PADOVA | APOCATASTASI | L’installazione di Renato Pengo al Centro culturale Altinate San Gaetano

Posted on 20 maggio 2017

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“Apocatastasi”, l’installazione di Renato Pengo che sarà inaugurata giovedì 1 giugno 2017 alle ore 18 nell’Agorà del Centro culturale Altinate San Gaetano, in Via Altinate 71 a Padova è un progetto organizzato dal Settore Cultura, Turismo, Musei e Biblioteche del Comune di Padova, con presentazione critica di Barbara Codogno.

Un monolite, una tela completamente bianca e di grandi dimensioni scende dal soffitto dell’agorà del Centro culturale San Gaetano. Una luce bianca che taglia in verticale quella che è invece una mostra orizzontale. Sparse a terra, infatti, a formare un giacimento del sapere, si accatastano pregiate cornici preziosamente decorate e una moltitudine di tubetti di colore usati. Una discarica scivolata giù dalla tela bianca. Da questo “giacimento” emerge la voce alterata e a tratti impercettibile del celebre critico francese Paul Restany.
Verso la fine degli anni ’90 Restany definì in un manifesto lo “Shock Tecnologico”, concepito proprio dall’artista padovano e a cui Padova nel 2012 ha dedicato l’omonima mostra ( Shock ) ai Civici Musei Eremitani.
La nobile critica che Restany dedicò a Renato Pengo viene ripresa anche da una serie di pannellature esposte nell’agorà e che tratteggiano vita e poetica dell’artista, unitamente ad alcune fondamentali citazioni inerenti all’installazione che Pengo ha mutuato dal pensiero di Erasmo da Rotterdam, Maurice Blanchot, Friedrich Nietzsche, Thomas Stearns Eliot e Pier Paolo Pasolini.
L’installazione “Apocatastasi” si compone inoltre di alcune lavagne, intere e frantumate. Sulle lavagne intere l’artista agisce siglando alcuni numeri e tratteggiando brevi linee di colore. L’intervento vuole richiamare i quattro elementi della natura. Per l’autore si tratta di una sorta di archeologico “microchip”: sulle lavagne v’è simbolicamente impressa tutta la storia a noi conosciuta.
Chiude l’installazione una poetica vasca in ferro. Nell’acqua contenuta nella vasca galleggiano dei fiori perenni (sono di plastica), e alcuni dipinti realizzati su polistirolo.
Sigillano l’installazione alcune opere dell’artista che vanno dal 1990 al 2006: luminose costellazioni della vasta galassia della produzione artistica di Renato Pengo.

“L’apocatastasi è il concetto globale di questa installazione. Renato Pengo va dritto al cuore della questione – sia artistica che esistenziale – ponendosi una domanda tanto semplice quanto essenziale: cosa trovo dopo la mia morte?
Il suo monolite bianco, sotto certi aspetti, richiama la celebre scena conclusiva del film “2001: Odissea nello spazio” firmata da Stanley Kubrick, dove un susseguirsi accelerato di colori traghettano il protagonista nello spazio energetico della luce bianca.
Luce bianca che è energia pura.
Bianco che è vuoto, inteso quindi come possibilità del tutto.
Tutto finisce e tutto avrà origine nel vuoto energetico. Il bianco rappresenta allora l’eterno ritorno energetico.
Apocatastasi significa infatti il riformarsi e ripetersi del mondo dopo la sua distruzione.
Nell’acqua della vasca, che è giardino dell’eden ma anche il fiume della vita, Pengo lascia delle impronte.
Le sue opere sono zattere che vanno – così come scrisse Restany – continuamente alla ricerca di senso.
In questa continua ricerca di senso consiste il nostro passaggio sulla terra; di questo passaggio è l’artista a dover lasciare un’impronta significativa, con le sue opere e con il suo pensiero”

Barbara Codogno

Pierre Restany su Pengo

.. quell’idea del vuoto pieno, del vuoto come serbatoio di energia cosmica implica una visione alchemica che porta Pengo molto vicino ai concetti fondamentali e significativi di Yves Klein. A livello di fondamentalismo dei concetti non si può parlare di copia o di imitazione o di plagio ma si verifica solamente l’ingresso, l’inserimento di Pengo in un universo di percezione spirituale di tipo decisamente alchemico. Quale può essere il destino linguistico di un’opera concepita in queste prospettive alchemiche? Essa diventa una sorta di strumento di misura al limite della misura, una proporzione al limite dell’incommensurabile. Questo tipo di dotazione e di riferimento non fa che prolungare ed espandere il processo di ascesi della sublimazione.

