L’AMORE BALDRACCO | La Bellezza di Dario | Vita e Opera di Dario Bellezza

Posted on 23 marzo 2017

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L’AMORE BALDRACCO

La Bellezza di Dario | Vita e Opera di Dario Bellezza 

di Massimiliano Sardina

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

 

Il corpo di Dario Bellezza, poeta, riposa nel cimitero acattolico di Roma (noto anche come “cimitero degli artisti e dei poeti”), a Testaccio, accanto alla storica colonia felina di Piramide Cestia. Circondato dai tanto amati gatti, in vita come in morte, dai passetti felpati e furtivi di quelle bestiole imprevedibili, fedeli e sfuggenti, esserini dolcissimi d’una spericolata innocenza, come quei ragazzetti malandri rincorsi per tutta una vita. Divinità randagie, sonnecchiose sfingi, i gatti fanno spesso capolino nelle poesie di Dario, chiamati a consolare una inguaribile solitudine. Ha un padrone che pensa al suo cibo: tanto gli basta come fosse un infante. Se io basto a lui, lui basta a me col cuore in declino.

Dario Bellezza nasce nel cuore romano di Trastevere il 5 settembre 1944, figlio di una romanità generosa, schietta e teneramente impunita, una romanità ancora da cartolina, destinata a sfumare gradualmente nel grigiore omologante delle convenzioni borghesi. Trascorre gli anni inquieti dell’adolescenza nel quartiere di Monteverde e, terminato il liceo, intraprende gli studi di Lettere all’Università “La Sapienza”. Il demone della poesia possiede Dario giovanissimo. «Leggevo un libro al giorno. Ma non sapevo ancora scrivere bene anche se di tentativi ne avevo fatti tanti.» Spaziando da Platone a Sandro Penna si forma su Proust, Gide, Wilde, gli amatissimi Leopardi e Rimbaud, e ancora Verlaine, Dostoevskij, Alfieri, Stendhal, Kafka, Goethe, Pascal, Balzac, Carducci, Genet… (è Bellezza stesso a stilare l’elenco delle sue letture giovanili, ed è significativo che lo abbia fatto nelle ultime pagine de Il poeta assassinato, il suo ultimo accorato hommage al maestro tra i maestri, Pier Paolo Pasolini). Il primo esperimento letterario lo intraprende all’età di tredici anni, si tratta di un romanzetto erotico «per farmi compagnia nei miei giorni adolescenziali fuori del tempo, mitici e solitari.» La famiglia, per un temperamento saturnino e insofferente come il suo, incline tanto alla malinconia quanto alla ribellione, non tarda a rivelarsi un luogo opprimente, castrante, da impedimento alla crescente sete di vita e di libertà. «…Famiglie io vi odio! Focolari d’intimità, porte rinchiuse» scriveva l’amato Gide ne I nutrimenti terrestri (1897). L’affrancamento dalla famiglia, sul finire degli anni Sessanta, si traduce fin da subito in un’esistenza sregolata, precaria, orgogliosamente libertina. Nel ’68, desideroso di farsi conoscere come autore, invia una sua prosa (La rapida ira) alla rivista “Nuovi Argomenti”, attirando l’attenzione, tra gli altri, di Enzo Siciliano che subito ne riconosce il talento; lo stesso anno, sul numero 12 di “Nuovi Argomenti” (ottobre-dicembre ’68) il ventiquattrenne Dario Bellezza esordisce con i versi de La vita idiota, in cui compare già, potente e disperata, tutta la sua poetica: (…) Il tuo fresco possesso era lo spasimo vitale / che sigillava il nostro amore in una gioia senza speranza; nel letto i corpi adolescenti sapevano i trucchi dell’assenzio / per stordirsi fino all’impassibile grazia; entravi in me con la foga dei tuoi ingenui anni di ragazzo ai primi baci… Attraverso Siciliano il giovane poeta entra in contatto con Alberto Moravia e Elsa Morante. Determinante, più di tutti, sarà l’incontro con Pasolini.

