LA SOLITUDINE DELLA SFINGE | Silvana Mangano, la diva silente

Posted on 23 marzo 2017

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LA SOLITUDINE DELLA SFINGE

Silvana Mangano, la diva silente 

di Paolo Schmidlin

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

Villa Catena era un castello del Cinquecento sulle colline fuori Roma, circondato da una grande tenuta di trecento ettari che comprende boschi di querce, ulivi centenari e anche due case semidiroccate. In questa sorta di eremo ristrutturato da Mongiardino, uno dei più famosi decoratori italiani, viveva con i figli la “coppia reale” del cinema italiano degli anni ’50 e ‘60: il produttore Dino de Laurentiis e Silvana Mangano.

I bambini non amano questa dimora che con grandi i saloni, i mobili antichi e la cupa scala a chiocciola che collega i piani, ha qualcosa di freddo e spettrale.

Una notte De Laurentiis, sconvolto, sveglia la figlia Veronica all’epoca quindicenne, e la trascina in camera della madre che giace, immobile come una morta, sotto alle coperte. L’aria è pesante, impregnata dell’onnipresente profumo di tuberose prediletto dalla Mangano. Sul pavimento del bagno barattoli di medicinali aperti e riversati a terra. Con l’aiuto dell’autista la trascinano in automobile e all’ospedale, avvolta in una coperta, con la schiuma alla bocca.

Verrà dimessa dopo pochi giorni; ma dopo questo tentativo di suicidio i suoi silenzi si faranno più pesanti, le sue depressioni più acute, la sua insonnia più tormentosa… 

Silvana Mangano era nata a Roma il 23 aprile del 1930 da una coppia di tradizioni culturali assai diverse: il padre è un siciliano dal temperamento caldo e passionale; la madre, del Sussex, é algida e razionale. Un mix improbabile che però funziona e genererà quattro figli. La famiglia, di estrazione borghese, esce impoverita dal secondo conflitto mondiale; proprio il desiderio di risollevarsi dalle ristrettezze economiche spingerà l’adolescente Silvana a cimentarsi nella danza (sua grande passione), poi a mettersi in gioco al concorso di Miss Italia, quindi a lavorare come indossatrice ed infine a entrare nel mondo del cinema.

La sua eccezionale avvenenza le porterà piccole parti, fino al ruolo di protagonista nel film che le regalerà una clamorosa notorietà, rendendola oggetto di desiderio dell’intera popolazione maschile italiana: Riso amaro di De Santis. L’immagine di Silvana in questo film è quella della tipica maggiorata del dopoguerra, di una bellezza sfrontata, selvaggia, persino un po’ grossolana.

Durante la lavorazione viene tenacemente corteggiata dal De Laurentiis, un giovane produttore ambizioso e instancabile che è caratterialmente il suo opposto: quanto lui è iperattivo, solare, affettuoso, mondano, tanto lei è pigra, lunatica, fredda, schiva. Silvana è riottosa ma, alla settima richiesta di matrimonio, capitola e nel 1949 si sposeranno civilmente. Probabilmente l’unione con quest’uomo di successo gentile e folle ma decisamente poco attraente – basso, con occhiali spessi – rappresenta per la Mangano il raggiungimento di un solido benessere e della tranquillità borghese cui anelava. Per Dino, napoletano fattosi dal niente, lei rappresenta invece la consacrazione definitiva: colei che era il sogno erotico di ogni uomo italiano ora è solamente sua. Inizia proprio in questo periodo quel processo di trasformazione che la porterà all’immortalità: da prosperosa popolana a creatura eterea, elegante, sofisticata, vestita dai migliori couturier. Si sottopone a una dieta ferrea che le assottiglia il fisico e le scava il volto, mettendo in risalto gli zigomi, gli occhi neri e profondi e le labbra più belle della storia del cinema. Ogni forchettata che lei evita di portare alla bocca è un passo avanti verso la propria rarefazione e una presa di distanza dalla mondina in hot pants di Riso amaro. È convinta di aver raggiunto il successo troppo facilmente, che la fama sia immeritata: “Detesto Silvana Mangano, sia fisicamente che socialmente…” ripete “Avrei voluto essere una persona più seria.” Anche il make-up si alleggerisce, le sopracciglia si assottigliano e il viso diventa diafano, privo di ombre; una superficie astratta e pura sulla quale ogni minimo segno riesce a suggerire emozioni. Con questo “nuovo” volto più moderno, algido e spirituale, Silvana si presenta sugli schermi nei film che seguiranno: Anna, Mambo, L’oro di Napoli, La tempesta…

