LA VITA NEGATA | La vera storia di Marianna De Leyva, la Monaca di Monza

Posted on 23 giugno 2017

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LA VITA NEGATA

La vera storia di Marianna De Leyva, la Monaca di Monza

di Paolo Schmidlin

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

Stesa tra due candele accese e coperta  da un pesante drappo nero, la giovane Marianna vive il proprio funerale. È  gelata, sdraiata bocconi sulla fredda pietra con indosso solo un camice leggero. Ha sedici anni e le hanno da poco tagliato con rudezza i lunghi capelli. Tra le lacrime, mentre le monache attorno a lei recitano litanie funebri, la giovane novizia pronuncia voti definitivi che non sente: di povertà, castità e obbedienza. È consapevole che da quel giorno dovrà dimenticare la sua vita precedente, la casa paterna, la spensieratezza dell’adolescenza. Le sue giornate trascorreranno  tutte uguali nel chiuso  del convento, nel silenzio ovattato dei corridoi, nelle penombre delle celle. È un vero e proprio rito sacrificale, il cui culmine è quando il patriarca che officia  proclama: “Io ti sposo a Gesù Cristo. Prendi l’anello della fede come segno dallo Spirito Santo.” E le infila alla mano destra quell’anello che per lei è segno di ineluttabile condanna.

Stiamo parlando di Marianna De Leyva, meglio conosciuta come “la Monaca di Monza”.

Illustrazione sulla monaca di Monza

La storia è costellata di “malmonacate”; così erano definite quelle giovani donne che venivano forzatamente rinchiuse in convento senza che manifestassero alcuna reale vocazione. Le famiglie, in genere per limitare la dispersione del patrimonio, si arrogavano il diritto di scegliere del destino di queste sventurate che non si ribellavano perché un “no” sarebbe stato massimamente scandaloso e la sfida sarebbe stata peggiore della condanna al monastero. Avrebbero addirittura rischiato di perdere la vita, per mano di padri e fratelli. Nonostante la Chiesa con il concilio di Trento fingesse di condannare le “vocazioni obbligate” – che erano punibili anche con la scomunica – l’usanza era radicata e diffusa.

Una di queste fanciulle altolocate obbligate a pronunciare i voti fu proprio Marianna De Leyva y Marino, alla cui figura Alessandro Manzoni s’ispirò per raccontare, romanzandola e sorvolando sui particolari più scabrosi, la disperata vicenda di Gertrude ne I promessi Sposi.

Marianna nasce il 4 dicembre 1575, primogenita di un nobile spagnolo, il conte di Monza Martino De Leyva, figlio del primo governatore di Milano. La bambina è molto ricca anche da parte di madre, che è Virginia Maria Marino, figlia di quel banchiere milanese ricordato per la costruzione di Palazzo Marino. Alla morte della madre si trova, in tenera età, erede di una vera ricchezza da dividere con i fratelli; a lei spetta proprio, tra gli altri beni, il suddetto Palazzo. Ma il padre non intende lasciarle quell’immenso patrimonio e sceglie per lei il convento. La piccola cresce con un destino segnato, costretta a giochi solitari con bambole vestite da suora. A soli tredici anni entra come novizia nel convento di Santa Margherita di Monza, nell’ordine religioso degli Umiliati. Due anni dopo, nel 1591, prende i voti definitivi con il nome della madre e diventa suor Virginia Maria.

La vita conventuale per la giovane è assai diversa da quella delle altre monache. Essendo una nobildonna proveniente da una famiglia molto influente, gode di enormi privilegi: in quanto feudataria di Monza riscuote tributi e risiede non in una modesta cella bensì in un appartamento separato, assistita da quattro suore ausiliarie, da due dame di compagnia (Benedetta Omai e Ottavia Ricci) e da una conversa per le mansioni di servizio (Caterina Cassina).

Tuttavia suor Virginia è disperata, tormentata, soffre della mancanza di libertà che le è stata imposta, della monotonia dell’osservanza quotidiana e degli odiosi obblighi che scandiscono le giornate (le monache devono alzarsi anche nel cuore della notte per recitare l’officio). Questo la porta a diventare dura, arrogante, altezzosa; sfoga la sua infelicità per quell’isolamento emozionale giungendo fino  a picchiare le consorelle che non le obbediscono. È comprensibile che una giovane donna, reclusa nel fiore degli anni contro la sua volontà, sia preda del più profondo sconforto. Nelle notti primaverili, quando i profumi del pitosforo e dei roseti che fioriscono nei giardini esterni penetrano dalle finestre del convento insieme al chiarore lunare, lo struggimento diviene per lei quasi intollerabile.

Va però detto che – come ben narrò il Boccaccio – pur essendo un istituto di clausura, i contatti con il mondo esterno non sono così difficili: ci sono fornitori, giardinieri, religiosi uomini, edifici confinanti con finestre e terrazze… Il destino  vuole che proprio nella casa di fronte, il cui giardino è adiacente a quello del monastero, viva il conte Gian Paolo Osio che è un giovane uomo bello e scanzonato che si diverte a stuzzicare le giovani educande e a intrecciare con loro fugaci relazioni. La Monaca di Monza ne viene a conoscenza e – spinta forse anche da un sottile sentimento di gelosia – lo rimprovera aspramente.  Dall’alto della sua autorità, lo diffida dall’avvicinarsi al convento e gli ingiunge di lasciare in pace le monache e le ragazze. Lo tratta con estrema durezza e alterigia. Qualche giorno dopo un certo Molteno, agente fiscale della famiglia De Leyva, viene ucciso con un colpo di archibugio. Si mormora che l’omicidio sia stato commissionato proprio dal conte, per lavare lo sgarbo di quella pubblica ramanzina. Gian Paolo è un uomo deciso e da quel momento comincia  a rivolgere le sue attenzioni  proprio alla Signora. La saluta ogni volta che la scorge alla finestra, le invia delle lettere. Virginia, come feudataria della città, usa il suo potere per farlo bandire da Monza. È il preludio di una vicenda in cui Eros e Thanatos si intrecceranno indissolubilmente e che avrà esiti devastanti.

