MAMMA ROSA PELLETRINI | L’ottuagenaria | Mirbeau e il racconto della crudeltà

Posted on 19 giugno 2017

0



MAMMA ROSA PELLETRINI

L’ottuagenaria | Mirbeau e il racconto della crudeltà

di Massimiliano Sardina

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

 

Non ha avuto una vita facile mamma Rosa Pelletrini. Se è sopravvissuta a ottanta inverni lo deve solo a uno strano giro del destino. Prima la morte del marito, divorato dalla pellagra, poi quella della figlia, sfinita dalle febbri malariche. Miseria e solitudine scandiscono ora le sue giornate in un paesino sperduto della campagna romana. Ha lavorato fino a quando ha potuto, spaccandosi la schiena, senza risparmiarsi, ma ora le sue ossa la reggono a malapena. Dopo una vita di duro e onesto lavoro l’anziana donna, per raggranellare qualche soldo e avere di che sfamarsi, è costretta a chiedere l’elemosina sul sagrato della chiesa. Sola al mondo, non ha che un solo desiderio: riabbracciare suo figlio, quel figlio emigrato a Parigi tanti anni addietro in cerca di miglior fortuna; sentendosi ormai vicina all’estremo congedo mamma Rosa vuole riconciliarsi con quest’ultimo suo legame con il mondo, trovarvi riparo e conforto, foss’anche un solo istante di sollievo. Negli ultimi tempi non aveva avuto altro pensiero che quello della partenza, e del come potersi procurare la somma di denaro necessaria per coprire le spese del viaggio. Suo figlio, ne era certa, l’avrebbe accolta a braccia aperte e, commosso, l’avrebbe tenuta con sé per gli anni che le restavano da vivere. Era oltremodo ansiosa di conoscere sua nuora e di godersi l’affetto dei nipoti. Aspettative più che legittime, dopo tutti i sacrifici patiti negli anni per allevare la sua prole. Finito il tempo del dare era giunto ora quello del chiedere. E, di fatto, mamma Rosa chiedeva davvero poco, nulla in più di quell’umana riconoscenza che i figli dovrebbero nutrire per i loro genitori. Solo un po’ di calore, dunque, e magari anche un giaciglio e un tetto sulla testa. Non avendo affatto letto Leopardi, mamma Rosa era ottimista. Nella sua condizione mettersi in viaggio non era certo consigliabile, e Parigi non era proprio dietro l’angolo. Tuttavia, nonostante gli acciacchi e le tare dell’età, mamma Rosa conservava una sorta di energia residua, una resistenza intrinseca, e se la sarebbe fatta bastare fino alla porta di casa di suo figlio, speranzosa di venir debitamente rifocillata. Per acquistare il biglietto del treno aveva dovuto attingere al piccolo fondo risparmi accumulato, anno dopo anno, grazie alla pubblica carità, un magro tesoretto messo via in previsione di tempi ancora più bui. Sicura di aver preso la decisione più saggia, la vecchina accende un cero alla Madonna e si risolve a partire.

È questo il ritratto che Mirbeau fa di mamma Rosa Pelletrini, il bozzetto di una figura umile e indifesa, fortificata solo dagli stenti, una sagometta incurvata che risalta a malapena su un fondo a tinte fosche. Ignara della crudeltà del mondo, col cuore gonfio di ingenue aspettative, l’ottuagenaria giunge a destinazione. Il figlio dapprima non la riconosce, poi quando realizza prorompe in una bestemmia. Questo è il benvenuto che mamma Rosa riceve da suo figlio: una bestemmia. E poi, in toni sbrigativi: Che vieni a fare qui? (…) Avresti fatto meglio a restar laggiù, vecchia vagabonda… Non ho pane per te, non ho nulla. Per sottolineare il senso d’estraneità Mirbeau ambienta la scena sull’uscio di casa, quel non-luogo che separa la sicurezza del focolare domestico dall’indeterminatezza del mondo esterno. Con disumano sprezzo, seccato per quella visita importuna, il figlio respinge la madre, la liquida senza giri di parole e le intima di tornarsene da dove è venuta. Lei supplica di restare, ha le gambe doloranti, è fiaccata dalle lunghe ore di viaggio e non ha un soldo in tasca. Figlio mio!… tanto tempo senza vederti… e tu mi ricevi così? L’incredulità fa il paio con lo sgomento. E lasciami in pace. Vattene… ribatte secco il figlio ingrato. Tra le due figure Mirbeau apre la voragine d’un vuoto d’amore. C’è forse crudeltà più grande? Come può questo giovane uomo rifiutare di accogliere e soccorrere la donna che l’ha messo al mondo? L’umanità, ci insegna Mirbeau, vanta anche esemplari di questa risma, assolutamente privi di empatia, senza scrupolo alcuno. Avvertiamo tutta la solitudine e lo smarrimento di questa povera vecchia, lasciata lì sull’uscio come fango sullo zerbino, come un errore di battitura abbandonato tra le righe. Mamma Rosa, singhiozzante e sopraffatta dal dolore, tenta in tutti i modi di impietosirlo. Vuoi dunque ch’io muoia?…A questo punto, col senno di poi, se il figlio le avesse sbattuto la porta in faccia sarebbe stato il male minore, ma evidentemente il destino non aveva ancora finito di accanirsi contro mamma Rosa.