Tuttavia lei non ricambia l’amore che il cinema le tributa e manifesta di continuo segni di insofferenza. Ha case lussuose, un marito importante, vorrebbe ritirarsi a vita privata: “Per il cinema provo soltanto disgusto. Faccio film solo per denaro”. E aggiunge: “ Mi dà la nausea essere una star.” De Laurentiis però la sprona e la carriera prosegue con ruoli sempre diversi che spaziano dal dramma alla commedia. La sua presenza, sempre impeccabile e magnetica, riesce a riempire lo schermo salvando a volte opere mediocri. Tra un film e l’altro Silvana, si isola nelle sue case, rifiuta le interviste, si dedica ai figli e ai suoi passatempi preferiti: il ricamo, la lettura, la musica. È ombrosa, tormentata dall’insonnia, capita che stia seduta a lungo a guardare nel vuoto. Con i quattro figli che lei ama immensamente – Veronica, Raffaella, Federico, Francesca – è incapace di manifestare tenerezza; neppure loro riescono a riempire il suo immenso vuoto interiore, ad alleviare un dolore che sembra radicato nella sua anima e che forse ha origine proprio negli anni di guerra quando, secondo Veronica, doveva aver subito anche degli abusi. Tra lei e i figli c’è un baratro di mancanza d’intimità, un’impossibilità di interagire in maniera profonda. Quando non lavora, dorme fino a mezzogiorno; i bambini passano a darle un bacio prima di andare a scuola ma fuggono in fretta dalla tristezza di quella camera avvolta nell’oscurità, con le finestre sbarrate e le tende tirate, in cui aleggia l’immancabile aroma di tuberosa. A volte però, nei pomeriggi silenziosi, capita che lei alzi lo sguardo dall’elaborato ricamo su cui è concentrata e si rivolga a uno dei figli che la osserva adorante: “Micio, cosa c’è?”. Dal suo sguardo traspare un’inusuale dolcezza. Spesso la sera si siede sul loro letto per la buona notte e racconta favole tristissime.

Paolo Schmidlin, Enigma, terracotta policroma, 2012

Tuttavia in casa vigono regole ferree, fatte rispettare da austere governanti: anche quando le ragazze sono adolescenti sono d’obbligo calzettoni al ginocchio invece delle calze di nylon, è vietato truccarsi, smaltarsi le unghie, depilarsi le gambe. L’unico cui, essendo maschio, viene concesso un certo margine di libertà è il piccolo Federico.

Disciplinata nel suo ruolo di moglie ed inappuntabile in pubblico, la Mangano è sempre perfetta nel ricevere e nelle occasioni mondane. Controlla che i figli siano sorridenti e composti; tiene molto a dare un’immagine di famiglia felice. 

Ma nell’intimità di casa basta poco – un errore, una risposta sbagliata, qualsiasi cosa che non rientri nei suoi canoni di comportamento di una “ragazza per bene” – a scatenare il suo gelido furore che si manifesta in grevi silenzi che si protraggono anche per settimane.