Siamo sempre sull’orlo del visibile e dell’invisibile, però con la certezza che la frontiera è illusoria, che non esiste, perché cambia a seconda della percezione mentale psicosensoriale dell’uomo. La condizione psicosensoriale cambia, lo sappiamo bene, molto spesso. Quindi viviamo in questa infra-mince come direbbe Duchamp, in una dimensione di spazio in cui il razionalismo della geometria non ha più valore né significato assoluto; ma dove nasce una contro geometria di compensazione che è la geometria del vuoto e del suo percorso energetico.

La parola rimane all’energia e certamente è in questo senso, verso questa speranza e nel nome di questo desiderio che Pengo sta strutturando, Shock dopo Shock, tappa dopo tappa, la logica interna del suo linguaggio mistico-alchemico, appropriativo del grande desiderio di sublimazione attiva del mondo, di disinquinamento e di rinnovamento del pensiero e della facoltà immaginativa.

… Pengo ci invita a procedere con lui sul filo del rasoio dell’essere, fra il visibile e l’invisibile. lo, personalmente, entro in questa regione che non mi è sconosciuta: quella dove il messaggio pittorico subisce una metamorfosi sublimandosi.

È nella geometria del vuoto che si sviluppa l’energia immateriale che trasforma la materia organica in antimateria spirituale. Renato Pengo si è lanciato nel cuore del vuoto e io saluto il suo volo travolgente nell’infra-mince della vibrazione cosmica.

Pierre Restany, Parigi 1996

RENATO PENGO apocatastasi

Se anche i sogni sognano, allora entriamo nei luoghi della visionarietà che si concretizza in questo progetto. La cultura ha bisogno di essere alimentata e la fame di cultura sfamata. Così, spazio-tempo, archeologia, architettura, pittura, virtualità, si fondono e interagiscono attraverso vibrazioni, sensazioni, emozioni e visionarietà, in un dialogo indispensabile per una ricerca di senso che non potrà avere mai fine.

Siamo in presenza del reale, del virtuale, del visibile e dell’invisibile sempre alla ricerca di nuovi giacimenti del sapere e del comunicare. Questo momento così difficile e inquietante per l’umanità mi trova impegnato, come uomo e artista, nel tentativo, dal mio modesto osservatorio, di proporre e realizzare un progetto che apra nuovi spiragli, nuove speranze, nuove percezioni per un cambiamento che tenga conto delle possibilità-necessità di dialogo, cosciente delle diversità politiche, religiose, economiche e geografiche.

In un mondo globalizzato e tecnologicamente in continua fibrillazione l’unica strada è la cultura che porta dentro di sé armonia (non egemonia) comprensione (non divisione) provocando quel salto salvifico (APOCATASTASI) senza inganni e prevaricazioni verso un nuovo umanesimo più giusto e solidale.

Allora porsi domande che producano sprofondamenti placentari, nel buio involontario senza gravità. Percorrere il sentiero obbligato lasciando impronte di effimere indulgenze verso la luce promessa del vuoto energetico.

Renato Pengo

Padova Centro culturale Altinate San Gaetano

2 giugno – 23 luglio 2017

ingresso libero
orario 10 – 19
Settore Cultura, Turismo, Musei e Biblioteche
paganinl@comune.padova.it
tedeschif@comune.padova.it
padovacultura.it

Note sull’artista

Renato Pengo nasce a Padova in un quartiere proletario dove impara a conoscere la semplicità, la durezza, gli intrighi. In quel contesto la creatività spontanea è un’arma per la sopravvivenza.

Cultura cattolica e cultura laica concorrevano in quegli anni a modellare un ambiente da cui il dubbio e il malessere erano banditi. Pengo incontra ben presto una certa difficoltà ad accettare le regole imposte, ed è per lui inevitabile porsi domande di carattere esistenziale.

Frequenta l’istituto d’arte, ma si rende conto di come la scuola mortifichi il suo bisogno di una più ampia apertura mentale.

Decisivo l’incontro con Diego Valeri che lo avvicina alla poesia, aiutandolo nella ricerca dei motivi del suo malessere esistenziale. È del poeta Diego Valeri la presentazione in catalogo della mostra personale alla Galleria “II Traghetto 1” di Venezia nel 1969.

Dello stesso periodo sono altre due personali alla Galleria “II Giorno” di Milano e alla Galleria “La Chiocciola” di Padova.

Nella prima metà degli anni ’70 si apre a nuove forme di sperimentazione. Strutture seriali rigorosamente cerebrali conducono all’assenza quasi totale del colore e alla registrazione ossessiva dei caratteri di una società alienante e programmata.