Dal ’68 – l’anno delle riprese di Teorema – Bellezza diventa un assiduo frequentatore della casa di Pasolini all’Eur, in via Eufrate 9; qui, diviso tra l’ammirazione e la soggezione, il poeta in erba ha modo di espiare la sua gavetta ricoprendo la mansione di segretario, per lo più disbrigando la gran mole di corrispondenza che quotidianamente incombeva sul celebre scrittore-regista. «Ero attirato morbosamente da Pasolini in quanto catalizzava l’omosessualità e la buttava in faccia al mondo, con scandalo, e questo mi piaceva, avrei voluto anch’io gridare che ero un diverso, e imporre la mia diversità.» L’adesione alla poetica pasoliniana, totalizzante, lo investe di «una partecipazione quasi mistica.» Nel febbraio ’71 Garzanti pubblica Invettive e licenze, il primo libro di poesie di Dario Bellezza; il risvolto di copertina reca la firma di Pasolini che, con misurato entusiasmo, lo definisce «il miglior poeta della nuova generazione.» I versi di Invettive e licenze – scarni e disinibiti, a tratti d’una schiettezza imbarazzante – catalizzano subito l’attenzione di pubblico e critica. Ma quale sesso ha la morte? È ragazzo. È ragazza. Spaventosamente materna mi abbraccia al limitare del sonno, quando l’alba affretta la sua agonia (…) Perpetravi silenzi, penetrati di sgomento li smaltivi fuori alla deriva, lontano dagli occhi, condonavi alle libidini il tuo massacrato amore… Risale a questo periodo anche l’amicizia (e una breve convivenza) con la poetessa Amelia Rosselli. Pochi mesi dopo la pubblicazione di Invettive e licenze Bellezza prende casa stabilmente in via dei Pettinari 75, nei pressi di Campo de’ Fiori, rifugio di solitudine e luogo di transito di mille amori.Tra poesie, prose e opere teatrali il corpus bellezziano si andrà componendo negli anni in ossequio a un comun denominatore: l’esercizio del peccato quale escamotage di salvezza, unico antidoto a quell’impossibilità così drammaticamente sottesa alla vita (e va da sé che al peccato s’accompagna la colpa, un sentimento autodistruttivo e d’elezione).

Nella poetica di Dario Bellezza salvezza e condanna si dimenano avvinghiate tra le lenzuola macchiate di un letto sfatto, talmente aderenti da sfumare l’una nell’altra, in una danza delirante di piacere e dolore. Tutto in Bellezza è celebrazione delle nozze tra Eros e Thanatos. Tutto in Bellezza è consapevolezza del sentimento di desolata finitezza che fa seguito all’orgasmo. L’amore, leopardiano e impossibile, si palesa quale rovescio funesto della morte, null’altro che un suo tristo riflesso. Il poeta, Cristo recidivo, è chiamato a vivere dolorosamente la sua passione, e a morirne. La poesia qui si fa Vangelo, testimonianza di un’esperienza vissuta ai limiti, sul confine labile tra felicità e perdizione, in quella dimensione spazio-temporale che Rimbaud chiamava une saison en enfer. «Prete di se stesso» – come amava definirlo Pasolini – Dario Bellezza pagava lo scotto di un cattolicesimo inalienabile dalla sua libido; pur rigettando l’etichetta di cattolico (e ci sono interviste che non lasciano dubbi in merito) Bellezza trasudava sensi di colpa da ogni poro, di qui l’assunzione di quella condizione di diversità che si trascinerà dietro per tutta la vita. Figlio del suo tempo, malgrado l’eccezionalità della sua originalità poetica, Bellezza ricalcava tutti gli stereotipi dell’omosessuale di quegli anni: compulsivo nei rapporti sessuali, incapace di imbastire relazioni durature, incline a considerarsi come cosa altra dalla borghesia imperante. Bisognerebbe forse fargliene una colpa? Figlio del suo tempo, come abbiamo osservato, plagiato dal dito indice dei dettami ecclesiali, Bellezza non avrebbe potuto essere altrimenti, ed è forse per questo che oggi la sua opera ci appare così tremendamente datata (già, proprio lui che dava del datato a Pasolini); questo però nulla toglie alla grandezza e all’autenticità del suo lascito che, a oltre vent’anni di distanza, è ancora capace di coinvolgere e commuovere.

