L’ALTRA SPECIE | L’ultima dei Neanderthal | Un romanzo di Claire Cameron

Posted on 21 giugno 2017

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L’ALTRA SPECIE

L’ultima dei Neanderthal | Un romanzo di Claire Cameron (SEM, 2017) 

di Leone Maria Anselmi

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

Due storie distanti 40.000 anni l’una dall’altra, ma straordinariamente vicine. Due donne. Due madri. Due esistenze lontane nello spazio e nel tempo, di fatto inconciliabili, ma che in ossequio a un mistero profondo ora vengono a congiungersi. Da un lato l’ambiziosa paleoarcheologa Rosamund Gale e dall’altro “Ragazza”, ovvero i resti scheletrici di un esemplare femminile di Neanderthal rinvenuti in Francia in una piccola grotta nei pressi di Vallon-Pont-d’Arc. È qui che avviene il miracoloso incontro, in un anfratto nascosto appartenente al complesso sistema di caverne di Chauvet, dove nel 1994 erano state rinvenute meravigliose pitture realizzate da esseri umani moderni. Lo scavo – il faticoso dissotterramento dei frammenti ossei fortunosamente scampati alla dispersione – mette in relazione gli esemplari di due specie, una sopravvissuta e l’altra estinta. Rose soffia via la polvere che per millenni si è stratificata su Ragazza, un’esumazione sofferta e gravida di implicazioni. Quello che si va ricomponendo sotto gli occhi stupefatti e commossi della studiosa non è altro che uno specchio.

È la storia di un riconoscimento e di una riappropriazione quella che Claire Cameron traccia in L’ultima dei Neanderthal, e lo ribadiscono i versi di George Eliot (tratti da Middlemarch) posti in epigrafe: «Le nostre azioni ci accompagnano da lontano e ciò che siamo stati fa di noi ciò che siamo.» Procedendo nello scavo, impreparata a quanto di lì a poco vedrà materializzarsi sotto i suoi occhi, Rose individua i resti di un altro scheletro, un esemplare dall’ossatura decisamente più moderna, deposto proprio accanto a quello della Neanderthal. All’inizio stenta a comprendere, poi finalmente realizza: sono i resti di un Homo sapiens. «La Neanderthal era a sinistra, aveva la fronte sporgente e la scatola cranica allungata con una protuberanza sul retro. L’essere umano moderno era a destra, e aveva il teschio più rotondo e il mento prominente. Nonostante le differenze, sembravano guardarsi. Sembrava esserci un rapporto tra loro, come se fossero riusciti a conservare il loro legame persino nella morte.» Si trattava di una scoperta epocale: dunque le due specie entrarono in interazione pacifica, si ibridarono (o perlomeno tentarono di farlo), e arrivarono a condividere persino la stessa sepoltura. La notizia trapela, e Rose improvvisamente si vede puntati addosso i riflettori di mezzo mondo. Fa di tutto per proteggere le sue creature, quel lavoro portato avanti per anni con dedizione e spirito di sacrificio, potendo contare solo su quei miseri fondi che le avevano messo a disposizione, ma tener lontani gli sciacalli e gli affaristi era una battaglia persa.

“Gli amanti”: inevitabile che i media banalizzassero così il ritrovamento. Naturalmente non c’era nessuna prova che si trattasse di due amanti; la piccola forzatura tornava utile agli astuti direttori di musei (creati ad hoc per ospitare i preziosi resti), sicuri che la suggestione avrebbe richiamato masse di visitatori. Per la paleoarcheologa, incinta del compagno Simon, gli ultimi mesi di scavo erano stati particolarmente difficili. La gravidanza, vissuta dapprima come un impedimento, diventa poi la chiave di volta per comprendere il significato profondo di quell’incontro: un faccia a faccia da madre a madre, intervallato da un tempo talmente remoto da risultare coincidente. Non c’è stata interruzione tra Ragazza e Rose. Il mistero della vita le tiene strette l’una all’altra. A pochi giorni dal parto Rose è costretta a indietreggiare e a lasciare il campo. Ad accompagnarla c’è però una consapevolezza acquisita: Ragazza è dentro di lei, lo è sempre stata, come confermano inoppugnabilmente gli esami del DNA.

