LA VERITÀ È CIÒ CHE TI DIVORA | Storia della violenza | Il nuovo romanzo di Édouard Louis

Posted on 30 dicembre 2016

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storia_della_violenza_edouard_louisLA VERITÀ È CIÒ CHE TI DIVORA

Storia della violenza | Il nuovo romanzo di Édouard Louis

di Leone Maria Anselmi

 

Ci sono esperienze nella vita di ciascuno che più di altre sono destinate a imprimersi, incuneandosi tra un prima – che non sarà più lo stesso – e un dopo, stagione di un’imbambolata sopravvivenza. L’esperienza del dolore, specie quando sopraggiunge improvvisa e a braccetto di un’appena assaporata felicità, lascia segni permanenti, ferite profonde, ammaccature nell’anima. Toccherà a Édouard – la notte di Natale, dopo una cena trascorsa con gli amici più cari Geoffroy e Didier – sperimentare quest’inattesa destabilizzazione, un urto, uno schianto, il sabotaggio di una vita intera. Se solo avesse detto no, se solo si fosse sottratto a quell’abbordaggio, già…, ma non sempre si agisce col senno di poi.

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Reda, aveva detto di chiamarsi così. Il bellissimo Reda, un giovane cabila con lo sguardo magnetico e la nuca possente. L’aveva marcato stretto, corteggiandolo con una rara schiettezza virile. Insistente, convincente. Édouard ha con sè i regali che gli hanno fatto quella sera i suoi amici, il volume delle Opere complete di Nietzsche e due libri di Claude Simon, ben avvolti con la carta da pacchi della libreria Gallimard di boulevard Raspail. Inizialmente il proposito è quello di rincasare e di mettersi a leggere, ma Reda incalza, si approccia in modo sempre più esplicito, si offre, al contempo persuasivo e rassicurante. Édouard accelera il passo, poi rallenta. Di fronte a tanta bellezza si ritrova presto disarmato. «…Perseveravo nel dire no e lui continuava a camminare al mio fianco, senza perdere il sorriso, senza perdere energia né volontà; forse aveva scoperto l’incrinatura nella mia voce e nel mio sguardo sfuggente, quel nulla che ci voleva per farmi dire di sì, quel gesto microscopico che ci sarebbe voluto per farmi capitolare, cedere, confessare che, da quando mi aveva abbordato sulla piazza, la voglia di rispondergli mi tormentava, che morivo dalla voglia di farlo salire da me, di toccarlo, e che cercavo con difficoltà, con fatica, di tacitare quella voglia.» Nemmeno un quarto d’ora di strada da place de la République fino alla porta del suo monolocale. «Facciamo l’amore».

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Reda è un fiore esotico, spalancato e stillante, ed Édouard è un insetto titubante, una fragile farfalla bianca divisa tra l’esitazione e il cedimento. È un attimo. I due si ritrovano a letto, stretti in un abbraccio perfetto. Attrazione, tenerezza, complicità, dialogo: ci sono tutti gli ingredienti per una storia d’amore, o quanto meno per rivedersi una seconda volta. «…Aveva la testa posata sul mio petto e parlava. Lo ascoltavo. Gli passavo le dita sulla pelle e lo ascoltavo. Suo padre ha attraversato la Cabilia per fuggire.» Édouard ora è perfettamente a suo agio, sa di aver fatto entrare a casa uno sconosciuto, ma si sente assolutamente tranquillo e rilassato. Non crede di aver motivo di temere qualcosa, non è forse calore umano quello che stanno sprigionando i loro corpi? Quella passione divorante non poggia forse su un fondamento di bene? Tutto, all’improvviso, subisce un ribaltamento. Nel rivestirsi Édouard non trova più il suo cellulare, e non gli ci vuole molto per capire chi è stato a sottrarglielo. Anche qui non è che un attimo. Édouard reclama che gli venga restituito, ma lo fa con toni pacati, dicendosi disposto a sorvolare sulla cosa; in cuor suo pensa che Reda abbia rubato in ossequio a un istinto (la fame atavica dell’emigrato), non per cattiveria, ed è disposto a perdonarlo.

Dall’altra parte però si scatena una tempesta: Reda, sebbene colpevole, non ci sta a sentirsi dare del ladro e si lascia sopraffare dalla rabbia, una furia incontenibile che finisce per trasfigurarlo. Tutto precipita nel volgere di poche battute. «…Tu manchi di rispetto a mia madre, tu m’insulti…» Édouard non capisce il senso di queste parole, e a modo suo cerca di tamponare una situazione che avverte ormai come fuori controllo. L’abbraccio del cabila, prima protettivo e sensuale, ora non è che una morsa soffocante. Édouard si ritrova seduto sulla sponda del letto con una sciarpa stretta intorno al collo. L’aggressore, in piedi di fronte a lui, sta tentando di strangolarlo. Stringe, stringe sempre più forte. Dov’era finito quell’amore che li aveva uniti? In cosa si era trasformato? L’odio non si ferma qui, va anzi montando. Con sommo stupore Édouard nota che Reda ha una pistola nella tasca interna della giacca. Ma come aveva fatto a non notarla prima? «…La pagherai, io ti uccido sporco frocio, ti faccio fuori, checca schifosa…»