Qualcosa di ancora più tremendo si andava preparando per lei. La peggiore umiliazione che un figlio possa infliggere sulla propria madre. Ebbene, ti tengo qui a una condizione (…) Lavorerai, ti guadagnerai il tuo pane…Non è che una tiepida fiammella ma mamma Rosa vi si aggrappa con tutta se stessa. Gli giura che lavorerà, che si darà da fare, con quella poca forza che le è rimasta nelle braccia; è disposta a tutto pur di restare accanto a suo figlio, sangue del suo sangue, la sola persona che le è rimasta al mondo. E chissà, forse si raddolcirà, forse gli aprirà il suo cuore. Povera mamma Rosa, ancora non sa a cosa sta andando incontro e quale prezzo dovrà pagare per illudersi d’un po’ d’amore.…Cosa credi, che si tratti di scaricar battelli? Farai come me, come mia moglie, come i miei figlioli… andrai negli studi e poserai, ecco! Consacrata all’arte sì, ma con quale brutalità. Quando realizza che dovrà spogliarsi davanti a degli sconosciuti diviene tutta rossa di vergogna, lei che nuda non si era mostrata mai nemmeno alla buon’anima di suo marito. Hai paura che la tua vecchia pelle possa eccitare i signori? (…) Non te ne occupare… C’è di quelli a cui piacciono le vecchie carcasse come la tua… Ma che razza d’uomo è quello che prostituisce le carni vizze della sua anziana madre? Il medesimo che, per denaro, non si è fatto scrupolo di denudare anche moglie e figli. Un figlio così è toccato in sorte a mamma Rosa Pelletrini, e lei non può che prenderne atto e subirne le dolorose conseguenze. Potrebbe andarsene, certo, fare appello all’ultimo barlume di dignità e ritornarsene a mendicare nelle campagne laziali, ma a trattenerla lì c’è un’energia potente, l’attaccamento atavico al frutto del suo ventre, pur se marcio e malsano. Di fronte a tanta crudeltà l’innocenza si paralizza. Con indolente rassegnazione la vittima designata sale ad immolarsi sull’altare dell’estremo sacrificio.

Dall’uscio la scena si sposta nello studio di uno scultore. L’atmosfera è fredda, asettica. Il narratore, in prima persona, descrive ciò che vede. Seduta sul podio di posa c’è una vecchia tutta nuda, immobile come una statua, la testa, dai capelli ruvidi e radi, reclinata in un atteggiamento doloroso. La scrittura, prima fluida e incalzante, ora sembra arrestarsi. Il narratore è colto da un indicibile sentimento di pena. Mamma Rosa Pelletrini – non nuda ma denudata, spogliata della sua dignità di essere umano – se ne sta lì come un oggetto dimenticato, come un rottame in attesa della ruggine, come un rifiuto che qualcuno, prima o poi, si degnerà di portar via. Flaccida, sfiorita, tenuta su a fatica dalle ossa malandate, le mani premute tra le cosce per schermare la vergogna del sesso. Negli occhi, assenti come quelli di un fantoccio, solo il labile luccichio di una lacrima rappresa. È il ritratto crudo della senescenza, l’icona dello sfasciume e della ruina. E fra i dipinti, le pareti a calce, in quell’atmosfera di gesso, fra gli stampi d’una bianchezza fredda che ingombravano lo studio, quelle vecchie carni mortificate apparivano ancor più gialle, con certe luci più verdi, assumendo i toni lisci e la calda patina d’un antico avorio. Qui la scrittura di Mirbeau si fa pura pittura impressionista.