«Non sono nato poeta, lo sono diventato. È un dilemma che mi ha sempre incuriosito, senza la capacità di risolverlo: si nasce o si diventa poeti? Per forza di volontà, per condanna del destino, per inerzia?» In Bellezza la condizione di “poeta” equivale a una dolce maledizione, a una pena da scontare, in ossequio a un destino cieco e indifferente. Il poeta è il diverso, l’incompreso, l’inassimilabile, il reietto, il ripudiato, l’icona oscena dello scandalo. Il poeta non ha posto, è incollocabile, scomodo, impresentabile. Per Bellezza la cesura è netta: tra il poeta e la società del suo tempo l’unico ponte percorribile è quello, pericolante, della poesia (ogni altra comunicazione è interrotta). Il poeta ci fa e ci è: l’autoemarginazione, la compiaciuta decontestualizzazione estetizzante del sé, la commiserazione, la ritualistica del piagnisteo, l’epifania dell’inversione sono al contempo atteggiamenti ed effetti collaterali. Al poeta spetta di diritto il ruolo dell’infelice. Bellezza ha portato alle estreme conseguenze questo stereotipo romantico crepuscolare, senza fingere alcunché, in tutta onestà, in perfetta aderenza al suo vissuto. In Bellezza l’omosessualità – o meglio, l’attrazione sessuale verso giovani corpi maschili – si palesa quale condizione pervasiva. Supremo oggetto d’ossessione è il corpo, scrigno d’ogni pulsione, luogo di battaglia tra il bene e il male, gabbia dell’anima, un corpo anonimo infinitamente sostituibile, il corpo del reato, del peccato, dell’estremo sacrificio. Il demone malandro di Dario Bellezza assume le fattezze guittesche d’un Cristo erotizzato, corpo proclamato inchiodato all’estasi masochistica della sua passione. In versi, in prosa o tra le righe – e con meno attendibilità, forse, nelle interviste – Bellezza canta un’omosessualità colpevole e colpevolizzata, costretta a reiterarsi in una sorta di connaturata impossibilità.

La quotidianità di Dario Bellezza era quella di un cacciatore di corpi, meglio se sbandati e proletari, corpi comunque giovani, guappi, pasoliniani, pescati nei luoghi storici del battuage romano: da Ponte Marconi a Colle Oppio fino alla Stazione Termini. Pur cercando la solitudine – quella torre d’avorio byroniana che nella tradizione romantica è insieme faro e prigione del poeta, punto d’osservazione privilegiato ma anche vertigine estrema del distacco – Dario non riusciva a stare da solo; fisicamente, per via epistolare e per telefono imbastiva relazioni d’amicizia esclusive spesso punteggiate da litigi e incomprensioni, complice una personalità per natura incline al diverbio e al gusto del pettegolezzo. Di certo Dario Bellezza non faceva nulla per apparire una persona gradevole. Oppositivo, indisponente, sarcastico, dalla battuta pronta, sempre tagliente e provocatorio: questa era la parte di sé che spesso e volentieri esibiva in pubblico; con gli amici più cari, al contrario, allentava la tensione e lasciava emergere la sua vulnerabilità. Bellezza non ha avuto una vita facile. Il suo mestiere di poeta (vissuto all’insegna del carmina non dant panem), pur donandogli credibilità e notorietà crescenti, non lo ha ripagato equamente sul versante pratico, in altre parole non gli ha dato di che vivere dignitosamente.

