SPARIGLIANDO LE CARTE | Luigi Meneghello a dieci anni dalla morte

Posted on 23 marzo 2017

0



SPARIGLIANDO LE CARTE

Luigi Meneghello a dieci anni dalla morte

di Marco Cavalli

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

 

“Buongiorno! Parlo con il professor Meneghello?”

“Sì, tanto tempo fa mi pare di ricordare di aver fatto quel mestiere lì. Ma chi è che vuole il professor Meneghello?”

“Parla M.C., Meneghello – sorry, professore…”

“Ciao, caro. È parecchio che non ci si vede. Quand’è l’ultima volta che sei venuto a Thiene? Portavi le paste…”

“Nel 1999. Professore, non le faccio perdere tempo. Se la sente di partecipare alla manifestazione ***? Guardi che la paghiamo, e bene.”

“Cosa vuoi, sono così poco entertaining ormai. E poi sarebbe ora che mi mettessi a scrivere sul serio, non ti pare? Alla mia età … Dopo tante prove – che però, mi sembra di capire, non sono andate così male – mi sento pronto. Ma sì, posso finalmente debuttare …”

Ecco qui uno scampolo dell’ultima telefonata da me fatta a Luigi Meneghello, un mese prima della sua morte. Ci eravamo conosciuti nel 1999. Gli avevo fatto da apripista durante un incontro pubblico a Breganze, con trepidazione per tutti e due; una trepidazione in cui c’entravano le rispettive età e la distanza, non anagrafica bensì culturale, tra l’una e l’altra. L’incontro aveva soddisfatto tutti, Meneghello incluso. Una settimana più tardi arrivò l’invito a raggiungerlo nella sua casa di Thiene. Avremmo pranzato in un ristorante da raggiungere in auto. Guidava la moglie, minuta e aureolata di grigio, impeccabile nel suo abitino inappariscente. L’auto era di fabbricazione inglese, con la guida a destra. Alle curve, affrontate dalla signora Katia con energica sicurezza, Meneghello si aggrappava al reggimano e dal retrovisore mi inviava occhiate un po’ apprensive. Avevo comprato per l’occasione un cabaret di paste assortite ed ero un po’ offeso che Meneghello non ci avesse fatto caso. Non lo aveva neanche degnato di uno sguardo. Tra una parola e l’altra, il piccolo vassoio di cartone, malinconico come un’altalena abbandonata, dondolava appeso per lo spago al mio indice. A tavola Meneghello fu molto loquace. Era impaziente di discolparsi dall’accusa che più gli spiaceva, quella di ricercare il paradosso, di voler fare dello spirito a tutti i costi. “Non ho mai detto niente in vita mia soltanto perché lo credessi spiritoso. Però la mia vanagloria ce l’ho. Infatti mi capita ancora di credere che una cosa sia spiritosa solo perché l’ho detta io.”

In quei giorni lo occupavano le bozze del primo volume de Le carte. Me ne fece ascoltare, lette da lui, un paio di pagine. Di quella lettura confidenziale mi sarei ricordato anni dopo, allorché al telefono, ma stavolta da Londra, mi disse: “Sinceramente: Le carte, secondo te, è una sciocchezza?” Il terzo e ultimo volume languiva in libreria da un paio di mesi. Come i precedenti, era una congerie di scarti, di ritagli, di avanzi di magazzino.