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Édouard – dopo reiterati orgasmi appaganti – si ritrova protagonista di una storia della violenza, un’esperienza che stravolgerà irrimediabilmente la sua vita. «…Desidera e detesta il proprio desiderio. Adesso vuole giustificarsi per quello che ha fatto con me. Vuole farti pagare il proprio desiderio. Vuole convincersi che non era perché ti desiderasse che avete fatto tutto quello che avete fatto, ma che era solo una strategia per fare ciò che ti fa adesso, che non avete fatto l’amore ma che ti stava già derubando.» Il crescendo di violenza culmina nello stupro. Reda non è più l’amato ma il carnefice, non è più l’amore ma la negazione dell’amore. Édouard, sopraffatto dalla paura, incassa inerme. L’umiliazione si fa annientamento. Sarebbe dovuto fuggire per tempo, alle prime avvisaglie di collera, e invece non l’aveva fatto. Perché? Cosa l’aveva trattenuto? In seguito, cercando di elaborare quanto accaduto quella notte, quest’incapacità di fuggire gli avrebbe riportato alla mente Temple Drake, un personaggio del romanzo Santuario di William Faulkner; come Temple Drake Édouard era divenuto preda di un’inerzia inspiegabile, una sorta di Sindrome di Stoccolma che comportava un’abolizione dello spazio esterno. Paralizzato da una paura sconosciuta e totalizzante, Édouard ha come la certezza di una morte imminente. A nulla valgono le suppliche, la promessa di non denunciarlo se gli avesse risparmiata la vita. «…Quando mi stuprava, non ho gridato per timore che mi sparasse. Sono rimasto immobile. Respiravo attraverso il materasso, l’ossigeno sapeva di pesca. Il suo bacino mi colpiva con un rumore sordo e secco […] Era proprio il mio non-consenso che lui cercava di ottenere. Lui era su di me, ma si materializzava in tutto ciò che mi circondava.»

In extremis fu l’istinto di sopravvivenza a venirgli in soccorso. «Durante l’orgasmo, Reda sarebbe stato più debole, meno vigile, me ne sarei potuto liberare. E in quell’istante, precisamente in quell’istante, durante il suo orgasmo, gli ho sferrato una gomitata tra le costole. […] Non se l’aspettava. È rimasto sorpreso, sconcertato, finendo sul fianco, precipitando dal letto come un insetto all’improvviso sul dorso, impotente, che agiti follemente le zampette, perdendo di colpo l’equilibrio, con i pantaloni alle caviglie, lo sguardo di una preda smarrita, braccata, con il sesso ancora duro e dritto come un manganello, coperto di sangue…» Colto di sprovvista – in quell’istante fuori dallo spazio e dal tempo che precede l’orgasmo – Reda è neutralizzato per sempre. Il carnefice, ritornato vulnerabile, viene prontamente messo alla porta. I ruoli si ribaltano. Ora è Reda la vittima che, supplicante, chiede di restare. Nulla però ormai è recuperabile, nulla, ora che la violenza si è compiuta. Rimasto solo Édouard deve necessariamente fare i conti con quello che gli è accaduto. Ha conosciuto la morte attraverso l’amore: quale esorcismo potrà mai riabilitarlo? Il primo impulso è quello di sbarazzarsi di ogni traccia di Reda. Armato di candeggina sterilizza ogni angolo del monolocale. Per quanto si ostini a sfregare l’odore di Reda gli è penetrato sottopelle, fin nei recessi dell’anima. L’altro impulso, incontenibile, è quello di raccontare a tutti, amici e conoscenti, quello che è successo, tutto il male che ha dovuto subire. Henri, Geoffroy, Dieder, la sorella Clara, i medici e gli psicologi dell’ospedale…, Édouard è uno scrittore e sa come utilizzare le parole, come tradurre in parole tutto quell’effluvio di violenza. Consegnate al mondo, buttate fuori, queste parole acquisiscono una vita propria, galleggiano in una dimensione parallela.

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In Storia della violenza Édouard Louis affida la narrazione dettagliata degli eventi a Clara, la sorella della vittima; il racconto per interposta persona stabilisce una distanza tra il tempo passato della violenza e quello presente della sopravvivenza. Édouard si è sfogato con Clara, l’ha messa al corrente di ogni dettaglio, di ogni sensazione provata in quel frangente di premorte, e ora, origliando dietro una porta, sta rivivendo tutto perché Clara sta raccontando l’intera vicenda al marito. Attraverso questa geniale soluzione narrativa Louis sposta il male sul territorio dell’indicibile e dell’inenarrabile. Non a caso il romanzo si chiude con un brano tratto da Kaddish per il bambino mai nato di Imre Kertész: «Emerse che della felicità non si può scrivere […] Emerse che non scrivo per cercare la gioia, al contrario, emerse che con la scrittura cerco il dolore, quanto più acuto e insopportabile, sì, probabilmente perché il dolore è verità, che cosa sia la verità, scrissi, la risposta è semplice: la verità è ciò che ti divora.»

Leone Maria Anselmi  


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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