Nel 2010, dopo un lungo e complesso lavoro di ricostruzione, è stato finalmente sequenziato il genoma dei Neanderthal, e si è così scoperto che gli esseri umani moderni di origine europea e asiatica hanno ereditato dall’1 al 4 per cento circa del loro DNA; questi dati provano l’interazione tra i due gruppi, e confermano che gli Homo sapiens non sono una versione evoluta dei Neanderthal, ma semplicemente loro cugini. È da questo assunto scientifico che è partita Claire Cameron. Il suo romanzo tenta di rispondere a delle domande fondamentali: in che modo ci siamo rapportati a questi lontani cugini? Li abbiamo davvero sterminati, come molti ancora continuano a sostenere? Abbiamo costruito con loro dei legami stabili? Dove non può la scienza può la letteratura, ed ecco che la scrittrice canadese (già nota per l’apprezzato romanzo L’orso) si è spinta ad ipotizzare una storia potenziale, attingendo dalle interpretazioni scientifiche più recenti. Ambientato in due tempi – quello remoto di Ragazza e quello presente di Rose – il romanzo ripercorre l’estinzione dell’ultimo nucleo famigliare di Neanderthal, un piccolo gruppo capeggiato da Grande Madre, sempre in lotta per la sopravvivenza, minacciato da ogni sorta di pericolo, dal morso del sole a quello degli altri predatori carnivori.

I Neanderthal, com’è noto, non erano particolarmente numerosi; raggiunsero un picco di qualche centinaio di migliaio di individui, disseminati tra l’attuale Europa e l’Asia. La monogamia, in una popolazione così poco numerosa e sempre a un passo dall’estinzione, era d’ostacolo alla riproduzione, quindi non veniva osservata. Centro del gruppo era quindi la matriarca, il cui ciclo vitale cominciava a declinare dopo i trent’anni. Ragazza è in calore, ed è in lei che l’anziana Grande Madre confida per il prosieguo del ramo famigliare. La breve stagione degli accoppiamenti (rara occasione d’incontro con le altre famiglie sparse negli sterminati territori) si rinnova ogni anno al disgelo, sulle rive del fiume, quando i salmoni tentano di risalire la corrente per riprodursi e morire. Ragazza andrà incontro al suo destino, come Grande Madre e ogni altra Ragazza prima di lei. È un filo che continuamente si tende e si riavvolge per poi ritendersi ancora, salvo spezzarsi a un certo punto, per ragioni non ancora del tutto chiare. Consapevole che «…un rapporto, un sentimento, uno sguardo: le cose che non si fossilizzano sono le più importanti.» Claire Cameron tenta di dar voce a questa donna arcaica, straordinariamente moderna per il suo tempo, una ragazzina resa adulta da una natura violenta e ostile che non faceva sconti a nessuno.

Con grande abilità narrativa, a tratti quasi immedesimandosi con questa sua eroina lontanissima nello spazio e nel tempo, la scrittrice canadese riesce magnificamente a restituirci un mondo di odori, di umori e di fonemi, catapultandoci con potente suggestione nel fuoco, nel gelo e nel sangue della notte dei tempi. Per questi perduti primati, più uomini che animali, non possiamo non provare affetto ed empatia. Coraggiosamente, a debita distanza da tutti gli stereotipi sui Neanderthal che per troppo tempo ci siamo trascinati dietro, Cameron ci invita a considerare l’altra specie sotto la giusta luce. Questi nostri lontani cugini, che tra l’altro avevano anche un cervello più grande del nostro, non erano affatto dei tonti bestioni senz’arte né parte; il fatto che la loro cultura sia rimasta pressoché immutata per più di duecentomila anni non li rende automaticamente degli idioti. Cacciavano elaborando tattiche, costruivano utensili e ripari, lavoravano le pelli, cuocevano e conservavano il cibo, si adornavano con monili, comunicavano con forme di protolinguaggio, stringevano legami affettivi e relazionali. Erano robusti, possenti, temprati a sopravvivere in condizioni estreme, ma anche molto vulnerabili alle malattie, ai cambiamenti climatici, agli incroci e soprattutto alla competizione con gli Homo sapiens (le loro qualità, comunque, per ragioni che, lo ribadiamo, non conosciamo, non gli hanno garantito la continuità). Quello che li ha penalizzati, forse, limitando la consolidazione di competenze, è come si è già detto il numero fortemente ridotto. Quello che oggi sappiamo di loro, ci suggerisce Claire Cameron, ci costringe a una riflessione profonda sulla nostra origine e di conseguenza sul posto che oggi occupiamo nel mondo.

Leone Maria Anselmi

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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