Quando uno scrittore ti invita a sedere al suo tavolo da gioco, è per darti una lezione, per mostrarti le sue, di carte – comunque vincenti, e non potrebbe essere altrimenti. La conclusione della mano è scritta in partenza. Al convocato non resta che perdere con il sorriso sulle labbra e alzarsi alleggerito, pago, riconoscente. Con quale presunzione potevo credere che Meneghello fosse interessato a conoscere la mia opinione? Lui voleva verificare se rispecchiava la sua, e basta. Mi chiedeva la cortesia di dirgli l’opinione che lui aveva del suo libro, della quale forse incominciava a dubitare. Chissà che detta da un altro, da me, non gli sembrasse ancora degna di fede o definitivamente screditata. Quel “sinceramente” era un bluff, dovevo intuirlo. Sprovveduto com’ero, volli andare a vedere il suo gioco. Risposi che sì, Le carte mi pareva una sciocchezza, e grossa. E così ne commisi una io, macroscopica. Cadde un lungo silenzio: non la linea che, lo sentivo, rimaneva aperta. Poi riprendemmo a parlare. La delusione di Meneghello, udibilissima, aveva qualcosa di impersonale; tuttavia non era stridula, non tracimava. Sentii che era dispiaciuto per me e mi mancò la forza di replicare. Chissà qual era il passaggio che mi era sfuggito impedendomi di afferrare il senso dell’intera operazione. Allora Le Carte aveva l’aspetto di un’opera postuma pubblicata in vita; un monumento funebre commissionato, costruito e scoperto dal suo stesso dedicatario. Mi pareva di ricordare che da qualche parte Meneghello si fosse già espresso sulla condizione del sepolto vivo, riferendola a sé. Forse Le Carte andava guardato da una prospettiva meno ravvicinata, dagli esordi di Meneghello.

“Come riprendere con un po’ di slancio la narrazione di una vicenda un tempo piena per me di passione e di ardore, dal momento che coloro con cui mi intratterrò non sono più vivi, dal momento che si tratta di risvegliare effigi raggelate nel fondo dell’Eternità, di scendere in una cripta funebre per simulare la vita? Non sono quasi morto io stesso? Le mie opinioni non sono cambiate?” (René de Chateaubriand).

I dubbi che tormentarono Chateaubriand durante la stesura delle Memorie d’oltretomba sono i medesimi di Meneghello allorché nel fare ritorno in Inghilterra dove vive e lavora dalla fine degli anni Quaranta decide di mettersi a scrivere un libro sul periodo della sua infanzia a Malo. È il 1960. Le difficoltà dell’impresa gli sono subito evidenti. La ‘materia di Malo’ si presenta altamente deperibile. È remota, defilata, soggetta ai personalismi di chi ha scelto di occuparsene. Non la si può raccontare in italiano, per lo meno non nell’italiano letterario appreso a scuola; d’altra parte, non si può evitare di scriverla in lingua italiana. Il dialetto vicentino non sarà la pasta, ma il lievito del libro in gestazione. “[…] non mi sono proposto di riprodurre il dialetto, […] né mi sono provato a tradurre il dialetto in italiano, cosa intrinsecamente insulsa; ho voluto invece trasferire, trasportare, la mia esperienza dialettale in italiano, farla valere anche per chi non sa il dialetto, nel miglior modo che potevo” (Jura, p. 108). Da ogni parte salta fuori il contrasto tra l’immediatezza e la vivacità della parlata vernacolare e la scarsa o nulla reputazione di cui gode sul piano della cultura. È la questione della diglossia, cioè della gerarchia che disciplina i rapporti del dialetto con la lingua nazionale. Al pari di tutti gli italiani della sua generazione, Meneghello ha dovuto imparare a scrivere in una lingua che quasi non parla e a sforzarsi di non parlare, o di parlare sempre meno, una lingua che non viene ritenuta tale perché è una lingua che non si può scrivere.

Un episodio del libro I piccoli maestri descrive in modo originale la condizione di allora di Meneghello. È la scena del ritrovamento in montagna, alla fine della guerra, del nascondiglio improvvisato che permise all’autore di sfuggire a un rastrellamento. Il luogo nel quale il partigiano Meneghello si rifugia per sottrarsi alla morte è “una crepa orizzontale, uno spacco in un tavolato di roccia, […] una fessura, come tante altre”:

“Ma sì, durante un rastrellamento sono venuto a finire qua; ora sono qua di nuovo. Il legame tra allora e adesso è tutto lì, e non lega molto. Ma sì, è in questo punto della crosta della terra che ho passato il momento più vivido della mia vita, parte sopra la crosta, correndo, parte subito sotto, fermo.”

