cantautore romano. Il volume propone una selezione di frasi estrapolate da dichiarazioni, interviste e testi di presentazione agli album, a partire dal 1980 fino a oggi. Purtroppo, mancando di un’introduzione e di un apparato critico, il libro si ferma a metà strada tra un prontuario e una piccola biografia, che scade in appendice riportando alcuni episodi di spicciola cronaca. Resta comunque un contributo apprezzabile, utile a riannodare i fili di un discorso complesso e articolato che ruota attorno ai tanti temi affrontati dallo chansonnier italiano. Amato e seguito incondizionatamente da una folta schiera di sorcini (come si definiscono i suoi fan), ma capace di catalizzare intorno a sé un pubblico trasversale, Renato Zero ha sempre proseguito lungo il suo percorso umano e artistico con determinazione, a debita distanza da opportunistiche ruffianate, e resistendo ai non pochi contraccolpi della vita.

Nelle dichiarazioni raccolte in questo libro troviamo condensato lo “Zeropensiero”, quasi una filosofia del vivere, e non mancano quelle che in più occasioni e da più parti sono state usate strumentalmente per attaccarlo. Ne emerge un personaggio che ha saputo trasferire nella sua arte tutto un mondo esperito in prima persona, osservato e introiettato tra i marciapiedi e i sobborghi d’una città, mantenendo un piede sul palco e l’altro sulla strada. C’è la vita, c’è la morte; c’è l’amore oltre i sessi e i generi, vissuto e cantato in tutte le sue declinazioni; ci sono le sue tante – e vere – battaglie civili; c’è la sua dimensione spirituale, fatta di un cattolicesimo scevro da bigottismi o dogmatismi di sorta; c’è la piena aderenza a un’umanità varia, diversa, colorata, tormentata, che come pochi lui ha saputo cogliere e abbracciare, quasi con pasoliniana passione e tenerezza. L’aborto, la violenza sui minori e sulle donne, la tossicodipendenza, la discriminazione… sono tutti temi che Renato Zero, primo in Italia e in tempi non sospetti, ha fatto suoi con le sue canzoni, lontano dalla rissa quotidiana. Questo non farà forse di lui un’icona per certo ingrato checcume ridanciano, ma di certo ne fa un luminoso esempio di arte totale e di grande impegno civile.

Andrea Pardo


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Copyright 2017 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere COPIA della rivista CARTACEA: SEGUI ISTRUZIONI A QUESTA PAGINA

Annunci