IL PARTITO (PRESO) DELLA VIRILITÀ | Leggendo Il Bell’Antonio di Vitaliano Brancati

Posted on 23 giugno 2017

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IL PARTITO (PRESO) DELLA VIRILITÀ

Leggendo Il Bell’Antonio di Vitaliano Brancati

di Marco Cavalli

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

 

Leggere nel terzo millennio Il bell’Antonio (1949) di Vitaliano Brancati significa fare di nuovo esperienza di quella … come chiamarla: autocensura congenita? deficit di creatività non al soldo di una committenza? coraggio a mezzo servizio? … che è probabilmente un ingrediente basico della letteratura italiana fin dai suoi albori. È la paura del letterato italiano standard di dover pagare tutte le conseguenze di un’immaginazione sbrigliata, il timore di incorrere nella scomunica da parte di un establishment culturale di cui, anche dopo averne visto la modestia, ci si ostina a ricercare il plauso. È lo stesso puntiglio che ha spinto Boccaccio a rinnegare il Decameron, Giorgio Vasari ad agghindare la prosa delle Vite, Torquato Tasso a rovinare, riscrivendola, la Gerusalemme Liberata, Giambattista Vico a rendere quasi illeggibile la Scienza nuova, Manzoni a collocare la Storia della Colonna Infame fuori della sua sede naturale, I Promessi Sposi – e gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Brancati da questo punto di vista non fa eccezione. Se Il bell’Antonio si distingue dalla media non eccelsa dei romanzi in lingua italiana, è solo perché l’autore lo ha scritto facendo violenza alla sua personalità. Delle due nature di cui si compone tale personalità, quale subì la violenza e quale la usò è tuttora difficile a dirsi. Sembra evidente che senza il Brancati fascista della prima ora e votato alla religione del virilismo, l’uovo di serpente del Bell’Antonio non avrebbe potuto essere covato, sebbene per schiudersi gli ci sia voluta più d’una spinta dall’interno a opera di un altro Brancati, un Brancati diverso, insofferente di quel calore di crescita ma lucido abbastanza da riconoscere di provenire da lì.

L’invenzione suprema del Bell’Antonio è il suo eroe eponimo, Antonio Magnano. C’è indubbiamente qualcosa di singolare nella figura di questo giovane siciliano degli anni Trenta che deve alla sua incapacità sessuale il carisma soprattutto erotico che esercita sul prossimo. Una virilità che ha bisogno di conoscere la propria sconfitta per continuare ad affermarsi e a detenere il primato: ecco l’originalità di Antonio. La sua bellezza inerme, aliena, unisex, ricorda la bellezza artistica: non si può non restarne colpiti, ma è impossibile metterla a profitto, assegnarle uno scopo. È una bellezza che trascende il genere (Antonio piace indifferentemente a uomini e a donne), le età (la vicina di casa fantastica su una foto di lui bambino), le ideologie (“che importanza hanno le convinzioni politiche?” si chiede Antonio, che nella Catania del 1934 non possiede, cosa impensabile, la tessera del Fascio).

D’altronde, non stupisce che il bell’Antonio si disinteressi delle sorti politiche del paese, contrariamente a suo cugino Edoardo Lentini, che di Antonio è una specie di procuratore o delegato diplomatico. Di per sé la vicenda di Antonio, il suo matrimonio “bianco” con Barbara Puglisi, sono un convincente discorso sul potere politico tenuto con le parole della potenza sessuale.

A tenere vivo il romanzo è la sovrapposizione implicita di virilismo e fascismo. Il virilismo drammatizza il fascismo e l’uno funziona da chiave interpretativa dell’altro. Dentro il medesimo quadrante d’orologio le due lancette segnano il tempo di un’unica storia che incrocia i ritmi vorticosi dell’opera buffa e quelli scanditi e funebri della tragedia di regime. Le coincidenze cronologiche, per niente casuali, tra i fatti della vita amorosa di Antonio e gli episodi della storia d’Italia si susseguono con la fatalità di eventi naturali. Magari non le si nota immediatamente, ma quando ci si fa caso la loro necessità si impone come una legge fisica.

La tribolata “prima volta” di Antonio cade il 3 maggio 1924, giorno dell’ultimo discorso di Giacomo Matteotti alla Camera. Essendo un mezzo successo, l’iniziazione di Antonio è in realtà un mezzo fiasco: come lo è la fine della democrazia testimoniata dall’assassinio di Matteotti. Il primo passo falso del regime è proprio quello che lo consolida al potere.

A Roma, nel maggio del ’30, Antonio incontra Ingeborg, una ragazza tedesca innamorata di un architetto spagnolo (“spagnuolo è come dire siciliano”), fidanzatasi infine, per volere dei genitori, con un ufficiale viennese rivelatosi impotente. “Mi sembrava un dio” dice di lui Antonio allo zio Ermenegildo appena tornato, guarda un po’, dalla Spagna franchista. L’episodio è narrato da Antonio nel 1938, anno in cui la Germania si annette l’Austria e l’alleanza nuziale dei Puglisi con i Magnano, del tutto opportunistica, inizia a traballare.