Sulla scia di questa consapevolezza sperimenta linguaggi diversi: performance, happening, utilizzo del mezzo fotografico e di materiali industriali, interventi diretti sul sociale.

Attento più all’autenticità dell’esperienza artistica e alla sua efficacia maieutica che al riscontro di mercato, l’artista partecipa in quegli anni a due mostre nazionali: nel 1975 alla Quadriennale di Roma e nel 1976 alla mostra annuale della Fondazione Bevilacqua la Masa, a Venezia.

Nel 1970 vince il primo premio alla Decima Triveneta dei Giovani Artisti.

Nel 1975 è tra i fondatori del gruppo AZIONECRITICA la cui attività culturale si svolge nei quartieri di Padova, attraverso performance e murales, insieme all’Odin Theater di Eugenio Barba. Di questo periodo sono alcune mostre personali a Salisburgo, Galleria “Romanischer Keller”; a Villach “Au der Starmauer”; e a Rovigo all’Accademia dei Concordi.

A partire dai primi anni ’80 cerca altri percorsi, alfabeti interiori attraverso continui sprofondamenti e percezioni subliminali che rendono la sua ricerca sempre più tesa e solitaria.

Sono di questo periodo due grandi cicli pittorici “Itinerari dipinti dal tempo” e “Future archeologie” che compaiono in mostre a Ferrara, Palazzo Massari, ad Amsterdam, all’Istituto Italiano di Cultura, all’Aja nella Galleria “Van Voorst van Beest” e a Padova in “Galleria Stevens” e “Galleria Civica”.

In quegli stessi anni inizia a realizzare video d’artista lavorando sulla decelerazione dell’immagine I suoi video sono presenti in numerose rassegne nazionali e internazionali, come: Cadotica a Roma, Ifduies a Lugano, Le arti al cinema a Verona; Festival Mundial do Minuto a San Paolo in Brasile, Mutazioni e Mutanti a Padova, al Film Festival di Torino.

Il carattere strenuamente autoriflessivo su tematiche di stringente attualità colloca l’artista in una posizione di spicco nel panorama dell’arte contemporanea, in Italia e in Europa.

A partire dagli anni ’90 il suo punto di vista nell’affrontare questioni salienti in ambito antropologico e psicanalitico, lo portano ad acquisire un’evidenza particolare in ambiti limitrofi al sistema dell’arte e all’interno del dibattito scientifico.

Viene invitato ad assise scientifiche come “Psiche e Immagine”, “Trauma e Catarsi”, “Cinema e Psichiatria” tenutesi a Padova tra il 1994 e il 1995; “L’istituzione, la mente del terapeuta e gli scenari del gruppo” a Verona nel 1996; “Cosmogonie della mente” ancora a Padova nel 1996 a cura di Luigi Pavan e Giampietro Brunetta; “L’enigme du visible” a Parigi nel 1998 a cura di Vanessa Delouya.

In questi anni il suo lavoro si focalizza in una intuizione che apre a un nuovo orizzonte di conoscenza: lo SHOCK tecnologico. Il concetto, elaborato nel corso del 1990, abbaglia Pierre Restany che così lo interpreta: “L’interruzione della corrente sbocca nell’universo spirituale e immaginario, pregnante di vibrazioni e di energia cosmica in libera circolazione nello spazio: uno spazio che diventa il vuoto immateriale”.

Nel brulicante e non più decifrabile insieme di segnali che si manifesta nell’interruzione televisiva, Pengo ravvisa lo spazio simbolico di una riflessione radicale, di un’autocoscienza di sé come artista visivo, coinvolto inevitabilmente in un confronto serrato con il mezzo tecnologico. Le più significative mostre di questo periodo hanno avuto luogo a Tokio, Madrid, Tunisi, San Sepolcro-Casa di Piero della Francesca, New York, Parigi.

Del 2008 la grande mostra al Museo Nazionale di Villa Pisani, Venezia “Traghettare il Tempo” e la personale “Oltre” al NET Center di Padova; nel 2009 la mostra “Oltre l’immagine” al Museo Civico del Santo a Padova.

Nel 2012 un’altra significativa personale “Ritratto contemporaneo” nello Spazio Biosfera a Padova. E sempre nel 2012 la grande mostra “SHOCK” ai Musei Civici agli Eremitani. Nel 2014 è al Castello di San Zeno a Montagnana, Padova con “L’energia della memoria” e a Londra con “L’utopia della pittura” alla ArtMoorhouse, Moor House.


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