DOPO BUCHENWALD | Io sono vivo e tu non mi senti | Un romanzo di Daniel Arsand

Posted on 21 giugno 2017

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DOPO BUCHENWALD

Io sono vivo e tu non mi senti | Un romanzo di Daniel Arsand (Codice Edizioni, 2017)

di Massimiliano Sardina

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

 

Novembre 1945. Un’ombra si aggira tra le rovine di Lipsia. Quest’ombra ha un nome: Klaus Hirschkuh. Si è appena lasciato alle spalle la stazione e ora, trascinandosi con fatica, sta cercando la via di casa. Lungo il percorso solo cumuli di macerie e polvere, tanta polvere. Chiunque capirebbe che non sta ritornando da un viaggio di piacere. La sua magrezza è innaturale, sconcertante. Tra la pelle e le ossa giusto un velo di carne. Quanti anni ha? Dall’andatura, incerta e claudicante, lo si direbbe un uomo di mezza età, fiaccato da una vita di stenti, ma avvicinandoci un po’ di più ci accorgiamo che è un ragazzo, poco più che ventenne. Dagli occhi, dilatati e assenti, non traspare altro che muto smarrimento. Da dove viene? Cosa gli è successo? Nessun passante, incrociandolo, avrebbe potuto nemmeno lontanamente immaginarlo. Klaus è sopravvissuto a un inferno inenarrabile, a quattro anni di torture e abusi nel campo di concentramento di Buchenwald. Era stato arrestato dalla Gestapo nel ’41, all’età di diciannove anni, prelevato brutalmente nel cuore della notte dal piccolo appartamento dei suoi genitori. Non era un ebreo, né un oppositore politico, né un criminale generico. La sua colpa? Amare Heinz Weiner.

Essere un cittadino tedesco non l’aveva salvato. Così come non aveva salvato il suo adorato Heinz. Nessuna pietà per quelli come loro, razza degenerata, vergogna della grande maschia Germania. All’atto dell’arresto gli Hirschkuh (il padre Herbert, la madre Hannah e il fratello maggiore Golo) quasi non avevano battuto ciglio, in fondo se l’aspettavano che quel figlio sbagliato avrebbe fatto in un modo o nell’altro una brutta fine. Peggio per lui. Se l’era andata a cercare. Adesso ne subisse pure le conseguenze. Chissà, magari l’avrebbero raddrizzato, corretto, rimodellato, togliendogli dalla testa quella strana idea, quella tendenza insana, quell’inclinazione perversa. L’avrebbero guarito e fatto di lui un vero tedesco, fedele al führer e agli ideali inalienabili della nazione. Questo pensavano gli Hirschkuh in cuor loro, non senza una punta di dispiacere per quello che, tutto sommato, nonostante l’onta proiettata sull’onorabilità della famiglia, era comunque loro figlio, sangue del loro sangue. E Heinz? Anche Heinz era stato deportato in un campo di prigionia per scontare la giusta pena? Stesso destino del suo amato? No. Heinz aveva scelto un’altra via, una via di fuga, di liberazione preventiva. Forse aveva subodorato più nitidamente quello a cui sarebbe andato incontro. Non si trattò che di un attimo. La finestra della sua stanza. Un salto nel vuoto. Finita così. Meglio morto che in mano a quelle bestie della Gestapo, questo doveva aver pensato il povero Heinz, il fragile e sensibile Heinz.