A differenza dei colleghi amici – Pasolini, Moravia, Morante, Siciliano… – Bellezza non è stato un autore di successo, e di certo lo stile di vita bohémien non ha giovato alle sue magre fortune; di qui anche quell’acredine, quell’insofferenza, quel malcelato odio verso la sazia borghesia editoriale che premia gli allineati e penalizza gli outsiders (e va da sé che nel ruolo di vittima Bellezza si è sempre sentito magnificamente a suo agio). La penuria di denaro ha condizionato pesantemente la sua vita condannandolo a una precarietà cronica che, negli ultimi anni, si è tradotta in vera e propria indigenza. Grazie alle battaglie degli amici più stretti (Massimo Consoli in primis) otterrà la pensione Bacchelli ma, come vedremo più avanti, morirà prima di poterne beneficiare concretamente (proprio lui che, anni prima, si era adoperato per farla ottenere alla scrittrice e amica Anna Maria Ortese). Catalizzatore di tutta la sofferenza del mondo, preda designata dell’imperante ferocia, testimone attonito della tragedia umana, nell’immaginario collettivo il poeta deve nascere e morire povero, irreparabilmente infelice. Sul poeta, nel bene e nel male, è impresso il marchio della diversità. Il poeta è l’indomato, lo scherzo della natura, il giullare, l’innamorato eternamente respinto. Ma è notte ormai per il poeta / che al falso abbraccio della modernità / preferisce la grande stella del tramonto della civiltà. Il poeta è la carne viva, sanguinolenta e stillante, sulla quale la società infierisce. È la ferita della transverberazione, il pozzo d’inchiostro dove l’umanità si rifiuta d’abbeverarsi. È questo l’archetipo di poeta perseguito da Dario Bellezza, in oscillazione tra un Leopardi e un Kavafis. Scrive in Morte segreta (Garzanti, 1976): Ormai ho scelto castità. Il predone che ero / si agita invano per uscire dal freddo inerte buio / dell’occulto inferno che nasconde un Niso, un Manuele, angeli della terra raccolti / intorno al focolare del vizio.

Tra amore e morte troneggia quello che Bellezza chiamava “lo stazionario”, l’efebo di strada, marchettaro di Casal de Pazzi, di Valle Giulia o di Monte Caprino. Non è fascinazione ma ossessione: l’idolo burino dal corpo baldracco è figlio di una Roma caleidoscopica. Mi ributto in piedi alla stazione / sempre più non sposato e vanamente proteso / alla caccia di te preteso urlo scatenato / della mia martire voglia di morire / impiccato. Espio se pago un amaro pedaggio / alla tua banda che qui staziona. La raccolta Morte segreta custodisce forse i versi più riusciti di Bellezza, versi di coraggiosa e sfacciata disinibizione, d’impietosa autoanalisi, di spietata sincerità. Alle semantiche dell’ermetismo qui si contrappone la parola nuda, denudata, esposta. Dicono che non sia un poeta raffinato. Intrigando con la vita, rifiutando l’ermetica polvere degli astri accesi / che non fanno luce, ma solo un po’ di musica / stanca, che nessuno sente, preferisco frequentare i grandi poeti, linfa del mio sangue, o correre al vile mercato / dove c’è il vecchio popolo che muore (…) I versi che chiudono Morte segreta riprendono quasi i toni di una filastrocca: Ora alla fine della tregua tutto s’è adempiuto; vecchiaia chiama morte e so che gioventù è un lontano ricordo. Così / senza speranza di sapere mai cosa stato sarei più che poeta se non m’avesse tanta morte dentro occluso e divorato, da me prendo infernale commiato.

Nei primi anni Settanta Bellezza si cimenta anche nella prosa. Del 1970 è L’innocenza (De Donato, Bari), ristampato da Mondadori nel 1982 con il titolo Storia di Nino; qui il linguaggio bellezziano è ancora acerbo, incerto, a tratti dilettantesco, ma sono già presenti tutti gli elementi della sua weltanshauung: il corpo reso impuro dal desiderio colpevole, la realtà ostile e matrigna, l’eterno ritorno alla madre (celebrato inseguendo ossessivamente figure di donne adulte); il processo di corruzione deve necessariamente passare attraverso il corpo: per l’innocente non c’è scampo. Del ’72 è Lettere da Sodoma (Garzanti), un romanzo a schema epistolare, forse il libro di Bellezza più noto al grande pubblico. Qui i ragazzi di vita che Pasolini aveva cantato nel ’55 si fanno ragazzi di morte, svuotati d’anima, obnubilati e assenti, fagocitati da una città oscena e cieca, col sangue inquinato dalle droghe. «Siamo qui, nell’inferno dei vivi, cercando disperatamente di farci amare, perversi e folli.» Bellezza nel ’72 accese coraggiosamente i riflettori su un mondo ancora poco sondato dai letterati italiani, un mondo che certe penne puritane preferivano ricacciare vigliaccamente nel buio. Nella figura del prostituto Luciano – demone angelico, incarnazione carnale, sessuata, dell’impossibilità – Bellezza fissa una volta per tutte l’archetipo del suo carnefice. «Non mi rassegnerò mai a perderlo: nella sua vita trovo tutta la disperazione degli umiliati, dei comprati, dei paria che la società ha messo al bando; in lui trovo me stesso, io sono lui» Così il poeta, perduto alla vita, insegue relazioni tragicamente bisognose di male fisico, di male morale, pervenendo alla «degradazione scostumata di sé e della propria innocenza, della santità del corpo.» Sullo sfondo una Roma balorda e battona, non più mamma, sempre più adulterata dalla macchina del consumismo.