Quello dell’Austria con la Germania wagneriana e nazista è un connubio incestuoso che non dà frutto. La Germania (Inge) si volge allora all’Italia rossiniana e fascista (Antonio). Anche Antonio è alla ricerca disperata di una partner sessuale che faccia al caso suo. Alle radici di un sodalizio erotico, come di un’intesa ideologica, c’è sempre una questione di amor proprio ferito. L’accordo tra Antonio e Inge si rivela effimero, deludente e di breve durata. La pulzella tedesca non riesce a sverginare lo stallone siciliano. Antonio si rifugia nell’autarchia del matrimonio sterile con Barbara Puglisi.

I due giovani si sposano nel luglio del ’35, poco prima che scoppi la guerra d’Etiopia, apice dello sforzo da parte dell’Italia di issarsi sui trampoli fino a diventare una potenza come la Germania. Il motivo dell’imperialismo quale esibizione di forza spettacolare che racchiude in sé, nascondendoli, la stanchezza, l’impotenza, il declino, riappare nell’abbinamento Roma-Catania, le due città di Antonio. Il delirio di onnipotenza della capitale è l’altra faccia dello scetticismo rassegnato della cittadina siciliana.

Antonio scopre a sue spese la millanteria che sovrintende ai due priapismi complementari del fascismo e del machismo. L’uno e l’altro non sono che la visione sovradimensionata che ne hanno le loro vittime. La virilità è un po’ come il podere di Alfio Magnano, il padre di Antonio: una proprietà che, siccome c’è, deve rendere nonostante l’evidenza del contrario. Le donne sono indispensabili perché il loro bisogno di farsi dominare è l’elemento inerziale che mantiene il dominio virile dentro la sua leggenda di invincibilità anche dopo che la storia lo ha trascinato fuori e gli ha presentato il conto della serva. “Gli altri avranno la libertà, ma l’Italia ha le donne”, sentenzia Edoardo Lentini. A guerra conclusa, nemmeno una sopravvenuta coscienza politica saprà tacitare in Edoardo l’istinto di tradurre in atto le fantasie di stupro del cugino Antonio.

Antonio, che non deve dimostrare la sua forza, desidera poterlo fare. Innocente in quanto inabile all’atto sessuale, non lo è in quanto non sceglie e non dirige la sua impotenza, né ha il fegato di contrastarne le interpretazioni equivoche. Gli uomini lo considerano con ammirazione e invidia perché nella sua virilità che non sgomita credono di vedere un riposo del guerriero tanto più protratto quanto più aspri e gloriosi sono stati i combattimenti. Le donne, invece, percepiscono il vuoto di potere che è in Antonio e impazziscono nel tentativo di colmarlo. Antonio intuisce che la violenza che egli involontariamente risparmia alle donne viene adoperata da loro contro di lui. Quella mascolinità che riposa languidamente in se stessa, inaudita e pertanto indicibile, all’opposto della natura verbale del machismo, mai disgiunta dalla chiacchiera, dal pettegolezzo (“l’avvocato ti crede l’amante della contessa”), ha un bisogno urgente di essere accudita, protetta, anche a costo di contraddirla.

Forse intimorito dalla paradossale forza di penetrazione di Antonio Magnano, Brancati si è sentito in dovere di spiegarne l’impotenza e, soprattutto, ha voluto affidare a lui quest’incarico improbabile. La lunga confessione resa allo zio Ermenegildo che occupa l’ottavo e il nono capitolo risulta non solo ingombrante, ma in molti tratti anche stridula e incongrua. Quello zio depositario di tanta improvvisa e irruenta verbosità è davvero una fatina buona delle favole, fin troppo sollecito a farsi da parte una volta assolto il suo compito. E Antonio ha solo da perdere a essere guardato dal di dentro, come se uno come lui potesse disporre di una voce sua propria, scissa dalla voce pubblica che lo riguarda. La qualità astratta e perciò potentemente carnale della bellezza di Antonio è l’effetto di una socialità quasi allo stato puro. Antonio è quel che si dice di lui, e anche quel che non si dice. Non è padrone dei suoi silenzi più di quanto lo sia delle parole della gente. L’aver dato al “bell’Antonio” una interiorità, seppure intermittente, è stato forse il dispetto più cattivo che si potesse fargli – un’ingiustizia che, come spesso succede in Brancati, non è priva di una sua armonia estetica, perché rassomiglia al calvario di dover portare la croce di una supervirilità temendo o sapendo con certezza che non vi sarà mai, in avvenire, alcuna risurrezione della carne.

Personaggio laconico, di un’eloquenza lunare, Antonio è un enigma che non si spiega e che però finisce con lo spiegare la realtà che gli sta intorno. Purtroppo Brancati, che pure ha messo le ali al suo eroe, non gli permette di volare, o non più di tanto, altrimenti oggi “il bell’Antonio” sarebbe un tipo, un epiteto proverbiale, e parleremmo di lui come facciamo di Amleto, don Chisciotte, don Giovanni, Pinocchio, Dracula, Frankenstein, personaggi nati sul Parnaso ma che a un certo punto hanno salutato le Muse, sono scesi in pianura, si sono mescolati alle popolazioni illetterate e hanno ottenuto dagli analfabeti di ritorno il diritto di vivere liberamente, immemori, in mezzo a loro.

Marco Cavalli


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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