Giovanna Ralli nel film La Monaca di Monza di Carmine Gallone, 1962

Dopo un anno, nel 1598, Virginia fa annullare il provvedimento; Osio allora manifesta pentimento, partecipa a tutte le messe in cui prevede la presenza della suora, riesce a strapparle brevi conversazioni… fino ad arrivare, con l’aiuto di suor Ottavia e suor Benedetta, a ottenere dei veri e propri scambi epistolari.

Dalle lettere sempre più appassionate si arriva presto ad un incontro de visu in parlatorio. Cominciano dei casti corteggiamenti e anche degli scambi di regali finché un giorno Osio passa alle maniere forti e si consuma un primo contatto carnale, cui Virginia inizialmente tenta  di sottrarsi. Poi cede, e dal parlatorio alla camera da letto il passo è breve. Comincia una tresca in cui anche suor Ottavia e suor Benedetta sono coinvolte: dal momento che dividono la stanza con la Signora, assistono e partecipano disinvoltamente ai rapporti sessuali tra lei e Gian Paolo. Come scriveva Diderot: “La miseria avvilisce, la clausura deprava.”

Virginia ha continui ripensamenti, rimorsi, tenta di resistere alla propria passione: fa dei voti, si sottopone perfino a sortilegi fatti anche usando gli escrementi dell’amato. Ma tutto è vano. Nel 1602 dà alla luce un bambino, “un putto morto” e nel 1604 una bimba, Alma, che viene affidata alla nonna paterna ma che lei riesce a vedere spesso .

Lo scandaloso menage a quattro prosegue per ben dieci anni. Osio si introduce nel convento utilizzando metodi che hanno davvero del boccaccesco: scale appoggiate alle finestre, buchi nei muri, travestimenti da monaca… Ma ad un certo punto la conversa suor Caterina – forse perché esclusa dalla tresca – comincia a ricattarli e la situazione precipita; il conte non ci pensa due volte a ucciderla a bastonate e a seppellirla nel pollaio con la complicità delle tre donne.

È un punto di non ritorno perché la storia boccaccesca si trasforma in una vicenda efferata. La seconda vittima, eliminata da un sicario del conte, é lo speziale Rainero Roncino che aveva fornito i medicinali usati durante le gravidanze della Signora. Nel convento di santa Margherita cominciano i mormorii, le maglie dell’omertà cominciano a cedere. Nel 1607 arriva il Cardinal Borromeo in persona; suor Virginia viene condotta in prigione al convento del Bocchetto  in attesa di ulteriori  indagini.

Il conte Osio a questo punto tenta di eliminare anche le due dame di compagnia che, in preda alla tensione, sono sul punto di confessare tutto: le conduce con un pretesto sul fiume Lambro e spinge in acqua suor Ottavia. Lei cerca disperatamente di raggiungere la riva ma lui la colpisce violentemente sulla testa con il calcio di un archibugio. La donna si da per morta e si lascia trasportare dal fiume. Di fronte a questa scena sconvolgente suor Benedetta fugge e trova rifugio in una casa abbandonata. Ma Gian Paolo riesce a rintracciala e la getta in un pozzo vuoto, dove verrà poi recuperata da alcuni uomini,  gravemente ferita. Ottavia resta in acqua a lungo, aggrappata a una chiusa, e viene salvata da un contadino. Morirà pochi giorni dopo porgendo piena confessione per liberarsi l’anima da ogni peso. La confessione delle due suore costerà al conte la condanna a morte e il sequestro dei beni. Egli si dà alla fuga, nascondendosi presso amici, i nobili Taverna, a Milano. Ma gli “amici” non ci pensano due volte ad ucciderlo per riscuotere la taglia: lo decapitano e gettano la bella testa bruna ai piedi del governatore spagnolo Fuentes.

Il processo canonico a suor Virginia sarà lungo, complesso e ricco di testimonianze di cui resta l’intera documentazione. Termina nel 1608 e la Signora di Monza, con una mano storpiata per le torture, è condannata alla carcerazione perpetua nella casa delle Convertite di Santa Valeria, un ricovero per vecchie prostitute a Milano. La sentenza è terribile per l’assoluta mancanza di “pietas” (tipica della Chiesa nei confronti di chi non soggiace alla sua morale): verrà murata viva in una piccola cella di due metri e mezzo per uno e mezzo, al buio, con un piccolo foro attraverso il quale le verranno passati gli alimenti perché non muoia di fame, un pertugio per l’aria e uno scolatoio per i suoi bisogni corporali.

Virginia resiste per quattordici lunghi anni nell’oscurità e nella solitudine; unico conforto un sacchettino con un ricciolo della figlia, che lei tiene sempre con sé. Quando viene graziata dal Cardinal Borromeo, da quel loculo esce uno spettro: una donna spaventosamente anchilosata, semicieca, ritorta per l’artrite. Ma la Signora di Monza sopravviverà ancora a lungo, sempre in clausura, per spegnersi a settantaquattro anni (un’età eccezionale per l’epoca) dopo una vita lunga ma mai pienamente vissuta.

Paolo Schmidlin

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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