Talvolta, nel suo rigore appare quasi crudele. Significativo è l’episodio narrato da Veronica in cui la madre la accompagna nell’atelier di Zecca, suo sarto di fiducia (ogni stagione Silvana acquistava da lui un intero guardaroba che poi, prima di indossare, lasciava “decantare” un paio d’anni nelle stanze sotterranee di villa Catena); devono scegliere un vestito per la prossima festa dei diciotto anni. La ragazza s’innamora di un abito al ginocchio di chiffon leggero rosa e grigio. La madre, seduta sul solito divano, si accende una sigaretta e spiega a Zecca come dev’essere il vestito giusto: “Questo non è abbastanza elegante, Veronica”. Sceglie per lei un vestito lungo fino a terra, rigido, dal colletto alto ornato di perline e le maniche abbottonate fino ai polsi: una sorta di pesante palandrana. “Ecco, questo è l’abito adatto per una ragazza della tua età!”. Veronica, con le lacrime agli occhi, come d’abitudine, cede. Ma alla grandiosa festa organizzata a villa Catena si sente brutta e goffa. Quando la Mangano, come sempre per ultima, fa la sua entrata nel salone indossando un vestito asimmetrico rosa shocking di Balenciaga, bordato di visone e con una favolosa spilla di diamanti sulla scollatura, è una visione abbagliante che calamita gli sguardi di tutti. Il regista Bolognini, presente al ricevimento, le chiede come mai abbia rinunciato all’abito grigio scuro che aveva scelto per l’occasione. “Il centro dell’attenzione deve essere Veronica” gli aveva detto proprio il giorno prima. Lei gli risponde glaciale: “ È una donna ormai; voglio che capisca che nella vita dovrà sempre combattere per quello che vuole”.

È sorprendente come questa magnifica attrice, che nella vita privata trova difficile comunicar il calore dell’amore materno, sia poi diventata, per i due registi che più ha amato e che più hanno saputo valorizzarla, l’emblema stesso della maternità. Pasolini, secondo il quale Silvana “ha il profumo di primule di mia madre giovane”, nel Decamerone le fa addirittura vestire i panni della Madonna, la madre per antonomasia; anche negli altri ruoli indimenticabili che il regista sceglie per lei, quelli in Teorema e in Edipo Re, interpreta figure materne quasi archetipiche. Lui la venera e le scrive: “C’è un vetro tra te e il mondo.” Visconti, dal canto suo, vede in Silvana quasi un’incarnazione della sua amatissima e raffinatissima madre, Carla Erba. In Morte a Venezia lei interpreta la madre di Tadzio; sussurra solo qualche parola incomprensibile, ma è un’apparizione sublime, bella della stessa bellezza fredda e immobile della morte. Un fantasma malinconico ed altero.

Con questi due straordinari registi la Mangano esprime il meglio di sé, offrendo interpretazioni indimenticabili nelle quali riesce ad esaltare il prodigio della sua pura e semplice presenza scenica. Semplicemente “è”.

Ma il destino le riserva un terribile strazio. Nel 1981 il figlio ventiseienne Federico, che da lei ha preso la bellezza e dal padre la scanzonata intraprendenza, muore in un incidente aereo in Alaska. Silvana sprofonda in un abisso di depressione: “Il compito di una madre è tenere al sicuro il proprio figlio. Io ho fallito”. Si barrica nel silenzio e passa intere giornate in solitudine, chiusa in camera al buio, a fumare. “ Non voglio più vivere. Voglio beccarmi un cancro e morire.” E il cancro implacabile arriva, come se lei lo avesse chiamato. Un tumore all’utero che dapprima lei si rifiuta di curare; poi, su insistenza delle figlie, si sottopone ad un intervento di isterectomia e a radioterapia. In un rigurgito di vitalità nel 1989 acconsente a posare per un servizio fotografico in bianco e nero per Giorgio Armani. Le belle foto, la mostrano pensierosa ma anche divertita. Lo sguardo è intenso, il viso spigoloso e senza trucchi ancora bello. Ma le mani scheletriche raccontano della malattia. Nonostante la radioterapia, il cancro si diffonde e raggiunge i polmoni. Viene ricoverata a Madrid, dove subisce terapie intensive inefficaci che le scavano un buco nella trachea. Dopo un ulteriore intervento e una crisi cardiaca entra in coma. “Comportatevi bene” sono le sue ultime parole alle figlie.

Si spegne a cinquantanove anni, la notte del 15 dicembre 1989.

Non più costretta a lottare la Mangano ritrova nella morte la sua ieratica bellezza; i nobili lineamenti sono distesi, il bianco sudario la veste come un abito da sera. Dopo la cremazione, le sue ceneri vengono interrate al cimitero di Powling, New York, accanto al figlio.

Paolo Schmidlin

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 30 – Marzo 2017.

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