Dai primi anni Settanta, con subdola prepotenza, la droga mercifica definitivamente il sesso e lo relega nel Thanatos. Ci penserà poi l’AIDS, nei primi anni Ottanta, a infliggere il colpo di grazia su quei corpi già esausti (il castigo divino, la peste degli omosessuali, come la definiranno i media dell’epoca). Sono atmosfere che ritroviamo anche ne Il carnefice (Garzanti, 1973). Desolata dunque non resta che questa passione per la sopravvivenza e questa idiota fame sessuale che si spegnerà solo con la mia morte, monotona e sempre uguale, che mi spinge verso i luoghi della libidine, a replicare un gesto tante volte compiuto, bestialmente compiuto. Gli anni Settanta, anni di fiori e di piombo, vedono Dario Bellezza acceso protagonista della vita culturale romana; sono anni densi di relazioni: dal legame con Pasolini all’amicizia con Moravia, Penna, Palazzeschi, Raboni, Ortese, e non ultimo il rapporto burrascoso con la Morante. Le prime pubblicazioni per Garzanti gli conferiscono una certa notorietà ma, come abbiamo già osservato, di scarso sollievo alla sua precaria condizione economica. Per sbarcare il lunario Bellezza gira l’Italia per reading, presentazioni, conferenze, e sporadicamente lavora ad articoli e prefazioni (tutte attività, inutile dirlo, poco redditizie). Bellezza, con una buona dose di irresponsabilità, è più che mai deciso a “vivere da poeta”.

Il 2 novembre 1975 la notizia della morte di Pasolini gli si abbatte addosso come una scure. Il corpo esanime del poeta – calpestato, massacrato, abbandonato nel fango come un rifiuto – assurge a icona cristica. Bellezza, devastato dal dolore, vi scorge una prefigurazione del suo stesso destino. Il poeta è condannato, votato alla distruzione, segnato. È un cerchio che si chiude, una profezia che si compie, un castigo al quale nessun poeta potrà mai sottrarsi. Dal colpo, tanto improvviso quanto feroce, Bellezza non si riavrà mai: la morte di Pasolini (l’autore immortale della poesia in forma di rosa) segna un punto di non ritorno, spalanca uno strapiombo su un tempo presente di agghiacciante desolazione. Due saranno gli hommage che Bellezza dedicherà a Pasolini: Morte di Pasolini (Mondadori, 1981) e Il poeta assassinato (Marsilio, 1996); se nel primo prende corpo la tesi di un Pasolini immolatosi al suo carnefice in una sorta di autoprocurato omicidio, nel secondo Bellezza rivaluta l’ipotesi dell’agguato: «Ed è ancora tutto da scoprire se fu un agguato di marchette ladre della Stazione, e se l’agguato fu governato da una mente politica diabolica, quella che qualche mese prima aveva sussultato leggendo sul Corriere della Sera le parole di Pasolini: “Io so. Io so i nomi dei responsabili…” (…) Per me, ne sono più che convinto, c’è stato un mandante ben preciso che va ricercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano.»

