NON SOLO PEL DI CAROTA | Jules Renard scrittore di cose brevi

Posted on 23 marzo 2017

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NON SOLO PEL DI CAROTA

Jules Renard scrittore di cose brevi

di Alfonso Lentini

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

 

Parlare de Il cervello non ha pudore, il libro di Jules Renard che Stampa Alternativa ha pubblicato con un titolo seducente e adeguata maliziosa copertina (collana Fiabesca, 2014), si rivela impresa non facile, pur essendo questo un libro semplicissimo e rigonfio di godibili meraviglie verbali. Il fatto è che, a rigore di verità, questi aforismi attribuiti a Jules Renard, non sarebbero propriamente di Jules Renard, il quale – anche se scrittore prolifico – di aforismi in vita sua non ne compose nemmeno uno. La loro paternità andrebbe in un certo senso attribuita al curatore del libro che ha compiuto il maleficio. Tuttavia, sempre a rigore di verità, non si può dire che costui, pur in un certo senso essendosi appropriato della scrittura di Renard, sia da considerare un plagiario. Perché Antonio Castronuovo, è questo il nome dell’accusato, non ha fatto altro che lavorare onestamente sugli scritti di Renard, benché operando per così dire di “taglio e cucito”, o – come più modernamente si usa dire – di “copia e incolla”. O meglio: va detto che Castronuovo è un profondo conoscitore di aforismi, e lui stesso ne è abile creatore, e questo gli conferisce uno speciale fiuto da segugio grazie al quale riesce a scovarli anche là dove non ti aspetteresti di trovarne, per esempio nel lungo Journal (in origine ben 54 quaderni fitti di appunti e annotazioni) che Jules Renard (autore francese di fine Ottocento, celebre per il romanzo Pel di carota) redasse per tutta la sua vita.

Estraendole una dopo l’altra dalle pagine originarie, Castronuovo prende all’amo frasi brevi o brevissime e, isolandole dal contesto, le fa risplendere di nuova luce (simili a pesci che, appena catturati, agitano le loro code iridate). Staccate dal corpo di un discorso per il quale sono state scritte, certe frasi possono assumere un maggiore o differente valore, o addirittura cambiare senso. Perciò questo procedimento si potrebbe considerare illegittimo nell’eventualità di una scrittura orientata ad argomentare o a esprimere posizioni ideologiche, ma questo non vale nel caso degli aforismi, territorio quanto mai aperto e arioso, anarchico e surreale, barocco e strafottente. Nessuno ha mai preteso di dimostrare tesi o fare proselitismo politico con un aforisma (forse qualcuno ci prova con gli slogan: ma quello è tutt’altro terreno, tutt’altro discorso). Gli autentici aforismi sono come un lampo che illumina per un attimo qualche piccolo frammento del tutto, sono accensioni parziali, casuali, effimere come un petardo esploso da un bambino. Eppure talvolta proprio attraverso gli aforismi giungono ai lettori schegge di sapienza che neppure i più rigorosi trattati riescono a trasmettere (perché – si sa – la vera saggezza viaggia con bagagli leggeri e odia i sapientoni).

Ma perché usare proprio gli scritti di Renard come bacino di pesca? Ce lo spiega lo stesso Castronuovo nel piccolo saggio accluso al volume. Quello di Renard, dice Castronuovo, è – insieme allo Zibaldone di Leopardi o ai diari di tanti altri celebri autori come Landolfi, Stendhal, Camus – «uno dei più bei diari della letteratura europea». L’autore di Pel di carota vi annotò quotidianamente di tutto dal 1887 al 1910, sino agli ultimi giorni di vita: è dunque un’interminabile collezione di appunti la cui peculiarità è, però, “il gusto della limitatezza”, la predilezione per l’arte della brevità che spinse Renard a diffidare delle forme di scrittura complesse, compreso il romanzo (con cui tuttavia suo malgrado si cimentò, tanto che l’opera grazie alla quale diventò celebre, Pel di carota, fu appunto un romanzo).

La sua, come ci spiega Castronuovo, si può dunque considerare una «poetica della frammentazione» e la scelta di dedicare tanta energia creativa alla stesura di un Journal (che per sua natura, per quanto esteso, ha una struttura aperta e frammentaria) è certamente indicativa, specialmente se lo stesso Renard a un certo punto vi scrisse: «Leggo qualche pagina di questo Journal, alla fine dei conti è ciò che di meglio e di più utile avrò fatto nella mia vita».

Ed ecco qualche fulminate esempio dei tanti “aforismi involontari” che, bottino squisito della sua pesca miracolosa, Castronuovo ci regala: «Una parola così graziosa che vorremmo avesse le guance per abbracciarla», «I ricordi questa sera hanno preso come tamburello il mio cervello», «Si entra in un libro come si sale da un treno: con occhiate lanciate dietro di sé, qualche esitazione e il fastidio di cambiare luogo e idee. Che ne sarà del viaggio? Come sarà il libro?».

Di libro in libro, arriviamo a un altro Renard che Castronuovo estrae dal suo inesauribile cappello a cilindro. E con quest’ultimo ci spingiamo appena oltre i frastagliati confini dell’aforisma. Infatti, se qualcuno può pensare che il romanzo è un racconto pompato a più non posso, allora forse qualcun altro potrebbe pensare che il racconto altro non sia che un aforisma dilatato. Ed è proprio nella misura breve o brevissima del racconto che, secondo Castronuovo, Renard tocca i vertici qualitativi della sua produzione: «Il suo stile si rivolse alla pagina condensata ma perfetta, alla maestria della concisione, e perciò fu inevitabile per lui approdare al racconto». E di conseguenza ecco, a ruota dell’uscita degli “aforismi involontari”, un altro minuscolo librino di Renard che Castronuovo come curatore e prefatore pubblica questa volta per le edizioni Via del Vento: L’uovo di gallina (collana Ocra Gialla, 2015). Sono cinque deliziosi raccontini (L’uovo di gallina, Il secchio, La torta avariata, Il tappo, La barca a vapore) di cui i primi due inediti in Italia e gli altri tre di difficile reperibilità e in nuova traduzione. Ogni racconto intreccia comicità, umorismo, critica del costume e mette in scena personaggi che si muovono con prassi stralunate e imprevedibili nella panciuta quotidianità borghese di fine Ottocento stravolgendone di volta in volta i connotati. Cinque “aforismi dilatati”, cinque racconti brevissimi, tratteggiati come in punta di matita, con prosa di mirabile perfezione.

Alfonso Lentini


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 30 – Marzo 2017.

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