Per Klaus fu un trauma destabilizzante, una pugnalata al cuore. Dovette convivere con quel dolore, con quella consapevolezza, fin dal primo giorno di prigionia. Un dolore immenso, insostenibile. Con Heinz aveva conosciuto lo stordimento dell’amore puro, l’armonia perfetta, il disarmo della tenerezza. Quand’erano da soli, quando riuscivano a chiudersi in una stanza, la simbiosi amorosa li ammantava di genuina gioia. Non desideravano altro che gioire l’uno dell’altro, grati alla vita e a quella città che li aveva fatti incontrare. Un amore raro il loro, giovane e innocente, quasi l’incarnazione di un’allegoria. Heinz e Klaus: chi mai avrebbe osato frapporsi a tanta bellezza? Quale immonda bestia? A tanta luce d’accecante splendore, in ossequio a un fatale contrasto ordito dal destino, sopraggiunge la tenebra più impenetrabile. Il boia nazista – gerarca, kapò o soldato semplice – è chiamato a vestire i panni del perfetto carnefice, e li indossa talmente bene che sembra gli siano stati cuciti addosso; in uniforme, con le svastichette lustrate sempre in bella mostra, il male trova la sua impeccabile effige in una connotazione istituzionalizzata. È questo l’ingombro fisico dell’aguzzino che Klaus dovrà subire nei quattro eterni anni di permanenza a Buchenwald. Inenumerabili i soprusi e le umiliazioni. Se ricordare è doloroso, dimenticare è impossibile. Klaus non si fa illusioni, sa che questo carapace gli graverà addosso fino all’ultimo dei suoi giorni. L’eredità della memoria deve fare i conti con l’incredulità di essere, malgrado tutto, sopravvissuto.

Straniante esserci ancora, dopo Buchenwald. Può chi ha annaspato per anni nell’abisso tornare a galleggiare placidamente in superficie? Klaus è sopravvissuto, nella misura in cui può considerarsi sopravvissuto un reduce da un campo di concentramento nazista. Sa di esser vivo, perché ancora capace di respirare e di trascinarsi, così come pure sa di essere morto, ripetutamente ucciso, ripetutamente annientato. Ripetutamente. Era sopravvissuto. I russi (o erano americani?) l’avevano letteralmente raccolto dal fango, ripulito, rifocillato e infine messo su un treno per ritornare a casa (come se ritornare fosse possibile). Eccolo arrancare, zoppicando, tra le rovine di quella che un tempo era stata la sua città. La bellissima e monumentale Lipsia. Il luogo che aveva fatto da scenario e cornice al suo amore con Heinz. Eccolo, imbambolato e inespressivo, disorientato, quattro ossa messe in croce, la caricatura di un fantasma, maceria tra le macerie. Dove sei Heinz? Io sono vivo e tu non mi senti. Cosa è sopravvissuto di quell’amore? L’anima di Klaus, in frantumi, si riflette sulle pietre divelte di Lipsia come in uno specchio. Trovandoselo davanti sull’uscio di casa, dopo quattro anni che non aveva sue notizie, sua madre lì per lì non lo riconosce. Lo avevano creduto morto. Si erano abituati all’idea che avesse fatto una brutta fine. Sua madre (fredda e anaffettiva), suo padre (un uomo debole) e l’odiato fratello maggiore (che non aveva mai accettato la sua diversità, e che in mille occasioni lo aveva denigrato e offeso). Un’accoglienza tiepida, questo raccoglie Klaus al suo ritorno. Se lo aspettava. Quel po’ di calore seppe però farselo bastare. Dopo Buchenwald era comunque qualcosa. Glielo avevano chiesto più volte dove fosse stato in questi quattro anni e cosa avesse fatto, e perché non aveva mai dato sue notizie. Era stato in guerra per la gloria della nazione? O se l’era spassata a Berlino? Certo, quella magrezza denunciava un soggiorno tutt’altro che ameno. Klaus aveva scelto di tacere, di non raccontare nulla, di tenere tutto dentro. Pensassero pure che se la fosse spassata, non gli importava. E poi, se avesse raccontato, non gli avrebbero creduto, tanto inverosimile e inaccettabile sarebbe risultato il suo resoconto.

