SICILIAN GHOST STORY | Gli amabili resti del piccolo Giuseppe Di Matteo

Posted on 19 giugno 2017

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SICILIAN GHOST STORY

Gli amabili resti del piccolo Giuseppe Di Matteo

di Gaetano Platania

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

A San Giuseppe Jato (Palermo), si consumò il cruento martirio di Giuseppe. Quando stava per compiere tredici anni venne rapito e tenuto prigioniero tra masserie ed edifici abbandonati, dove i suoi occhi non videro mai più la luce. La sua terribile prigionia durò ben 779 giorni, gli ultimi 180 dei quali trascorsi rinchiuso in un angusto antro sotterraneo, dove, ridotto ormai a una larva, trovò la morte per mano dei suoi aguzzini. Venne strangolato e infine disciolto nell’acido l’11 gennaio del 1996, quando aveva appena compiuto quindici anni.

Non una voce si era levata in sua difesa, nessuno dei suoi compaesani aveva protestato per la sua scomparsa; né tra i suoi compagni di classe, né tra le madri e i padri per i quali avrebbe potuto essere un figlio, né tanto meno fu mosso un dito da parte di chi avrebbe avuto il dovere istituzionale di agire. Il destino di Giuseppe era ormai segnato fin dalle prime ore della sua scomparsa. Nessuno poteva farci più niente. Ai suoi familiari lasciati soli a vivere il loro dramma non restava che rassegnarsi. Giuseppe non aveva nessuna colpa, ma era qui chiamato a pagare quella del padre, Santino Di Matteo, colpevole di essere un ex mafioso pentito e deciso a collaborare con la giustizia. Santino rimase fedele a questo suo proposito fino alla fine, nonostante la giustizia non sia stata in grado di proteggere la sua famiglia, e con il sequestro e l’uccisione del figlio, abbia pagato il prezzo più alto per un padre. L’immagine che ci resta di Giuseppe Di Matteo è quella di una foto che lo immortala nelle vesti di un piccolo fantino fiero sul suo bel cavallo.

Ora la sua storia approda sul grande schermo grazie al film Sicilian Ghost Story, firmato da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, già apprezzati registi del film Salvo (2013). Ispirandosi al libro di Marco Mancassola, Non saremo confusi per sempre (Einaudi, 2011), i due registi trasformano questo triste fatto di cronaca in una favola nera che pullula di simbolismi e di metafore, in una terra, come la Sicilia, dove perdersi è facile, ed è difficile riuscire a distinguere chi sono le vittime e chi i carnefici. Più delle parole, a parlarci in questo film sono le immagini; una sceneggiatura visiva che colpisce l’occhio attraverso i luoghi catturati dalla macchina da presa, e che grazie alla splendida fotografia di Luca Bigazzi ci restituiscono della Sicilia una bellezza cruda, severa, inquietante nella sua imperturbabilità. Alla bellezza primordiale dei paesaggi, qua e là puntellata da cardi spinosi, fanno da contraltare le orribili costruzioni in cemento e nudi mattoni usati come luoghi di prigionia. Il film ben riesce a fissare la bellezza e l’orrore che convivono in questa terra, lasciando scorrere nella narrazione ampi silenzi che rimandano a quel mortale silenzio a cui la Sicilia è stata per troppo tempo ridotta dai poteri mafiosi. Quella di Giuseppe è la metafora di un’onorata società che non conosce onore e non si ferma davanti a nulla, e lui è solo una delle tante vittime della strage degli innocenti del cui sangue è irrorata questa terra.

Nel delicato equilibrio tra realtà e finzione i due registi hanno scelto di far ricorso all’espediente narrativo di un amore adolescenziale, quello tra il piccolo Giuseppe (interpretato da Gaetano Fernandez) e la sua compagna di classe Luna (Julia Jedlikowska), per conferire forse un po’ di quel sentimento, di quella tenerezza e di quell’umanità che nella realtà dei fatti purtroppo erano mancati del tutto, riuscendo così a stemperare – o amplificare – i toni del dramma. La purezza e l’innocenza dei due piccoli protagonisti finiscono stritolate tra le maglie di una società che onora in egual misura santi e criminali, senza alcuna apparente possibilità di redenzione. Una civetta fa da compagna a Luna nel sotterraneo cavernoso della sua casa; uccello presago di morte nella cultura popolare siciliana. Il fitto bosco in cui i due giocano a rincorrersi sembra immagine speculare degli intricati e indissolubili ingranaggi sociali che intorno a loro si perpetuano tra connivenze e omertà. Un cane avanza minaccioso verso di loro… come lupi travestiti da angeli furono per Giuseppe i suoi rapinatori. In un lago incantato, lo stesso che aveva accolto i sogni e le visioni di Luna, vengono infine dispersi dei grumi biancastri, simili a linfa spermatica: sono tutto ciò che rimane del piccolo Giuseppe.

Gaetano Platania


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

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