VISIONI DELL’ANTROPOCENE | Maria Candeo | DRO DRONE LAND

Posted on 15 marzo 2017

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VISIONI DELL’ANTROPOCENE

Maria Candeo | DRO DRONE LAND

Padova, Sala della Gran Guardia (25 febbraio – 26 marzo 2017)

di Massimiliano Sardina

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

 

All’immagine ravvicinata – soggettiva, frontale, sfacciata – l’artista padovana Maria Candeo oppone quella satellitare restituita fotograficamente dal drone. La visuale perpendicolare pur generando un distacco, un allontanamento, non si traduce mai in un abbandono definitivo. Dall’alto le cose dabbasso appaiono per come sono realmente, null’altro che segni su una superficie, piccole increspature sul mantello terrestre. L’occhio elettronico scruta da una prospettiva verticale alla stregua di una divinità imparziale: l’inquadratura, elusi i margini canonici, si allarga ad abbracciare oceani e continenti, restituendo una imago mundi corale e onnicomprensiva. Dotati di sofisticati sensori i droni raccolgono dati attraverso telerilevamenti, informazioni non percepibili a occhio nudo; in queste immagini osserviamo tracce, sfumature e cromie che monitorano il processo di desertificazione, l’innalzamento degli oceani, la cementificazione, l’impatto delle sostanze inquinanti e tutte le trasformazioni in atto sul nostro pianeta.

Facendo coincidere la propria angolazione ottica con quella del drone – misterioso uccello dell’antropocene – l’artista ha modo di contemplare e fissare una nuda istantanea della contemporaneità, colta non nell’insignificanza del dettaglio ma nel suo respiro generale. La visione sospesa (aerea, leonardesca) trascina con sé anche una nostalgia del mondo, di quel che laggiù si è fatto indistinguibile e silente. Da certe altezze di straniante vertigine tutto al contempo si focalizza e si relativizza: l’umanità scompare nella vastità della natura, fagocitata dalla sua incommensurabilità, ma visibili sono i suoi insediamenti, troppo visibili, diffusi a macchia d’olio come temibili metastasi. Adulterata, stravolta, abusata, la Terra mostra l’impronta immonda dell’azione scellerata esercitata dall’uomo. Se da vicino è possibile distogliere lo sguardo, guardare altrove, da lontano la totalità della visione impone una riflessione profonda, una presa di coscienza consapevole e responsabile. L’arte è chiamata a testimoniare lo scempio, a svelare in dilatata panoramica quel che ormai da troppo tempo si va perpetrando sulla carne viva del mondo. All’immagine catturata dal drone Maria Candeo sovrappone poi una mirata azione pittorica (o calcografica), riportando così quella suggestione visiva nell’alveo del corpo sofferente della materia. In ossequio a un gioco di specchi l’immagine rubata dall’alto torna a riflettersi e a rimaterializzarsi nella realtà osservata, travolta dal flusso emozionale e creativo dell’artista. L’immagine fornita dal drone si incrocia così in dissolvenza con la fase di lavorazione pittorica: da questo connubio prendono forma gli acrilici su tela, gli oli su carta e le incisioni (a ceramolle, ad acquatinta e ad acquaforte) di Maria Candeo.

La materia pittorica dà corpo a mappature e cartografie di una realtà instabile, vulnerabile, colta nel suo inquieto divenire; il colore si raggruma, si rapprende, si incide (ora più denso, ora steso per delicate velature) emulando le concrezioni della crosta terrestre; un ricamo meditato, paziente, che procede per cicatrici e suture. Nelle incisioni i segni si fanno più dolorosi, alla stregua di abrasioni, tagli e sfregi. Attraverso il medium del drone, e in seconda istanza da quello più strettamente pittorico, la Terra è chiamata a esibire la sua nudità violata. Spiata dall’alto non può nascondersi. Scongiurati definitivamente gli asfittici panorami romantici da cartolina – porzioni di spazio-tempo soggettive e autoreferenziali – l’artista si imbatte coraggiosamente su una landa sconfinata, terreno di eterne migrazioni e reiterati conflitti. È un’arte, la sua, che mira a un’oggettività sacrale, mossa dall’urgenza di imbastire con chi osserva un dialogo consapevole sul destino del pianeta.

Attraverso opere pittoriche come Lottizzazioni senza sviluppo, Campi coltivati dell’antropocene, Residui sterili di lavorazione del rame canalizzati nel fiume, New Mexico o incisioni come Mind-Drone e Ultra Zenith Overview la Candeo illumina graffi e ferite profonde sull’epidermide offesa della Terra. Simili a impietose radiografie queste opere recano scritta a chiare lettere una diagnosi che troppi governi da ormai troppo tempo continuano a sottostimare. Sulla superficie terrestre, sempre più addomesticata e adulterata dall’azione scriteriata dell’uomo, compaiono disegni geometrici di squadrature: sono i campi sterminati delle coltivazioni intensive che compromettono irrimediabilmente gli equilibri millenari dell’ecosistema; e quelle smagliature rossastre che sembrano colare come rigagnoli di sangue?, non sono che una fitta rete di oleodotti arroventati che sfrigola sotto la crosta terrestre. «Ovunque ci sia dolore – scrive Maria Candeo – c’è anche lo spazio per cercare, pur se con grande fatica, barlumi di bellezza.» Dai ghiacci ai deserti, dalle coste alle alture, dalle metropoli ai luoghi dimenticati da Dio: all’artista l’ingrato compito di operare l’autopsia attraverso il filtro, partecipe e stupefatto, della geo-visione.

La mostra Dro Drone Land rimarrà aperta al pubblico presso la Sala della Gran Guardia di Padova fino al 26 marzo 2017. Catalogo a cura di Angelo Cimarosti e Enrica Feltracco.

Massimiliano Sardina


Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 30 – Marzo 2017.

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