L’estromissione del collettivo dal territorio dell’immaginazione narrativa | La Grande Cecità | Un saggio-pamphlet di Amitav Ghosh

Posted on 22 giugno 2017

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L’estromissione del collettivo dal territorio dell’immaginazione narrativa

La Grande Cecità | Un saggio-pamphlet di Amitav Ghosh

di Massimiliano Sardina

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

 

La Grande Cecità ci impedisce di vedere. È un sottile sipario che taglia in due la scena: lo spettacolo di una vita luminosa, dinamica e brillante rivela in trasparenza il suo contraltare di buio, stasi e morte. Incuranti continuiamo a spassarcela, convinti che non sia poi così grave, che dopo la tempesta torna sempre il sole e che tutto in un qualche modo si sistemerà, rassicurati da governanti genuflessi agli interessi delle grandi multinazionali. Accumuliamo debiti che una generazione, prima o poi, dovrà saldare. La Grande Cecità ci impedisce di valutare il danno e di acquisire consapevolezza. Comodamente stesi sul sofà stiamo dando fuoco alla nostra casa. Cosa mai potrà ridestarci da questo torpore? Sono i nostri stili di vita ad ingabbiarci? È davvero tutta colpa del capitalismo? La letteratura, l’arte, l’informazione stanno facendo abbastanza o sono vittime anche loro della Grande Cecità? A queste e ad altre domande ha tentato di rispondere lo scrittore e intellettuale indiano Amitav Gosh con il bellissimo saggio-pamphlet La Grande Cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile (edito in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Anna Nardotti e Norman Gobetti).

Un testo fondamentale, coraggioso, che con linguaggio schietto e partecipe mette a nudo le miserie di questo nostro scriteriato tempo sempre più deresponsabilizzato. Indice puntato contro fautori e complici (diretti o indiretti) di un disegno folle che alla lunga non risparmierà nessuno. Possiamo girarci intorno all’infinito, minimizzare o addirittura negare, ma il problema c’è e si chiama riscaldamento globale. Parliamo di un processo in atto da tempo, cominciato con l’industrializzazione e proseguito di decennio in decennio fino ai giorni nostri con continue emissioni di gas serra. Per soddisfare la nostra insaziabile fame d’energia (per assecondare bisogni che riteniamo primari) negli ultimi due secoli non abbiamo fatto altro che bruciare combustibili fossili, intasando l’atmosfera di anidride carbonica. Questo ha causato un aumento delle temperature certificato di 0,8 gradi centigradi (il livello più alto da migliaia di anni). Raggiungere la soglia di un grado, e ci siamo vicini, avrebbe un impatto devastante; le previsioni dei climatologi e modellisti del clima sono tutt’altro che confortanti, anzi dipingono scenari apocalittici. È vero che la temperatura media globale è sempre stata fluttuante, e che le variazioni climatiche non sono insolite, ma quello che non ha precedenti è il ritmo degli odierni cambiamenti climatici, la preoccupante accelerazione con la quale si stanno verificando in ogni angolo del globo. I gas serra che stiamo introducendo nell’atmosfera stanno provocando cambiamenti climatici molto rapidi. Il pianeta si sta trasformando. Ne vediamo segnali ovunque, eppure assistiamo con sempre più tiepida partecipazione all’approssimarsi della débâcle. L’Antropocene – l’era del predominio di Homo sapiens sulla Terra – ci sta portando dritti, come scrive Elizabeth Kolbert, verso la sesta estinzione. Occorrerebbe uno sforzo globale per ridurre le emissioni di CO2, un riassetto dell’intero sistema legato alla produzione di energia, ma le economie delle superpotenze continuano a remare in direzione contraria; laddove il profitto a breve termine scongiura il buon senso e la lungimiranza c’è ben poco da sperare. Queste generazioni stanno scavando la fossa a quelle future. In questi ultimi anni l’aumento delle temperature ha portato a centinaia di migliaia di morti.

Super-tempeste, trombe d’aria, cicloni forza cinque, inondazioni, tsunami, improvvise ondate di caldo e di gelo, siccità, incendi, desertificazione, smottamenti, non ci siamo fatti mancare nulla, e il peggio deve ancora arrivare. “Il clima è impazzito” è diventata un’espressione comune, come se la colpa fosse da addebitarsi al clima stesso e non all’azione sconsiderata dell’uomo. Le previsioni sono allarmanti: tra quarant’anni potrebbero scomparire i ghiacciai himalayani; tra cinquant’anni potrebbe sciogliersi la calotta glaciale in Groenlandia; tra meno di un secolo la foresta pluviale amazzonica potrebbe divenire un’arida savana. Il crescente riscaldamento globale porterà all’innalzamento degli oceani e la gran parte delle città costiere potrebbe essere definitivamente sommersa. È necessario agire in tempi brevi per fermare questo suicidio di massa, questa folle corsa all’autodistruzione. L’unica soluzione è lo stop definitivo ai combustibili fossili (principali responsabili dell’avvelenamento del pianeta) a favore dell’impiego di energie rinnovabili (energia solare, geotermica, eolica…, in attesa di poter dominare la misteriosa energia cosmica, che sazierebbe una volta per tutte e in modo pulito la nostra fame d’energia). Siamo ancora in tempo, ci rassicurano scienziati e climatologi, ma continuare a rimandare per ossequiare gli interessi privati dei signori del petrolio vanificherà ogni disperato escamotage futuro.

