LA SINDROME DI CELESTINO | Un paese di carta | Un romanzo di Laura Benedetti

Posted on 30 dicembre 2016

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un_paese_di_carta_laura_benedettiLA SINDROME DI CELESTINO

Un paese di carta | Un romanzo di Laura Benedetti

di Leone Maria Anselmi

È un paese di carta, eterno e fragile, quello che nel 1958 si lascia coraggiosamente alle spalle l’aquilana Alice Arienti. Un distacco doloroso ma necessario. Congedandosi dall’Italia – dalla famiglia, dagli amici, dalla relazione con Fulvio – Alice dice addio anche ad Ariosto, a Dante, a Tasso e a tutti quei classici italiani che hanno popolato la sua appassionata giovinezza. Le ragioni di questa fuga (se di fuga si è trattato) potrà comprenderle solo Sara, sua nipote, che dovrà tornare in quei luoghi, percorrerli, attraversarli, per capire fino in fondo. In Un paese di carta (Pacini, 2015) – romanzo d’esordio di Laura Benedetti, docente di letteratura italiana presso la Georgetown University di Washington – sono chiamate a interagire tre generazioni di donne: Alice (la nonna), Jane (la madre) e Sara (la figlia), strette in un disegno comune. Figura catalizzatrice degli eventi è Alice, nonna Lice, una bibliotecaria in pensione allettata da una malattia degenerativa; si aggrappa ancora alle parole la vecchia Alice, alle certezze della grammatica, ai ganci del linguaggio, sebbene nella sua mente si facciano sempre più fitte le nebbie del tempo indefinito, un tempo non più presente, né prossimo né remoto né imperfetto: il tempo dell’obnubilazione.

Alice Arienti nasce a L’Aquila il 21 giugno 1930 e muore a Bethesda (a nord ovest di Washington) il 9 ottobre 2010. Cosa l’ha portata a lasciare il vecchio mondo per il nuovo? È fuggita da qualcuno, da qualcosa, o ha semplicemente assecondato un’ambizione, il sogno di una vita migliore? A scoprirlo sarà appunto la nipote, una ragazza in crisi esistenziale, che per ritrovare se stessa si è ritagliata un gap year prima dell’università. In questo grand tour interiore Sara si ritroverà prima a Moab (nello Utah) e poi a L’Aquila. A Moab conosce Una e se ne innamora: la scoperta di sé coincide con l’urgenza di approfondire le proprie origini. Tutto subisce un’accelerazione con la morte della nonna, ritrovata esanime sulle rive del Potomac, e in particolare con la lettura delle sue ultime volontà. Alice, nero su bianco, chiede che le sue ceneri vengano disperse dalla cima del Corno Grande sul Gran Sasso, o liberate nel centro storico dell’Aquila. Dopo la lettura del testamento – che ha luogo in una riunione di famiglia con l’urna cineraria della defunta in bella posta sulla mensola del camino – Sara, come in ossequio a un’espiazione, si fa subito avanti: sarà lei a riportare sua nonna nella terra madre.

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Terzogenita indesiderata, era stata cresciuta dalla nonna, che fin da bambina le aveva inculcato l’amore per la letteratura. Jane, impegnata nell’avvocatura, aveva portato avanti la gravidanza solo dietro insistenza di Alice (e Sara lo sapeva bene). Le univa un legame forte, negli ultimi tempi purtroppo incrinato dalla malattia dell’una e dalla crisi dell’altra. Ora Sara poteva rimediare. Operare, con quel gesto simbolico, una riappropriazione. Atterrerà su un’Aquila dalle ali monche, sfigurata dal terremoto del 2009 e ulteriormente sfregiata dallo sciacallaggio di chi sul terremoto ci ha speculato senza ritegno, ricostruendo con la cartapesta quello che un tempo era pietra viva. Qui, attraverso il racconto di vecchie conoscenze della nonna, rispolvererà pagine dolorose, in primis la sorte toccata al fratello diciassettenne Alberto Arienti, eroe della Resistenza, costretto a scavarsi la fossa e fucilato dai nazisti nel ’43. Insieme ad Alessandro, fiero aquilano, Sara visita il ventre devastato della città. Ovunque cumuli di macerie, transenne, impalcature, presidi militari per impedire l’accesso nella cosiddetta zona rossa. Di fronte alla basilica di Santa Maria di Collemaggio, pesantemente lesionata, Alessandro rievoca la figura di Celestino V, incoronato proprio lì nel 1294, e passato alla storia come il papa del “gran rifiuto”. All’osservazione di Sara: «…Non è mica stata un’idea tanto nobile quella di rinunciare» Alessandro ribatte: «Certo che lo è stata! Non è mica da tutti mettere la propria coscienza sopra il potere, l’ambizione […] Una volta capito che il potere aveva le sue logiche, e che lui poteva solo esserne uno strumento passivo, Celestino ha deciso di lasciar perdere. È qui la sua grandezza.»

La figura di Celestino V ritornerà emblematicamente in un dialogo con il vecchio professor Fulvio, l’innamorato respinto dalla nonna. Alludendo alla partenza di Alice il professore sentenzia: «È scappata. […] È la sindrome di Celestino. Quando le cose si fanno complicate, meglio tagliare la corda.» Più di tutto a illuminarla sarà una lettera, conservata gelosamente da Fulvio e ora consegnatale come in un’eredità. Da questa lettera Sara evince che non dall’Aquila è fuggita sua nonna ma da ben altro rapace: il fascismo, mostro sonnecchiante sotto l’epidermide italiana. «… È in noi, lo abbiamo bevuto col latte […] Il fascismo non era una malattia in un corpo sano, ma una rivelazione della vera natura dell’Italia.» Sara ha modo di constatare che quel fascismo dal quale era fuggita sua nonna era ancora lì, perfettamente incarnato dalla bruttura del nuovo centro commerciale “L’Aquilone”, altro che ricostruzione del centro storico. Ora come allora. Il sangue di Alberto Arienti e degli altri giovani eroi non era dunque servito a nulla. Tra quelle macerie ancora così pregne di vita Sara schiude l’urna e libera le ceneri di sua nonna. «Alice si ritrovò catapultata in aria, leggerissima. […] Volò sul centro massacrato della città, sulla statua di Sallustio, sull’orologio muto della torre, sul transetto sventrato di Collemaggio. […] Nell’oscurità della città abbandonata le stelle brillavano vicinissime come nelle notti di San Lorenzo della sua gioventù.»

Leone Maria Anselmi


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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