Miglior ritratto di sé Meneghello non poteva dipingere: sospeso tra passato e presente, dritto in piedi dentro un taglio lungo la superficie della lingua italiana, pigiato tra il dinamismo volatile del parlato e l’immobilità sepolcrale  dello scritto. Chateaubriand avrebbe capito, e approvato. Il quarantotto succede appunto nel 1948. Complice una borsa di studio del British Council, Meneghello parte alla volta dell’università di Reading. L’espatrio gli fa scoprire le contraddizioni della sua formazione intellettuale: “Per quanto riguarda me personalmente, credo di poter dire che quello è stato uno degli atti più patriottici che io abbia mai compiuto” (La materia di Reading). In Inghilterra accosta tra loro i lembi del suo bilinguismo originario e si accorge che sono persino più di due. La familiarità crescente con la lingua e i costumi anglosassoni lo incoraggia ad approfondire i rapporti vicendevoli tra i codici culturali del dialetto e dell’italiano, a esaminarli da un punto di vista esterno al loro antagonismo fondamentale. Penetrando il nucleo di quell’antagonismo Meneghello ne individua numerosi altri che fermentano al suo interno. Sono le polarità che passando per il laboratorio di Libera nos a Malo entreranno nel resto dell’opera letteraria: scritto/orale, pubblico/domestico, lento/veloce, serio/faceto, grande/piccolo, mira acquisita/mira infusa …

Ma chi può garantire l’esattezza dei propri ricordi? Meneghello ritiene una virtù talmente rara quella di saper raccontare tutta la verità su qualcosa, che chiunque si vanti di farlo, specialmente se si mette la mano sul cuore, merita di essere guardato con il più profondo sospetto. I particolari dell’infanzia paesana che affiorano alla memoria sono importanti in considerazione sia della luce che portano, sia di quella che portano via, e vanno maneggiati con la cautela e la delicatezza che si riserva ai reperti archeologici. Occorre guardarsi dalla tentazione di esagerarne il valore misurandolo sulla loro persistenza. La conchiglia fossile raccolta in cima alla montagna appartiene forse all’oceano che esisteva un tempo nel luogo in cui attualmente sorge la montagna. Esiste un modo per udire e far udire la risacca di quell’oceano avvicinando all’orecchio il fossile della conchiglia là dove è stata ripescata, duemila metri sopra il livello del mare?

C’è inoltre un problema a due incognite che chiede di essere risolto con una sola equazione: come si fa a ricordare un tempo e un luogo realmente vissuti e a trarne un libro? Un ricordo è sempre in prospettiva, mentre un libro è un quadro più o meno cubista in cui si vedono le due facce della chitarra, la pancia e il fondo della brocca d’acqua. E poi, chi è che racconta? In Libera nos a Malo la mano che scrive tiene costantemente d’occhio il simpatico causer che nel libro dice “io” con tanta facilità, e mantiene nei suoi confronti un contegno prudenziale. Non si fida di lui, e il fatto che si tratti in definitiva della stessa persona intensifica l’ironia. Comincia il gioco al massacro degli aggiustamenti, dei rifacimenti, degli andirivieni dentro la pagina, questa piccola stanza rettangolare con il pavimento a mattonelle (ogni mattonella, una frase). Una delle mattonelle è il punto esatto in cui ci si deve fermare affinché tutto si disponga nella prospettiva giusta. Ma qual è questa mattonella? Persino durante quel pomeriggio thienese Meneghello mi aveva dato l’impressione di muoversi in cerca della mattonella giusta. Continuava a muoversi anche molto dopo che il pavimento era stato completato e piedi diversi dai suoi erano intenti a misurarlo, compiaciuti. Non era mai di ritorno dal lavoro, dalla solitudine assoluta del lavoro di scrittura, che protratta oltre un dato limite significa non poter fare assegnamento neppure su se stessi,