Nel ’76 in Morte segreta il poeta guarda in faccia il suo potenziale carnefice: Non sarai tu ad uccidermi, faccia d’angelo, ragazzino inquieto e imberbe fuggito da casa / chiuso involucro di ardore maschile diretto / male, non certo allo scopo di procreare. Non sarai tu ad uccidermi per una semplice ragione: l’assassino me lo voglio scegliere da solo… Dopo la raccolta di poesie di Morte segreta (che gli valse il Premio Viareggio) Bellezza torna alla prosa con Angelo (Garzanti, 1979). Tra ’82 e ’83 pubblica le raccolte poetiche Colosseo (Quaderni di Barbablù), Libro d’amore (Guanda) e Io (Mondadori). È un amore senza lode, un amore in bianco lutto, posseduto dalla morte, quello cantato in Libro d’amore: la scultorea venustà dell’amato si erge alla stregua di un idolo minaccioso.  Motore mobile era il tuo corpo ammirevole: michelangiolesco incendio dei sensi / da servire piangendo di terrore. Nel 1984, per Mondadori, esce il romanzo Turbamento, dove protagonista è una scrittura surreale, dai tempi dilatati e obnubilati. L’anno dopo, con l’editore di Sciacca Nuccio Galluzzo, Bellezza dà alle stampe le poesie di Serpenta (rieditate da Mondadori nel 1987); del 1986 è Piccolo canzoniere per E.M. (Edizione del Giano). Alla metà degli anni Ottanta Bellezza vanta già un ragguardevole numero di pubblicazioni. Per la catanese Pellicano Libri dirige la collana “Inediti vari e diversi” (dove compaiono titoli, tra gli altri, di Anna Maria Ortese e Elio Pecora); contemporaneamente cura collane che promuovono giovani autori anche per Fermenti e per Edizione del Giano. Diventa inoltre membro del direttivo della celebre rivista “Nuovi Argomenti”, la stessa dove aveva esordito alla fine degli anni Sessanta. Del 1986 sono le Undici erotiche (L’Attico) e il breve romanzo L’amore felice (Rusconi).

In fuga da una Roma non più coatta e trasteverina, trasfigurata dal galoppante consumismo – e a disagio di fronte a una comunità gay vieppiù allineata e modaiola – Bellezza cerca rifugio nel sud Italia, per molti versi ancora primitivo e integro; acquista una casetta nel paesino di Rocca Imperiale, sulla costa jonica della Basilicata (più che una casa un rifugio, un luogo di rigenerazione, a debita distanza dai tumulti della Capitale). Del ’90 è Libro di poesia (Garzanti). Nel ’91 per l’editore napoletano Guida esce la penultima opera in prosa Il cugino, un racconto per molti aspetti autobiografico, ripreso e sviluppato successivamente nel romanzo del ’95 Nozze col diavolo (Marsilio). Scrive versi per il teatro: del ’91 è Salomè, del ’92 Testamento di sangue. Le ultime raccolte di poesie sono Gatti e altro (Fermenti, 1993) e L’avversario (Mondadori, 1994); con quest’ultima si aggiudica nel ’95 il Premio Montale. Le ultime pubblicazioni di Dario Bellezza sono i già citati Nozze col diavolo (1995) e Il poeta assassinato (1996), entrambi per Marsilio. In Nozze col diavolo si celebra il sodalizio fatale tra vittima e carnefice, la congiunzione tra piacere e dolore, tra bisogno di godere e necessità di espiare: Era lui il mio peccato radioso, il mio pericolo supremo, la mia morte. (…) Avevo amato l’orrore, il male, il nemico, il diavolo; avevo amato la morte che promanava. Il poeta fissa dritto negli occhi il bel volto dell’amato demone nel tentativo di esorcizzare la sua ossessione; i tratti fisiognomici dell’efebo malandro sfumano dolorosamente in quelli della madre del poeta: Madre, per quanto gli altri poeti ti hanno esaltato e onorato / io, degenere figlio, non ti assolvo. Nella pura angoscia di sapermi figlio da te generato a questa brutale diversità, piango la tua solenne maternità. C’è definitività in queste parole, il sigillo alla finitezza, la desolata consapevolezza di non poter andare oltre. La fine, la fine di tutto. Proclama sul fascino esce postumo per Mondadori, a meno di un mese dalla morte del poeta avvenuta all’ospedale romano Spallanzani il 31 marzo 1996. Addio cuori, addio amori