Protagonista del racconto è la crudeltà, inflitta sul corpo inerme di questa madre non più madre, sorta di Medea rovesciata, cannibalizzata dal figlio degenere. Nemmeno l’arte (lo scultore che la ritrae) ha pietà di lei. Palese è la stoccata contro il realismo (fasullo proprio in quanto ha la pretesa del vero) delle Accademie. Proverbiale è l’abilità del grande scrittore francese di celare tra le righe taglienti frecciatine contro le bassezze e le ipocrisie della società borghese. La grande letteratura (e Mirbeau ne è la conferma) è sempre solidale con le vittime, entra in empatia con il loro dolore, riuscendo così a descriverlo dall’interno. Il solo sguardo bonario che si posa su mamma Rosa Pelletrini è infatti quello del narratore: A quella vista, non potei difendermi da una profonda malinconia, quella malinconia acuta che sempre inspirano la rovina degli esseri e la morte delle cose. Chiusa nel suo dolore l’anziana avverte quella presenza amica solo di sfuggita e non ne ricava alcun sollievo. Sotto quel mucchio di membra decrepite, offeso dalla luce e smosso a intermittenza dai soffi gelidi che attraversavano l’atelier, si agitava un dolore senza speranza.

Morta dentro, mamma Rosa Pelletrini attendeva di morire anche fuori. La partecipe messa a fuoco del narratore sfoca in un’ellissi di baudelairiana memoria: E tra me dissi, ripensando alle creature che avevo amato: «Presto, mie care anime, ancor vive, voi rassomiglierete alle mummie disseccate nelle loro tombe; e le rosee ampolle dei vostri seni che tante volte mi versarono l’ebrezza del desiderio, si inaridiranno, o miei dolci amori, e penderanno sulle vostre scomparse bellezze, come brandelli di cenci o palpebre morte. E le vostre bocche, o mie regine, dove la fremente ala del bacio palpitò nel vostro alito profumato, le vostre bocche non saranno che un buco fetido e nero donde soffierà la morte, o divine luci degli occhi miei!» Come nella celebre poesia Una carogna (1857) di Charles Baudelaire, il narratore riflette sulla caducità della vita e sull’impietosa metamorfosi della bellezza. Quando l’attenzione, chiusa l’ellissi, torna a focalizzarsi sulla trista modella il narratore nota qualcosa che prima gli era sfuggito: al di là delle rughe, dei tendini scarni, delle clavicole sporgenti, dei cercini penduli, delle mammelle flaccide, al di là delle fattezze sfatte intravede una eleganza di linee, una nobiltà di contorni, delle bellezze ancor vive e sparse fra tutte le sue ruine. Doveva esser stata bella, un tempo, Rosa Pelletrini, d’una bellezza ciociara e genuina. Sotto il velo di bruttura depositato dal tempo (e da una vita di sforzi usuranti) la vecchia Rosa conservava ancora gambe dritte e salde, senza nodi alle ginocchia, senza venosità alle caviglie (…) Anche il ventre, questa prima bruttura della donna che si deforma, il ventre stesso serbava delle rotondità piene, delle modellature delicate, una curvatura quasi elegante…La tenera pietà provata dal narratore si stempera in un sottile senso di stupore. Sì, doveva esser stata bella, un tempo. Per un istante ha come l’impressione che quella specie di fantasma, quell’opaca parvenza, si sia accorto della sua presenza, e che quegli occhi assenti ora guardino verso di lui. Chissà, forse i suoi modi gentili l’avevano richiamata al mondo, infondendole un po’ di calore umano e un fremito di vita. Era pietrificata in una stasi innaturale, blindata nei suoi pensieri, spenta dentro, insensibile anche al solletico di una mosca che le passeggiava tra i seni cascanti. A vederla così assolutamente inerte, essa sembrava di pietra, e non c’era niente di più spaventoso di quella macabra immobilità di quell’essere disfatto e pur vivo.

