IMAGO SILENTIUM | L’evocazione del silenzio nella pittura

Posted on 27 giugno 2017

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IMAGO SILENTIUM

L’evocazione del silenzio nella pittura

di Daniel I. Wölzke & Massimiliano Sardina

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

 

La pittura è un’arte di muta eloquenza. L’immagine è apparenza che scherma sostanza. Occorre prestare ascolto, guardare attraverso – intravedere e contemplare – per percepirne il silenzio e tutto quello che vi è di riposto, tutto il recondito che sonnecchia sotto la patina della pellicola pittorica. La musica non è cieca, evoca immagini, sprigiona visioni; allo stesso modo le arti visive incorporano la dimensione acustica per rilasciarla come risonanza. Così come la musica non coinvolge solo l’udito, la pittura non si limita alla sola vista (i sensi che utilizziamo per saggiare il fenomenico non smettono mai di tenersi per mano). Che cosa sia davvero il silenzio è difficile stabilire, fermo restando che non si tratta soltanto di mera assenza di suono. Il silenzio è una soglia, uno iato nello spazio-tempo, un mondo nel mondo, una preghiera recitata dal vento. È la dimora della rimembranza visitata dall’oblio. Il silenzio è ritiro, ritorno, riappropriazione. Tutto vi è compreso, trattenuto e al contempo estromesso: è il grande bianco che tutto assomma e annulla, un lampo di luce, l’architettura di una nuvola. Abbraccia territori sconfinati, li sorvola simile a un banco di nebbia invisibile. Ha dalla sua una solenne immobilità e un’immanenza pervasiva. Più antico d’ogni mito, il silenzio precede, attraversa e supera tutte le culture, incurante, parallelo a tutte le esistenze. Riempie ogni cosa lasciandola vuota. È un protagonista camuffato da comparsa che si sottrae alla visione un istante prima di entrare in scena.

Il vecchio detto “dal silenzio veniamo e al silenzio torneremo” ha come contraltare un’esistenza esperibile solo nel caos, tra i frastuoni e i disordini del mondo; consolatoria è dunque una delle mille radici del silenzio, un appiglio, un rifugio, una vuota parentesi dove cercare protezione. Incorporeo, informe, inconsistente, è il ritratto della trasparenza. Come può non competergli la verità? Non ha nome, non ha luogo, non ha tempo. Come abbia fatto a palesarsi ovunque e in chiunque è il più grande dei suoi misteri. Tace dalla notte dei tempi sebbene sia gonfio di sottintesi (tautologia assoluta: è uno scrigno chiuso a chiave, e la chiave è nello scrigno). Chi mai ne carpirà il segreto? I mistici in deliquio d’estasi o le menti più razionali? Forse solo l’arte può poggiare l’orecchio sul vetro di quest’ampolla, chi più di lei? Non è che un …sssht!, ma dentro vi riposa l’intero universo, cullato dal suono primordiale della vibrazione fossile. Se prima che tutto prendesse forma il silenzio c’era già, dunque il silenzio è cuore d’ogni forma, sostanza occulta, voce interna. L’artista, armato d’acuminate geometrie, può stanare questo suono intrinseco e farlo parlare. Non è un’impresa facile. Il silenzio si lascia catturare malvolentieri, appena può sguscia via, si intrufola dentro un rumore di fondo, sfuma, svanisce.

Sono numerosi nel corso dei secoli i pittori, i musicisti e i poeti che hanno tentato di immortalarlo nelle loro opere, insufflandolo nelle trame visive, insinuandolo tra le righe e sospirandolo tra le note. «Dolce è la melodia che s’ode, ma ancor più dolce è quella senza suono» scriveva John Keats in Ode a un’urna greca. Il silenzio è tempio di una verità altra, sganciata dall’effimero e dall’assordante. Vi si accede attraverso il raccoglimento e la contemplazione, ponendosi in ascolto. «Esistono pitture – scrive Laura Falqui in La sostanza nascosta (Mimesis, 2017) – che si presentano allo sguardo in quanto icone del silenzio. (…) Distanza, sguardo indiretto, matematica delle proporzioni, fondali tersi, istanti congelati…», gli artisti hanno messo a punto tutto un repertorio di strategie configurative per iconizzare l’afflato del silenzio; trasposto in pittura il silenzio stilla il suo tacito alfabeto, emette pulsazioni e richiami attutiti, scintilla a deboli intermittenze nella grande opacità, a suo modo parla, urla, si sbraccia per segnalare la sua presenza. Per comprendere i fonemi di questa lingua muta (lingua madre averbale e preverbale) l’osservatore-ascoltatore deve a sua volta necessariamente ammutolirsi, tacitarsi, purificarsi di ogni dissonanza. Il silenzio parla a chi lo sa ascoltare e si manifesta visivamente a chi lo sa discriminare oltre l’ingombro del concreto. In pittura l’epifania del silenzio investe tanto la figurazione quanto l’astrazione, con una predilezione forse per quest’ultima (come insegna Kandinsky).

