I TORMENTI DEL GIOVANE CARLO | Storia e storiografia di Carlo Michelstaedter | a cura di Valerio Cappozzo

Posted on 20 giugno 2017

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I TORMENTI DEL GIOVANE CARLO

Storia e storiografia di Carlo Michelstaedter | a cura di Valerio Cappozzo

di Giuseppe Maggiore

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

Poche vite lasciano al mondo un segno di sé. Talune lo attraversano simili a schegge solitarie, come meteore fuggevoli ed evanescenti che sembrano destinate presto a svanire. Cosa può restare d’una vita consumatasi rapida come una fiammata? Quella di Carlo Michelstaedter chiuse il suo sipario sul mondo a soli ventitré anni. Inaspettatamente si diede un colpo di rivoltella alla tempia; era il 17 ottobre del 1910, giorno di compleanno della madre. Ad oltre un secolo da quel tragico epilogo, la vita di questo giovane, iniziata e finita a Gorizia, sembra tutt’altro che conclusa, e non solo per il mito a cui comprensibilmente si era consegnata, ma per quell’opera – tanto esigua quanto complessa – che ci ha lasciato in eredità.

Poeta, filosofo, pittore? Nella sua breve esistenza Carlo riuscì a essere un po’ di tutto questo, e non solo: la sua fu una vita aperta a tutte le possibili vie, sia sul piano esistenziale sia su quello espressivo. Non c’era in lui soltanto l’angoscia esistenziale, che ritroviamo cristallizzata nelle opere, ma c’era anche tutto il vigore che speso s’accompagna a quella giovane età: era stato un promettente atleta, aveva praticato il nuoto, il ciclismo, la scherma, scalato delle montagne e praticato la danza, tanto da essere soprannominato il “filosofo sportivo”, colui che aveva mirabilmente incarnato il superamento del dualismo tra anima e corpo. Eppure questa sua breve ma intensa vita, man mano che nuovi tasselli si aggiungono e vanno a ricomporla, sembra destinata a restare un formidabile bozzetto incompiuto. E forse non poteva essere altrimenti che un abbozzo una simile esistenza; forse quel colpo di rivoltella sancisce per sempre l’impossibilità di poter Essere al mondo nel modo in cui Carlo avrebbe voluto, contraddetto in definitiva dai fatti e, probabilmente, dalla sua stessa opera.

In verità nulla di ciò che ha scritto sembra, nelle sue intenzioni, destinato ad altri che a se stesso; schizzi, disegni, pensieri, poesie… hanno tutto il sapore di un’intima indagine filosofica e poetica strenuamente compiuta avendo quale unico destinatario sé medesimo. Forse non avrebbe mai pubblicato nulla, le sue opere sarebbero rimaste a marcire in quella soffitta dove si era consumato il suo travaglio, bruciate o disperse come macerie tra le macerie. Chi può saperlo? Si spense troppo presto per dirlo. La sua più celebre opera, La persuasione e la rettorica, altro non è che una tesi di laurea mai discussa, pubblicata tre anni dopo la sua morte dall’amico Vladimiro Arangio-Ruiz, che così diede l’avvio alla prolifica carriera di Michelstaedter come autore postumo, poi proseguita grazie all’interessamento di amici e parenti. Oggi i suoi scritti sono conservati presso la Biblioteca Civica di Gorizia, dove si prestano come materia fertile a sempre nuovi e più approfonditi studi. Siamo così giunti a un nuovo corposo volume che ha per titolo Storia e storiografia di Carlo Michelstaedter (Romance Monographs – University Mississipi, 2017), curato da Valerio Cappozzo.

Il libro propone una miscellanea di saggi critici che esplorano i vari aspetti della vita e dell’opera di Michelstaedter, alla luce delle più recenti acquisizioni di scritti di cui gli studiosi sono potuti venire in possesso. In apertura troviamo Il destino è come un’equazione di Sergio Campailla, autore cui si deve, tra l’altro, la scoperta del Michelstaedter pittore. Campailla ripercorre qui i ricordi legati alla casa del Goriziano e al ritrovamento di quelle carte ingiallite dal tempo in cui affiorava il Carlo disegnatore, caricaturista, pittore, ma anche quello più intimo delle lettere a Nadia; tutti materiali che si erano prodigiosamente salvati, scampando alle devastazioni di ben due guerre. Nel novembre 1943 i nazisti fecero irruzione nella Comunità ebraica di Gorizia; vennero deportate tra gli altri la madre di Carlo, Emma Luzzato, e la sorella Elda. La prima morì durante il viaggio, la seconda nel campo di sterminio. Campailla prova a immaginare quale altra chance avrebbe potuto avere Carlo per sottrarsi al suo destino suicida, se avesse saputo o presagito ciò che di lì a poco sarebbe accaduto alla sua famiglia: avrebbe potuto proteggere madre e sorella, oppure sarebbe finito anche lui in un convoglio per Auschwitz?

Valerio Cappozzo, che più volte si è già occupato del poeta goriziano, affronta in questa occasione il percorso editoriale delle poesie di Carlo Michelstaedter, lungo l’arco di tempo che va dal 1912 agli inizi del 2017. Ci sono voluti oltre cento anni per ricomporre una silloge poetica fiorita, occasionalmente e senza alcun rigore sistematico, in soli nove anni. Si tratta di un corpus di poesie (quarantacinque in tutto) scritte in ordine sparso, dotate ciascuna di vita propria e non destinate alla pubblicazione. La loro raccolta sistematica ha visto per primi impegnati i due amici del poeta, Arangio-Ruiz e Gaetano Chiavacci, ma si è dovuto attendere le edizioni curate da Marco Cerruti e Sergio Campailla per disporre di un primo apparato critico che costituisse il punto di partenza per un’analisi filologica di questi componimenti, come avvenuto con il libro curato da Angela Michelis nel 2004. Se il lavorio editoriale condotto su queste poesie, teso a fornire loro un’uniformità testuale e una maggiore leggibilità è stato finora alquanto difficile, non può peraltro ritenersi concluso. Alla fine del suo excursus Cappozzo lascia ancora uno spiraglio aperto ad altre possibili sorprese che le carte di Carlo possono ancora riservarci: «(…) possiamo cominciare a vedere come realmente Michelstaedter scriveva e rielaborava i propri versi. Saremo così in grado di lavorare all’edizione critica delle sue poesie, per arrivare a trarne delle conclusioni che saranno utili allo studio del suo personale processo di scrittura (…).».