Pomo pero è concepito in forma di edizione critica (di garbata parodia di un’edizione critica) di parti scartate (“paralipomeni”) di un’opera anteriore, che è Libera nos a Malo. Il testo vero e proprio reca in appendice un apparato di postille che non sono meno ‘scritte’ ma che, nelle intenzioni di Meneghello, dovrebbero sembrare ‘redatte’. La loro funzione è sdrammatizzante: attenuano, dove credono di ravvisarla, l’enfasi letteraria di qualche passaggio, e nel farlo calcano con ironia lieve, amabile, sul tono che le caratterizza, tra il flemmatico, il professorale e il paternalistico. Nel libro d’esordio questa impostazione appariva ancora incerta, larvata: in Pomo pero si stabilizza. L’idea di base è di creare un equilibrio, di trovare la giusta distanza focale. La lente divergente delle postille serve a regolare le azioni convergenti che si compiono nel testo. L’intimità tra la materia del racconto e l’io narrante, che il testo presenta come un fatto compiuto, senza né scusarla né giustificarla, ha il suo correttivo nelle note, che pongono a una debita distanza dal testo il suo stesso autore. Questa duplicità è congiuntamente metodologica, stilistica e melodica. Investe l’impianto generale, i registri espressivi, la musica interna di ciascun libro di Meneghello. Ne fanno fede le intitolazioni doppie: Pomo pero, verso iniziale di una filastrocca infantile, reca in sottopancia Prolegomeni di un libro di famiglia; Maredè, maredè… sfoggia un austero Sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina; Jura, formula dialettale scaramantica da cui prende il titolo un libro di saggi, ha il suo corrispettivo essoterico nel sobrio Ricerca sulla natura delle forme scritte; il saggio Il turbo e il chiaro si ripara dalle accuse di ermetismo sotto l’ombrello di un sottotitolo come Rilevamenti sulle frontiere della traduzione letteraria.

Nei libri che seguono la pubblicazione di Bau-sète!, la filologia “a latere” si fa preponderante. Maredè, maredè…, ultimo segmento della trilogia di Malo, è composto interamente di appunti di carattere linguistico. Sono annotazioni disuguali, incisive, spiritose, che alludono a un testo – un’opera di lessicografia sul dialetto vicentino – inesistente; testo che il lettore dovrebbe desumere o presumere in base alla quantità delle note e al loro confluire attorno ad alcuni snodi tematici. Negli anni Novanta la produzione saggistica infoltisce. Lo smalto è ancora quello delle cose migliori di Meneghello, ma l’impianto è più accademico. Accademia inglese, certo; ma sempre accademia. Jura e La materia di Reading sono libri che discutono questioni relative al “come”: esaminano in retrospettiva le opere pubblicate e ne verificano la grazia, lo spessore etico, la sensatezza epistemologica. Lo scrittore è diventato in pianta stabile il commentatore disincantato di se stesso. Il colmo della circospezione lo si tocca con Le Carte, che innalza a sistema la farragine. Temendo forse di essere scivolato alle soglie dell’autocensura a forza di contenersi, di esagerare con gli scrupoli, Meneghello li dimette tutti, in blocco. Una liberazione da Malo e dalle angosce connesse a quell’intransigente dimagrimento della prosa che è all’origine di Libera nos e delle opere successive. Per una volta, si sarà detto Meneghello, che sia il lettore a finire sepolto vivo. Sono quei gesti fanciulleschi che solo uno scrittore di fama e in età senile può permettersi di compiere infischiandosene delle conseguenze.

“Non far caso a Gigi. Ogni tanto fa la voce grossa, ma non morde mica” mi aveva detto la signora Katia, al termine di quel lungo pomeriggio a Thiene, ormai a casa.

“Ma dove è andato suo marito, che non torna più?”

“Sarà in cucina, ad assaggiare le paste di nascosto. Non sai il colpo che gli hai dato portandogliele. Si era messo a dieta …”.

Marco Cavalli


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 30 – Marzo 2017.

Copyright 2017 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere COPIA della rivista CARTACEA: SEGUI ISTRUZIONI A QUESTA PAGINA

Annunci