HIERONYMUS BOSCH | Il maestro dell’incubo in mostra al Palazzo Ducale di Venezia fino al 4 giugno 2017

Posted on 20 marzo 2017

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HIERONYMUS BOSCH

Il maestro dell’incubo in mostra al Palazzo Ducale di Venezia fino al 4 giugno 2017

di Massimiliano Sardina

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

 

Hieronymus Bosch (1450-1516), nome d’arte di Jheronimus van Aken, è nativo di ‘s-Hertogenbosch (Bosco ducale), una cittadina olandese della provincia del Brabante settentrionale. Figlio d’arte, – suo padre e suo nonno erano pittori – non si mosse mai dal contesto natio (nessun documento attesta infatti la sua permanenza in altro luogo), di qui forse la scelta di far coincidere il proprio nome con quello del paese natale. Poco sappiamo dove abbia affinato i suoi studi negli anni della giovinezza; la sua vasta erudizione lascia ipotizzare che si sia formato in una qualche università o presso conventi di certosini o domenicani. A eccezione dell’apprendistato nella bottega di famiglia, non ci è dato di sapere nulla di certo. Nel 1480, trentenne, sposa la figlia di un ricco commerciante e prende casa e bottega nel centro cittadino, accanto al Municipio. Una personalità, la sua, tutt’altro che oscura e controcorrente. Bosch non era né un blasfemo né un folle dall’immaginario demonico – come certa tradizione per secoli ha voluto tramandare – ma un uomo perfettamente integrato alla sua realtà sociale, di genuina devozione religiosa e di profonda cultura biblica e agiografica; esperto conoscitore delle tecniche pittoriche, e dotato di fertile inventiva, seppe guadagnarsi una carriera brillante e gratificante fino a divenire uno dei membri di spicco dell’élite cittadina di ‘s-Hertogenbosch (organizzata intorno all’influente confraternita religiosa di Nostra Signora).

Di Bosch, accertati, ci sono giunti 20 dipinti e 8 disegni (non sappiamo quanto della sua produzione sia andato perduto); di certo, quanto ci è pervenuto offre ampia testimonianza della sua esuberante genialità. La prima opera conosciuta è La Crocifissione con santi e donatore (ca.1485-1490), forse la più convenzionale della sua produzione; ascrivibile allo stesso frangente è il San Gerolamo in preghiera, dove l’immaginifico boschiano fa il suo ingresso in punta di piedi manifestandosi tanto nell’impianto generale quanto nella minuzia dei dettagli. Dopo il 1486, divenuto membro della confraternita di Nostra Signora, cominciano a fioccare le prime commissioni importanti. Del 1488 sono il San Giovanni Battista in meditazione e il San Giovanni a Patmos. In questi due oli su tavola, di piccole dimensioni, c’è già annunciato il maestro dei grandi trittici. Nel San Giovanni a Patmos, alle spalle del santo rapito dalla visione celeste e intento a scrivere l’Apocalisse, compare il primo mostriciattolo boschiano, incarnazione buffa e deforme del diavolo; corazzato e occhialuto (ma disarmato e cieco dinanzi all’apparizione angelica, visibile solo a chi è in grazia di Dio), mortificato in una ridicola ibridazione zoomorfa, lo sgorbio malvagio guarda in direzione del calamaio di Giovanni. Ecco una delle complesse e dotte simbologie scaturite dal pennello del maestro fiammingo: il diavolo vorrebbe impossessarsi del verbo e ribaltare l’epilogo della profezia (suo speculare è l’aquila, che veglia vigile sul sacro strumento). Come dimostra l’Ecce Homo (ca.1490-’95) l’adesione alla confraternita gli garantisce committenze di alto livello. Il primo capolavoro di Bosch è sicuramente il trittico con L’adorazione dei magi, realizzato nel 1496-’97 per una ricca famiglia di Anversa. Comincia a dispiegarsi da qui quella complessità iconografica che caratterizzerà tutta la straordinaria produzione successiva. Tra il 1502 e il 1506 Bosch realizza il trittico La tentazione di Sant’Antonio, il Trittico delle delizie e Il Giudizio Universale; tra le opere tarde (1505-1515) di particolare rilievo sono Visioni dell’aldilà e Il carro del fieno.

Travisata nei secoli, l’opera di Bosch ha offerto il fianco a speculazioni e interpretazioni psicologizzanti d’ogni tipo. Basti pensare ai surrealisti che, nella seconda decade del Novecento, lo elessero precursore dell’onirico. Dispensatore di exempla e grande moralizzatore, elargitore di ammonimenti veicolati dal grottesco e dalla parodia, sollecitatore della buona vita, Bosch ha forgiato il suo repertorio iconografico attingendo dai bestiari medievali e dalla tradizione delle drôleries (ossia i capricci grotteschi della cosiddetta arte bassa popolare tardomedievale). Per l’ideazione delle sue creature fantastiche ha attinto a piene mani anche da certe allegorie della letteratura secolare, soprattutto da quelle che, nel XII secolo, presero a formularsi sull’onda dell’interpretazione cristiana e didattico-morale dell’epistola del poeta romano Orazio sull’Ars poetica; qui, per descrivere il rovescio della buona poesia, Orazio tratteggia una creatura femminile zoomorfa simile a una sirena. Fonte d’ispirazione per Bosch furono anche i proverbi dell’epoca. Con i suoi dipinti – articolate rappresentazioni visive dei vizi e delle debolezze morali del genere umano – fissò un genere artistico. Nel corpus pittorico boschiano il bene e il male, il sogno e l’incubo, sono in perenne interazione. Grazia paradisiaca e tortura infernale sono i due estremi, quel che attende l’uomo terminata la sua esperienza terrena. Bosch non si esaurisce nella dicotomia tardogotica bene-male, ma fa propria la discordia concors del primo Rinascimento. I suoi exempla, densi di complesse simbologie e di criptici rebus, sembrano custodire significati riposti. Come ha osservato Erwin Panofsky «forse il segreto dei suoi magnifici incubi non è ancora stato svelato.»

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 30 – Marzo 2017.

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