Ilvano Caliaro (Università di Udine), si sofferma sulla “Prefazione” alla Persuasione, mettendo in luce quelli che furono i riferimenti del giovane filosofo goriziano, quei “maestri di vita” a cui attinse e di cui è imbevuto il suo pensiero e la sua opera, rintracciabili tanto ne La persuasione e la rettorica, quanto in altri suoi scritti sparsi. Partendo dalla domanda che ha da sempre tormentato l’animo di Carlo, se sia possibile per l’uomo conferire un significato assoluto al proprio esistere, Caliaro si addentra nel tormentato universo michelstaedteriano, in quel suo cammino che fu insieme di pensiero e di vita. «Nella voce di Michelstaedter – scrive – si raccolgono, accordate in sintesi originale, diverse voci, voci del passato, soprattutto remoto, ma anche più vicine. Voci di guide sulla via della verità (…)». Il percorso di vita che Carlo scelse per sé fu tutt’altro che agevole; rifuggendo le vie battute, certo più rassicuranti ma ingombre di falsi valori, cercava di riscattarsi dall’universo finito e dalla finitezza di tutte le cose effimere e ingannevoli che la società gli offriva, condannandosi così a «un cammino solitario, e insieme origine di ulteriore solitudine» Ma Michelstaedter si era creato tutta una teoria di filosofi, maestri, educatori, che andavano dall’antichità classica ai giorni nostri; così, tra i suoi riferimenti ritroviamo l’uno accanto all’altro i greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, Socrate, ma anche Cristo, Buddha e Ibsen, tutti racchiusi in una dimensione quasi astorica, atemporale, indefinita, poiché tutti indistintamente richiamati all’interno del suo universo mentale, che coincide, appunto, con l’ideale della “persuasione”, ovvero con quella condizione dell’uomo finalmente riscattato dal mondo e riappropriatosi di se stesso. Nella Prefazione alla Persuasione, rileva ancora Caliaro, sembrano riecheggiare altre voci, altri riferimenti, come il Tolstoj della Confessione o il Leopardi del Dialogo di Tristano e di un amico, che seppur non esplicitamente menzionati furono parimenti tra i suoi «maestri di vita più ascoltati».

Interessante l’analisi che Yvonne Hütter (Ludwig-Maximilians-Universität München) traccia nel suo saggio La retorica filosofica di Michelstaedter e la sua autodistruzione, rilevando i paradossi e le contraddizioni implicite nell’opera del Goriziano. Michelstaedter fu per tutta la sua breve vita ossessionato dalla ricerca di una verità superiore e dall’affermazione di una filosofia autentica, che tentò di risolvere attraverso lo scetticismo e la messa in discussione di tutti i valori che la società gli proponeva. Eppure, è proprio questa sua ricerca a condurlo in una sorta di vicolo cieco, poiché nel tentativo di perseguire la via della persuasione (ossia della verità) da opporre a quella della falsa e imperante retorica, egli ricorre agli stessi strumenti che sono propri della retorica. Scrive infatti Yvonne Hütter: «Michelstaedter sembra non uscire dallo schema da lui osteggiato: nauseato dai discorsi sulla verità anch’egli ne rigurgita una sua versione» Hütter si pone decisamente come una voce fuori dal coro, mettendo in risalto quelle contraddizioni che in Michelstaedter emergono già dalla scelta di chiamare “persuasione” il concetto che lui intendeva di “verità”, ma anche dalla necessità stessa di dover scrivere su un concetto tanto inafferrabile da delegittimare ogni tentativo di fissarlo nella parola scritta: «Tutti i mezzi ret(t)orici individuati e accusati nello stratagemma del nemico si trovano replicati nella propria contro-posizione che diventa un’autoaccusa. (…) Michelstaedter scrive. E scrivendo entra nel regno della rettorica.»

Il contributo di Gabriele Zanello (Università di Udine), è invece incentrato sulla figura del padre di Carlo, Alberto, un mitteleuropeo di origini ebraiche che univa in sé: «lo spirito contemplativo dell’intellettuale e lo spirito pratico dell’uomo d’affari». Zanello rileva che «ciò che più tardi Carlo chiamerà “rettorica” è già stato additato (e difeso) dal padre come “menzogna”.» Menzogna che viene difesa da costui «per salvaguardare una borghese normalità, per permettere la felicità propria e quella dei propri figli, per evitare di sentirsi un “diverso”, un “malato”, uno “spostato”.» Il libro curato da Cappozzo, di cui segnaliamo ancora i testi di Daniela Bini, Thomas Harrison, Rosalia Peluso e Mimmo Cangiano, si offre come un ottimo compendio agli studi finora condotti attorno alla figura di Carlo Michelstaedter. Nella corposa appendice sono tra l’altro ospitati uno studio sull’ultimo foglio scritto da Michelstaedter (a cura di Teodonio – Valle – Missoni), e le interviste ai due scrittori triestini Mauro Covacich e Claudio Magris.

Giuseppe Maggiore


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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