LA NOSTALGIA DEL SACRO | Noi tre | Il nuovo romanzo di Mario Fortunato

Posted on 23 marzo 2017

0



LA NOSTALGIA DEL SACRO

Noi tre | Il nuovo romanzo di Mario Fortunato

di Leone Maria Anselmi

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

 

La letteratura, se è ben sollecitata dall’urgenza del ricordo, ha il potere di riaggregare e riconciliare quello che il tempo ha voluto confinare in camere separate. Noi tre è la storia di una riappropriazione. Già nel titolo, stringato, numericamente chiuso, vagamente respingente, sembra annunciarsi l’esclusività di un rapporto che non ammette altri pareggi. Ad unire i tre, in un’amicizia orgogliosamente libera di poter sconfinare nelle confidenze dell’amore, c’è innanzitutto il collante formidabile della giovinezza, condivisa sullo sfondo dei frenetici anni Ottanta. I tre sono Pier Vittorio Tondelli, Filippo Betto e Mario Fortunato (cui è toccato, per ragioni in parte oscure allo stesso, il ruolo scomodo del rievocatore). Vengono tutti dalla provincia – Pier da Correggio (Reggio Emilia), Filippo da Gorizia e Mario da Cirò (Crotone). La grande città – sia essa Bologna, Roma o Milano – li attrae con la sua accattivante promessa di libertà. Sogno comune, coltivato fin dall’infanzia, è l’amore sconfinato per la letteratura e l’ambizione di poterlo contraccambiare, ossia di farsi strada a loro volta come scrittori (nel sempre difficile e indifferente mondo editoriale).

Pier si iscrive al Dams di Bologna (come farà Filippo una decina d’anni più tardi), mentre Mario opta per Filosofia a “La Sapienza” di Roma. «Gli studi furono comunque appassionati e felici come possono esserlo a quell’età, e cioè con potenti dosi di accidia. Ed eccoci precipitati nella vita adulta. Ancora non ci siamo incontrati, ancora non sappiamo niente l’uno degli altri. Ma per poco perché, almeno di Pier, io e Filippo avremmo presto ricevuto notizie.» Nel 1980, infatti, Pier esordisce con Altri libertini (cui fecero seguito Pao Pao nel 1982 e Rimini nel 1985). Significativamente il primo avvicinamento non avviene sul piano fisico, ma per il tramite della letteratura. Mario, consigliato da un’amica, legge Altri libertini e ne resta impressionato. «In quei racconti – lo ammetto – parecchie cose non mi piacquero. C’era dentro molto Jack Kerouac, molta beat generation: letture che avevo già digerito. L’uso del parlato, il colore bukowskiano di tante situazioni erano elementi piuttosto lontani dal mio gusto. Eppure, dietro a quella materia, avvertii qualcosa di familiare.» Tra le pagine del libro (che quell’anno subisce tra l’altro anche un processo per oscenità) Mario riesce a scorgere tutto un mondo di affinità e di riferimenti a una realtà comune. Dopo una serie di incontri sporadici, è solo nella tarda primavera del 1985 che i destini di Pier e Mario si incrociano stabilmente. Di lì a poco la triade si sarebbe saldata con l’ingresso in scena di Filippo, il più giovane dei tre.

Nel romanzo la figura di Filippo, pur protagonista, arretra a più riprese dietro a quelle degli altri due amici, un po’ per la sua giovane età, un po’ per la natura inquieta del suo temperamento; tutt’altro che accessoria la sua presenza funge spesso da collante per il terzetto. «… Filippo abita la mia memoria in una forma, per così dire, astorica: ne è una componente interna o se vogliamo un mezzo come, per esempio, un braccio. È sempre stato lì e a rigore continua a esserci, sia pure in maniera intermittente […] simile a un braccio, si è assunto il compito da fare da collegamento fra noi due ogni volta che un’incomprensione ci separava.» Oltre al demone letterario – che dal punto di vista editoriale avrebbe premiato Mario solo dal 1988 (Luoghi naturali, Einaudi) e Filippo solo nei tardi anni Novanta – si ritrovano a condividere anche un’omosessualità vitale e serena. Sullo sfondo i fertili e creativi anni Ottanta, una decade di spregiudicata sperimentazione e di apertura alla modernità: in letteratura vigeva certo minimalismo, in pittura il ritorno al figurativo (Transavanguardia in primis) e una vena neoromantica attraversava la musica pop e cantautorale (dagli Smiths ai Culture Club). L’Italia, a modo suo, ambiva a una sprovincializzazione. Nel 1986 Pier trasloca da Bologna a Milano e prende casa in via Abbadesse, un appartamento che, negli anni, sarà teatro di tante condivisioni, risate, lacrime, carezze e pagine letterarie. Da forte il legame si fa intenso, pur se intervallato dai reciproci impegni di lavoro. Non mancano gli aperitivi, le serate nei locali notturni, i viaggi, le scorribande sulla Saab “verde Lotus” di Pier (che Mario poi riceverà in eredità dall’amico).