 

Commettiamo quotidianamente crimini contro il clima. Ogni volta che ci muoviamo in automobile, che azioniamo un elettrodomestico o che pigiamo l’interruttore della luce contribuiamo (chi più chi meno) al grande disastro. I nostri stili di vita (dai più moderati ai più consumistici) dipendono dal consumo di energia, e non basterà la raccolta differenziata a salvare il pianeta. L’intero sistema legato alla produzione e al consumo di energia abbisogna di una profonda ridefinizione. La popolazione in continuo aumento non può che fungere da aggravante su un quadro già di per sé disperato. L’umanità è una metastasi per il pianeta. Agricoltura intensiva e mega-allevamenti fanno il resto. L’impatto ecologico di un singolo cheeseburger fa rabbrividire. Gli effetti del cambiamento climatico sono sotto gli occhi di tutti, specie sotto quelli di chi finge di non vedere. L’adulterazione di equilibri millenari ci ha gettati in balia di un tempo sfalsato e imprevedibile.

L’Antropocene sarà sempre più caratterizzato da eventi “altamente improbabili”: alluvioni sempre più disastrose, siccità sempre più prolungate, ondate di calore sempre più violente, nubifragi, tornado e quanto di più anomalo si possa abbattere su quel mondo naturale che credevamo di dominare. Questi “eventi insoliti” ci colgono impreparati e producono in noi uno spaesamento. Svegliati bruscamente dal torpore, calati a picco in quella natura che Thoreau definiva «vasta, titanica, disumana», stiamo imparando a dialogare con l’inaudito e l’impensabile. L’inanimato perturbante prende vita e si impone quale interlocutore privilegiato. Siamo intimamente connessi ai disastri scatenati dal surriscaldamento globale, li abbiamo prodotti con le nostre mani, ed ecco che ora ci si ritorcono contro assumendo forme mostruose. Con lucida e severa cognizione Amitav Ghosh delimita il labile confine tra umano e non-umano, intendendo per non-umano il perturbante e l’inaudito spaesante, ossia quella natura violata che ci sta fagocitando. Il vero dramma è che il cambiamento climatico non accende davvero gli animi. È come se, sottolinea Ghosh, nessuno ci creda davvero. Il mostro è al contempo visibile e invisibile.

Lo scrittore indiano punta il dito soprattutto contro quell’immaginazione letteraria che si è fossilizzata sull’umano, perdendo i contatti con la dimensione collettiva. Qual è il posto del non-umano nel romanzo moderno? Perché di cambiamento climatico si occupa prevalentemente solo la saggistica? Forse perché “eventi altamente improbabili” si sposano meglio con la fantascienza? Le future generazioni «si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità.»

Degno specchio dell’Antropocene, spiega Ghosh, il romanzo moderno ha relegato l’inaudito sullo sfondo portando in primo piano gli psicologismi del quotidiano. È il trionfo compiaciuto del dramma interiore sul dramma esteriore. È il trionfo dell’egoico autoreferenziale incapace d’autentica empatia con il corale e il collettivo. Qual è il problema alla radice di questa resistenza? Difficile pensare che l’intellighenzia letteraria non sia debitamente informata sulle alterazioni climatiche che minacciano il pianeta; inoltre, va osservato che anche quando decide di affrontare il tema, la maggior parte dei romanzieri non opta quasi mai per il medium narrativo. Tanta “letteratura seria”, denuncia Ghosh, teme di perdere credibilità inoltrandosi nei territori dell’inaudito, teme di sconfinare nell’inverosimile, nel fantasy. Questo suscitano gli eventi “altamente improbabili”, avvolti da un’aura di irrealtà. «È forse possibile che le arti e la letteratura del nostro tempo vengano un giorno ricordate non per la loro audacia, non per la loro difesa a spada tratta della libertà, bensì per la loro connivenza con la Grande Cecità?» Il rischio c’è, e questo sì che è altissimo. John Updike nel definire il romanzo moderno una «avventura morale individuale» ha centrato il nocciolo del problema; la via imboccata dal romanzo moderno è parte di un fenomeno culturale più vasto e complesso (anche la politica è latitante nella gestione della cosa pubblica).

L’estromissione del collettivo dal territorio dell’immaginazione narrativa è specchio di un atteggiamento generalizzato, di un malcostume diffuso difficile da correggere, presente in diversi strati del tessuto sociale. «Allo stesso modo in cui i romanzi vengono letti ormai come narrazioni identitarie, anche la politica è diventata, per molti, una ricerca di autenticità personale, un viaggio alla scoperta di se stessi.» La santificazione della soggettività e il culto dell’espressività veicolano una letteratura confessionale sganciata dalla realtà. Quelli che Ghosh stenta a trovare «sono scrittori le cui opere di finzione trasmettano una comprensione più precisa dei cambiamenti in corso nell’ambiente.» Le eccezioni non mancano, certo, e va detto che le arti visive sono decisamente un passo avanti rispetto alla letteratura, ma è nei grandi numeri che lo scenario è desolante. Una letteratura militante, consapevole, combattiva, capace di sviscerare la realtà con occhi spalancati: a questo dovrebbe mirare la narrativa contemporanea, scrollandosi di dosso la sterile pratica del soliloquio autoreferenziale. Una letteratura sul campo, che sappia rappresentare sogni e bisogni di grandi aggregazioni di uomini, e che sappia immaginare altre possibilità. La voce della Terra (e della sua atmosfera) merita ascolto e amplificazione. I tempi sono stretti. Occorre agire con urgenza. Alla letteratura (e alle arti) il compito di uscire dal piagnisteo sociologico e di entrare finalmente nel sociale. Per il bene di tutti.

Massimiliano Sardina

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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