Qualcosa covava, silente, nell’ombra, ma nessuno sapeva, nessuno doveva sapere. Era dal 1987 che Dario custodiva il segreto, qualcosa di inconfessabile, di oscuro, di blindato, che andava taciuto fino all’ultimo. Eccola sopraggiungere, e allestita di tutto punto, la tanto decantata morte: l’altra faccia dell’Eros, il risvolto osceno, la soluzione al rebus. Eccola impiattata sul più lucente dei vassoi. Non da sola, no, ma in buona compagnia, anzi in ottima compagnia, al fianco della fedele sorella malattia. E non una malattia tra le tante, ma proprio quella, già, proprio quella lì: la malattia dei diversi, l’angelo sterminatore dei figli di Urano. “Il Messaggero” diffuse la notizia nel 1995. «Dario ci rimase malissimo – racconta lo scrittore Massimo Consoli (Diario di un mostro, Anemone purpurea, 2006) – perché non avrebbe voluto che la notizia si diffondesse, anzi, avrebbe preferito viverla in silenzio, per conto suo.» Gli ultimi mesi, come raccontano quei pochi amici che gli rimasero accanto fino all’ultimo, furono un calvario. Nella malattia – feroce, mostruosa, mortificante – il poeta vide materializzarsi quel carnefice tanto decantato in astratto, ora inespressivo, nero come un boia. A questo sadico aguzzino Bellezza consegna un corpo sofferente, spossato, sfinito, un corpo che invano cerca di rigettare il dolore e di convertirlo in speranza di guarigione; unico rifugio la preghiera (laica, buddista o cristiana, poco importa), un’implorazione disperata, come disperata fu la decisione di curarsi non più con l’AZT ma con una misteriosa macchina brevettata da un certo ingegner Marineo (poi rivelatasi null’altro che uno stimolatore elettrico); tuttavia, da questa macchina ebbe almeno un po’ di sollievo.

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Sotto sotto la speranza faceva il paio con la rassegnazione. Di AIDS non si guariva. La peste del secolo, dall’oggi al domani, aveva portato via Pier Vittorio Tondelli (16 dicembre 1991). Anche Pasolini se non fosse stato ammazzato, dichiarò più volte Bellezza, avrebbe contratto il virus. Si trattava forse della giusta punizione che spettava agli altri libertini? È interessante a questo proposito un passo di una lunga intervista rilasciata a Maurizio Gregorini pochi mesi prima di morire (contenuta ne Il male di Dario Bellezza, Stampa alternativa, 2006): «Oscar Wilde, dopo la sua disgrazia, disse all’amico André Gide di essere colpevole della propria sventura. Spiritualmente gli sono vicino, perché anch’io, come lui, sento come mia la colpa di essere responsabile della mia sorte.» Bellezza era dunque consapevole di essersela andata a cercare, di essersi esposto a un rischio altissimo, e quando parla di “colpa” lo fa con malcelato compiacimento. Qui è la sua natura autodistruttiva che parla, quell’indugiare sull’orlo scosceso dell’orrido che ha accompagnato tutta la sua esistenza. Ora la morte, spogliata d’ogni veste poetica, gli è di fronte, cattiva madre dispensatrice di castigo. Alle poesie di Proclama sul fascino Bellezza affida il suo addio alla vita. Fugace è la giovinezza / un soffio la maturità; poi avanza tremando / vecchiaia e dura, dura un’eternità. Cupa rassegnazione e serena accettazione si muovono in uno spazio ovattato. Addio cuori, addio amori / foste i benvenuti, gli adorati…

Dario Bellezza ci lascia un’eredità poetica importante, forse non ancora del tutto compresa nelle sue ragioni profonde. Lodevole la recente iniziativa di Mondadori di pubblicare in un unico volume, curato da Roberto Deidier, tutta l’opera poetica bellezziana; ci auguriamo che stessa sorte tocchi presto anche alle prose, per la gran parte irreperibili.

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 30 – Marzo 2017.

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