CHE RAZZA D’UMANITÀ | Siamo tutti africani | Un saggio di Guido Barbujani

Posted on 31 dicembre 2016

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gli_africani_siamo_noi_barbujaniCHE RAZZA D’UMANITÀ

Siamo tutti africani | Un saggio di Guido Barbujani (Laterza, 2016)

di Cecily P. Flinn

La storia dell’umanità è una storia di migrazioni. Senza migrazioni non si danno stanzialità, né culture, né tradizioni. Siamo figli del movimento, dell’opportunità, della contaminazione. Siamo tutti africani, ci ricorda Guido Barbujani, divulgatore scientifico, scrittore e docente di Genetica all’Università di Ferrara. Non c’è percorso a ritroso che non ci riconduca in Africa, la terra madre, la nursery di ciascuno di noi. Le attuali conoscenze sulle nostre origini convergono tutte sull’antenato comune primordiale, quella forma di vita ante litteram che ha generato, nei tempi lunghi dell’evoluzione, l’effetto domino della biodiversità.

Non ai genitori ma ai progenitori è necessario guardare per sbrogliare la rete (tutta nodi e biforcazioni) dell’umana parentela, e per convincersi una volta per tutte che non ha scientificamente senso suddividere l’umanità per razze. C’è una sola razza: quella umana, dichiarò orgogliosamente Einstein; in Sulla non esistenza delle razze umane (1962) Frank Livingstone sostiene che «non ci sono razze, ci sono soltanto gradienti» (purtroppo non tutti, nel corso dei secoli, l’hanno pensata così). Non siamo tutti biondi con gli occhi azzurri e la pelle chiara, né tutti fulvi con gli occhi verdi e l’incarnato olivastro: i processi evolutivi, dacché Homo ha fatto la sua comparsa sulla terra, ci hanno diversificati in una miriade di sfumature. Il dibattito sulle origini dell’uomo – su quanto l’umanità si sia diversificata dal punto di vista biologico e culturale – non si è sempre svolto in un clima scientifico sereno, ma si è impigliato a più riprese sui fili spinati delle ideologie. Tra XVIII e XX secolo molti studiosi stilarono elenchi delle presunte diverse razze umane, abbinandovi per ciascuna un diverso livello di sviluppo intellettuale: naturalmente con il maschio-bianco-europeo in vetta e l’africano-scimmia in fondo alla lista (nel mezzo tutte le gradazioni intermedie). Darwin, oculatamente, riunisce «tutte le forme che sfumano l’una nell’altra in una stessa specie.»

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Scrive Barbujiani: «Fra i genetisti e gli antropologi che studiano le differenze biologiche umane, o, come per secoli si è detto e qualcuno continua a dire, le razze umane, oggi è diffusa la convinzione che si debba parlare di queste differenze come se il razzismo non fosse mai esistito. […] Lo studio scientifico (o meglio, pseudoscientifico) delle nostre differenze è servito per secoli a giustificare l’oppressione dell’uomo sull’uomo. […] e chi per secoli ha sproloquiato di inferiorità biologica dei neri o dei poveri o delle donne ha sempre avuto chiaro il suo obiettivo principale: politico, non scientifico.» Conoscere la storia, rispolverarne certe pagine vergognose, può fungere d’antidoto a certi mali del futuro: parliamo del razzismo scientifico, della teoria delle razze, dell’eugenetica, del determinismo biologico e di tutta quella malcelata xenofobia professata dalle nuove destre. Le recenti scoperte paleoantropologiche (e quelle sul DNA), fortunatamente, hanno fatto piazza pulita di tanti stereotipi razziali, ma è bene restare all’erta e ribadire a ogni occasione le verità della scienza. Com’è noto, l’antenato comune di uomo e scimpanzé è vissuto in Africa 6,5 milioni di anni fa. I primi australopitechi hanno fatto la loro comparsa, sempre in Africa, intorno a 4 milioni di anni fa. Tra australopitechi e Homo non c’è stata un’evoluzione lineare: le testimonianze fossili provano che per molto tempo sono coesistite diverse forme protoumane.

Il genere Homo fa capolino in Africa orientale tra i 2,8 e 1,5 milioni di anni fa; a queste prime forme protoumane assegniamo nomi differenti, ma non è ancora ben chiaro il confine tra l’una e l’altra (e, d’altra parte, a ogni nuovo ritrovamento tutto va riscritto). La protoumanità popola l’Europa tra 1,7 e 1 milione di anni fa. Da circa 300.000 anni fa in Europa è presente l’uomo di Neanderthal, che a più riprese nel corso dei millenni, prima di estinguersi, si è ibridato con il genere Homo (ne restano tracce nel nostro DNA). Al momento il più antico appartenente alla specie Homo sapiens è il cosiddetto Omo I (ritrovato nel ’67 nel sito di Omo Kibish in Etiopia) e risalente a circa 195.000 anni fa. Caratteristiche e comportamenti moderni in Homo sapiens – arti rupestri e primi utensili – cominceranno però ad apparire solo circa 50.000 anni fa. «I confronti fra genomi ci dicono chiaramente che non ci siamo evoluti, come gli scimpanzé, in condizioni di isolamento, ma che lo scambio fra popolazioni diverse è stato continuo. […] I nostri genomi somigliano a un grande mosaico, costituito da tessere di provenienze anche molto differenti […] Siamo una mescolanza di contributi diversi, arrivati fino a noi da antenati che stavano in varie parti del mondo.»

La diversità umana non può essere descritta in termini di gruppi distinti, ossia in razze, ed è il DNA a confermarcelo inoppugnabilmente, a dispetto delle teorie razziali che dal Seicento al Novecento hanno inquinato un serio dibattito sulle specificità della nostra natura. Gli orrori dello schiavismo e del colonialismo non sono in alcun modo giustificabili. Ogni teoria razziale che si ammanti di fondamento scientifico è da considerarsi, oltre che aberrante, irrealistica. Le migrazioni nel mondo d’oggi ci obbligano a un ragionamento sensato, scevro da stereotipi e pregiudizi, e a una corretta interpretazione del nostro passato e del nostro genoma.

Cecily P. Flinn


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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