Quest’ingombrante assenza, quest’invisibile presenza, può far capolino dietro le fronde di un albero piegato dal vento o pulsare a intermittenze nella rifrazione di una cangianza. Il silenzio può celarsi tanto nella fissità ieratica di uno sguardo quanto nella fluttuanza di luci e ombre su un oceano in tempesta. È quella stanza sempre in fondo al corridoio, avvolta dalla penombra, o più ancora è il paesaggio rarefatto che dalle finestre di questa misteriosa stanza, talvolta, se ci si sa sporgere, è possibile ammirare. Al silenzio si può tendere, ma di rado lo si raggiunge. È più un’aspirazione che altro, in special modo nelle arti. Vero è che in certe opere di Piero della Francesca, di Giovanni Bellini e di Masaccio ci sembra quasi di poterlo toccare con mano, tanto vivida avvertiamo la sua pregnanza. Di “risonanza interiore”, di “suono quale anima della forma”, di interrelazione tra la dimensione acustica e quella cromatica ha ampiamente riflettuto Kandinsky nel celebre Lo spirituale nell’arte e in molti altri suoi studi. Ci sono regole per codificare il silenzio attraverso il medium pittorico? E se sì, è possibile individuare un metodo universale per poterle poi decodificare? Anche a questo è difficile rispondere. La visione è sempre una soggettiva, e ciascuno vede ciò che vuol vedere e sente quel che vuol sentire; è vero però anche il contrario, che dall’oggettività non si fugge e che la percezione sensoriale non può eludere certe regole.

Nello spazio pittorico il silenzio può essere suggerito attraverso determinate geometrie (dalle più elementari alle più complesse, passando per il misterioso e affascinante schema della sezione aurea); non c’è forma, infatti, che non contenga al suo interno una geometria connotante (il silenzio traspare ed emerge proprio da questo scheletro-anima sotteso alla forma). Nella statuaria acefala della Grecia classica il silenzio fa tutt’uno con la pietra, sopravvissuto anche lui alla damnatio memoriae perpetrata dal tempo; nella Flagellazione di Piero della Francesca la figura assisa raffigurata nella parte sinistra dell’opera assurge a personificazione del silenzio; nella Trinità di Masaccio la dimensione del silenzio scaturisce dal punto di fuga in chiave simbolica della neonata prospettiva centrale; nel ciclo dei Bagni misteriosi di Giorgio De Chirico il silenzio paralizza scenari e astanti restituendo la realtà sensibile alle atmosfere del mito; nelle stesure monocrome suprematiste di Kazimir Malevič – tra neri assoluti e bianchi assoluti – il silenzio si fa iconoclastia del respiro, sfondamento e negazione dello spazio; nelle composizioni di Giorgio Morandi il silenzio è esalato dalla solitudine degli oggetti, muti testimoni di un mondo che al contempo preserva e abbandona; in David Hockney il silenzio parla per scomposizioni e per fotogrammi isolati, ritagli e porzioni di spazio-tempo; in Vilhelm Hammershøi il silenzio prende la forma desolata della quotidianità, con le sue eterne attese, gli incolmabili vuoti e gli spettri delle cose perdute; in Georges Seurat il silenzio è emanazione di una perfezione tutta matematica, figlio del rigore e sposo della staticità; in Leonardo il silenzio è sibillino, custode di enigmi, velatura che non svela ma che lascia intravedere; in Dalì il silenzio soffia nelle commistioni inquietanti dell’onirico, cala dall’alto e avvolge la visione in una cappa d’arcana suggestione; …e di esempi se ne potrebbero enumerare moltissimi altri, tanto il silenzio è impastato nella trama pittorica.

Abbiamo dunque osservato come in pittura il silenzio possa essere generato con raffinate strategie, ossia con un linguaggio muto prodigo di stati di sospensione, reiterazioni, rarefazioni, camouflage, stasi o accostamenti enigmatici. La muta eloquenza della pittura padroneggia la sinestesia suono-colore riuscendo a cristallizzare quel che per sua natura è impalpabile e volatile. Simbolisti, Nazareni, Preraffaelliti, Divisionisti, Suprematisti, Neoplastici, Astrattisti puri, Metafisici o sacerdoti del Realismo Magico: l’Imago Silentium emerge dalla patina occulta di opere tra loro tanto diverse e distanti nel tempo. È un’energia sonora che affiora sulla superficie per un solo fuggevole istante, il tempo di una eco, poi di nuovo affonda, sprofonda, torna a zittirsi. Più che del sogno, scrive bene Laura Falqui, il silenzio è appannaggio del sonno, terra di mezzo tra il razionale e lo spirituale, condizione privilegiata per un abbandono che può farsi estasi e connessione con la dimensione altra. Come non citare al riguardo il celebre Cavaliere dormiente di Raffaello, opera enigmatica e densa di rimandi. Tra sonno e silenzio c’è un legame ancestrale, una corrispondenza. La storia della pittura – dalle silenziose grotte della preistoria alle gallerie di questa nostra iper-iconica rumorosissima contemporaneità – ci insegna che la rappresentazione del silenzio non deve necessariamente ricorrere alla rimarcazione di ciò che è assente o immobile; il silenzio può emergere anche dal movimento e dall’evidenza, sta all’abilità del pittore saper fare emergere la qualità immota di oggetti e soggetti nell’economia della composizione. Nel silenzio c’è la sintesi, c’è la sostanza sottesa alla parvenza, c’è l’anima profonda dell’immagine. L’Imago Silentium è specchio dell’interiore, ritratto nudo del sé, consapevolezza. «Gli artisti di oggi fanno molte chiacchiere, – scriveva Ernst H. Gombrich nel 1993 – ma al loro mestiere è indispensabile il silenzio.»

Daniel I. Wölzke & Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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