Aveva subìto tutto quello che un essere umano, calpestato nella sua dignità, può subire per mano di altri esseri umani. Tutti i giorni, tutte le notti, per quattro lunghi interminabili anni, era stato stuprato, torturato, percosso, fatto oggetto di reiterate umiliazioni fisiche e verbali, bersaglio dell’odio dei kapò e dei suoi stessi compagni di baracca. Per tutti – ebrei o non ebrei, tedeschi o non tedeschi, prigionieri o carcerieri – lui era Hirschkuh il finocchio, Hirschkuh la cagna, null’altro che un buco dove sfogare con cieca violenza litri e litri di fetido seme. Paragrafo 175, triangolo rosa numero 5395. Era la feccia della feccia. Nessuna pietà per quelli come lui. «…quattro anni di tenebre costanti, puttana schifosa, finocchio, pisciategli addosso (…) A Lipsia, quand’era stato arrestato gli avevano infilato un righello di ferro nel culo.» Heinz, amore mio. Io sono vivo e tu non mi senti. A Buchenwald le anime diventavano fumo, un fumo che uccideva il cielo. Reagire sarebbe equivalso a morire. Un’iniezione di fenolo e di idrocarburo. «Una bocca e la sua barriera di denti. A certi ragazzi li rompevano. Uno al giorno per Tony, checca francese, e quando non ce ne fu più nemmeno uno gli strapparono gli occhi, con una forchetta, con cura, lentamente, tenetela ben ferma questa troia sifilitica.» Ne aveva visti perire tanti. A quelli come lui toccavano le torture peggiori. Sopportare il male, incassarne i colpi, incamerare tutto quell’odio, mimetizzarsi al fango, al sangue rappreso, al putridume per sopravvivere. «A Buchenwald non c’erano notti vere. E si dormiva con la paura del giorno che sarebbe sorto. Uccideva i nervi e il cuore.»

Dura ritornare alla vita, dopo Buchenwald, dura tornare a relazionarsi con il resto del mondo come se nulla fosse accaduto. Heinz non c’era più. Avrebbe mai potuto sostituire quell’amore? A ventitré anni Klaus aveva saggiato i due estremi: l’amore puro e l’odio puro. Avrebbe mai trovato un equilibrio, una ragione? Daniel Arsand prova una sconfinata pietà per questo suo personaggio, archetipo di tutte le persone omosessuali vittime dell’odio nazista. Lo prende per mano e dalle rovine di Lipsia lo conduce a Parigi, lontano dalla cattiva madre Germania. Catapultato in una nuova realtà lentamente Klaus rinasce, impara una nuova lingua e trova lavoro come sarto. Comincerà come apprendista e, raggiunti i quarant’anni, riuscirà a mettersi in proprio. Nel suo cielo nero, inaspettata, insperata, sopraggiunge una schiarita, una tempesta felice di nome Julien. È un dono che Arsand fa al suo personaggio, un dono d’amore, un risarcimento. In Julien, anima buona, Klaus ritrova il suo Heinz. Sullo sfondo scorrono gli anni Sessanta, i Settanta, gli Ottanta, ed ecco irrompere un nuovo mostro, l’Aids, un’altra epidemia di peste: la peste dei gay, come l’ha definita con malcelato compiacimento più di qualcuno, come se l’odio omofobico nazista non avesse dato già abbastanza. Quando Julien subisce un grave attacco omofobo sul posto di lavoro, Klaus trova la motivazione, rompe il silenzio e decide di testimoniare, di denunciare, di urlare quanto subito a Buchenwald. Si arriva così alla primavera del 1989, quando venne celebrata la Giornata della Deportazione. Arsand ci ricorda che «a Parigi innalzarono inferriate attorno al monumento perché le associazioni omosessuali non potessero deporre mazzi di fiori. A Lille, la polizia li cacciò. Ci fu chi gridò che era uno scandalo che rivendicassero sempre qualcosa. La loro presenza corrompeva l’immagine dei morti e dei sopravvissuti. Fu dichiarato ancora una volta che nei campi non c’erano stati omosessuali. Una finzione pura e semplice.» Con Io sono vivo e tu non mi senti, romanzo di morte e d’amore, lo scrittore francese Daniel Arsand consegna definitivamente la verità alla storia, ridonando dignità a tanti deportati perché omosessuali. «Ben presto non ci saranno più testimoni oculari di quei tempi oscuri, e i tempi oscuri stanno tornando.»

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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