D’un tratto, come un vulcano dormiente che esplode all’improvviso, al colmo d’un dolore non più contenibile, l’automa si riscuote dal suo ieratico torpore. Visitatore e modella entrano in interazione. Mirbeau, pittore di parole, disegna la scena con geometrica purezza: da un lato il corps vivant della grande letteratura – capace di cogliere la sofferenza altrui e di testimoniarla – e dall’altro quello muto e morente dell’umanità offesa. Tutt’intorno l’atmosfera fredda e i rumori di fondo dell’atelier. Ora gli occhi di mamma Rosa sono puntati sullo sconosciuto visitatore, su quell’anima buona che ha saputo vedere e che ha provato un po’ di pietà per lei, per la sua condizione derelitta. Quegli occhi mi sgomentavano, passavano dallo spavento alla collera, dalla collera alla supplicazione, dalla supplicazione alla vergogna, esprimendo in uno stesso momento mille pensieri opposti e violenti, senza muoversi. L’umiliazione subita per mano di suo figlio ha minato irreparabilmente il suo equilibrio mentale, trasformandola in una delirante catatonica. Giunto al culmine, non più trattenibile, quell’immenso dolore finisce per liberarsi in un pianto a dirotto. Essa pianse a lungo, senza muoversi, e in lei non c’era null’altro di vivente se non quelle lacrime che versavano, goccia a goccia, sul brutale stupro del suo pudore, le sofferenze infinite della sua anima incontaminata. Questo pianto non ha nulla di liberatorio o di purificatore. Mamma Rosa non ne trae alcun giovamento. Semplicemente piange perché non ne può più, perché la sua forza residua si è ormai esaurita, perché il dolore ha avuto la meglio sulla sua capacità di sopportazione. È la fine, e Mirbeau ce lo lascia intendere chiudendo qui il racconto, consegnando questa sfortunata donna allo squallore del suo destino.

Con L’octogénaire Mirbeau firma il più crudele dei suoi Contes cruels. Nei suoi racconti – apparsi in vari quotidiani dell’epoca e successivamente pubblicati in volume con i titoli Lettere dalla mia capanna (1885) e Racconti dalla capanna (1894) – Mirbeau sguinzaglia un nutrito campionario di bestialità umane, rivelando a chiare lettere quel che dell’uomo (della sua propensione al male) tanta letteratura ha preferito tacere. Volontà dell’autore non è intrattenere o allietare, ma al contrario turbare, sconcertare, affinché quanto letto porti alla maturazione di una consapevolezza. Una missione letteraria, quella di Mirbeau, sempre militante e a debita distanza dal consolatorio. Se nelle sue cronache giornalistiche, taglienti come non mai, ha inteso denunciare la bieca corruzione in seno alle istituzioni, nei racconti ha scoperchiato il marciume di una società sempre suscettibile di disumanizzazione e abbruttimento. Una visione pessimistica, certo, ma sempre illuminata dalla fede nella ragione umana, da un ideale alto (umano prima che letterario). Il racconto L’octogénaire è contenuto nella raccolta La pipe de cidre (Ed. Flammarion, 1919); al momento la sola traduzione italiana è quella di Decio Cinti: L’ottuagenaria, in La botte di sidro (Sonzogno, 1920).

Massimiliano Sardina

LEGGI ANCHE:

FEROCE COME LA VITA | Dingo | un romanzo di Octave Mirbeau

CÉLESTINE | Diario di una cameriera | Un romanzo di Octave Mirbeau (Ed. Elliot, 2015)

L’INSOSTENIBILE | Nel cielo | Un romanzo di Octave Mirbeau (Skira, 2015)

LE PERLE DI OCTAVE | Octave Mirbeau | Le perle morte e altri racconti

LA MORTE DI BALZAC | L’hommage di Octave Mirbeau | Prima traduzione italiana (Skira 2014)


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 31 – Giugno 2017.

Copyright 2017 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere COPIA della rivista CARTACEA: SEGUI ISTRUZIONI A QUESTA PAGINA


Annunci
Posted in: Cultura, Letteratura