La letteratura, l’amore, il sesso, l’amicizia: i tre condividono tutto, con naturalezza, con affetto sincero, al riparo da ogni forma di rivalità. Come modello guardano alla “Santissima trinità” costituita da Isherwood, Audene e Spender. «Nei loro libri, ancora a distanza di tanto tempo, ritrovo biglietti e cartoline sia di Pier sia di Filippo, con un commento o una battuta.» Tra le tre la figura più centrale del romanzo, quella che emerge con più pregnanza, è quella di Pier, rievocata in punta di piedi, con delicata partecipazione, con profondo rispetto. Pier Vittorio Tondelli è lo scrittore affermato di un best seller come Rimini, il pedagogo della letteratura che attraverso il progetto Under 25 promuove la nuova generazione di autori, ma è soprattutto un giovane uomo con le sue vulnerabilità, le sue paure, le sue pene amorose. A Mario fa pensare a una creatura marina, non propriamente a suo agio sulla terraferma, una creatura forse consapevole della brevità della sua permanenza, un cercatore alla sofferta ricerca di Dio. A questo riguardo, ecco uno dei passi più belli del romanzo: «… Mi chiese se anch’io, come lui, sentissi che nella scrittura si celebrava una forma di nostalgia del sacro. Risposi di sì: chiunque abbia a che fare con la letteratura, aggiunsi, ne avverte il riflesso, sia pure in maniera incerta. […] Aveva bisogno di Dio, ripeteva; ne provava una necessità quasi fisica, ma in questo io non lo seguivo.»

L’ondata di libertà negli anni Ottanta, come è noto, è stata bruscamente frenata dall’arrivo dell’AIDS. Un fulmine a ciel sereno: l’espressione calza a pennello. E va da sé che nella vita del terzetto lo spettro di questa malattia si è insinuato alla stregua di un quarto incomodo. Tutti, chi più chi meno, ne sarebbero stati presto coinvolti. Leggendo Un weekend postmoderno (1990) Mario è colto da un oscuro presentimento. Tutto precipiterà velocemente, ma a distanza, in un isolamento voluto principalmente da Pier. L’ultimo incontro tra i tre (sorta di impronunciato addio) avrà luogo sempre nell’appartamento milanese di via Abbadesse. C’è qualcosa di diverso in Pier, una strana malinconia brilla nel suo sguardo schermato dalle lenti degli occhiali. Mario se ne accorge, corre a consolarlo in uno slancio di disarmata tenerezza, gli asciuga le lacrime con i baci, e Pier sembra ritornare quello di sempre. Le ragioni profonde di questa malinconia, taciutegli da Pier fino all’ultimo, saranno chiare solo alcuni mesi dopo. In quest’ultimo incontro tra i tre cade l’ultimo tabù: «… alla fine condividemmo la nostra tenerezza, senza se e senza ma, e grazie al sesso ci sbarazzammo finalmente di noi stessi.»

La morte di Pier il 16 dicembre 1991, e poi quella di Filippo il 6 aprile del 2009 (a causa di un infarto), lasciano Mario unico superstite del terzetto. Chiedendosi «quanti rimorsi ci siano all’origine di queste pagine» Mario Fortunato decide di mettere nero su bianco una storia senza un finale vero e proprio, un biglietto agli amici, nel tentativo di guarire, forse, dalla nostalgia del sacro.

Leone Maria Anselmi


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 30 – Marzo 2017.

Copyright 2017 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere COPIA della rivista CARTACEA: SEGUI ISTRUZIONI A QUESTA PAGINA

Advertisements