LA MAGNIFICA NARCISISTA | La contessa Morosini, una leggenda veneziana

Posted on 29 dicembre 2016

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contessa_morosini_schmidlin_paoloLA MAGNIFICA NARCISISTA

La contessa Morosini, una leggenda veneziana

di Paolo Schmidlin

Nella luce declinante di un pomeriggio autunnale i riflessi delle acque del Canal Grande baluginavano sui soffitti della Casetta Rossa di Gabriele D’Annunzio. Erano gli anni dieci del novecento e per la prima volta si incontravano le due “regine” di Venezia: la fiammeggiante Marchesa Casati e la sontuosa Contessa Morosini che, pur vicine di casa (anzi “di Palazzo”), erano rimaste a lungo senza conoscersi. Quando il Vate fece le presentazioni, tra le due signore furono subito scintille, velate appena di una formale cortesia. La Casati – che aveva quasi vent’anni meno- manifestò la sua ammirazione in maniera sottilmente pungente: “Quand’ero bambina mio padre mi parlava già della tua famosa bellezza”. Al che la veneziana replicò sfoggiando un sorriso di perla ma incenerendo con gli occhi la milanese: “Senza andare così indietro, mia cara, tuo marito, ogni sera, mi parlava della tua”.

Anna Sara Nicoletta Maria Rombo, detta Annina, era nata a Palermo il 30 luglio 1864. Il padre, il genovese Agostino Rombo, si fregiava del titolo di commendatore ma le imponenti ricchezze di famiglia giungevano da parte della madre, Carolina Thorel.

Gli anni della fanciullezza di Annina, pur vissuti negli agi e in un’opulenza degna di una famiglia aristocratica d’alto rango, furono funestati da due gravi lutti: entrambe le sorelle maggiori morirono in giovane età, a pochi anni di distanza; Sofia a undici anni, nel 1873 per difterite; Sonia di tisi, diciannovenne, nel 1879.

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Morte e malattia lasciarono tracce pesanti nella vita dei Rombo, che nel frattempo si erano trasferiti a Venezia: un’atmosfera di tristezza aleggiava sulla casa e la madre, sprofondata nella depressione, riversò tutta la sua affettività e le sue ambizioni sulla figlia rimasta. Fu in questi anni che l’adolescente Annina sviluppò la sua variegata personalità che probabilmente uno psichiatra definirebbe come “carattere narcisistico”; tipico cioè di individui che hanno un’alta opinione di se stessi – avvallata dal loro reale successo sociale – ma che sono totalmente fuori posto nel mondo dei sentimenti, che temono e negano, dando vita a uno spostamento d’identità dal “sé” all’immagine. E l’immagine di Annina era quella di una bellezza sfolgorante dal profilo perfetto, labbra sensuali, capelli scuri che contrastavano con la pelle nivea. Il suo punto di forza erano gli occhi in cui giocavano tutte le tonalità del verde e che incantarono i più bei “partiti” della città che si appostavano tra le calli per incontrarla. Tra costoro il prescelto fu il conte Michele Morosini, di scarso patrimonio ma di alto lignaggio essendo discendente di una famiglia che contò tra gli antenati quattro dogi e quel Francesco Morosini vincitore dei turchi, detto il Peloponnesiaco. Si sposarono nel 1885 con uno spettacolare matrimonio al quale partecipò gran parte della nobiltà veneziana. Annina, in abito rosa creato dal celebre sarto Worth, risplendeva in una profusione di fiori e di regali. I novelli sposi si trasferirono in uno dei più bei palazzi veneziani, la Ca’ D’Oro; l’idillio però fu breve perché Michele, persona schiva e riservata, non resse a lungo la mondanità che aveva presto circondato la consorte e, dopo la nascita della loro unica figlia Morosina, si trasferì in pianta stabile a Parigi.

Da allora Annina, libera da legami coniugali e considerata “la donna più bella d’Italia”, divenne una figura di riferimento dell’alta società veneziana e internazionale: lasciò la Ca’ d’Oro per trasferirsi nel Palazzo Da Mula, sempre su Canal Grande, dove sullo scalone d’ingresso fece incastonare lo stemma dei Morosini, sovrastato dal corno dogale. Divenne per tutti “la dogaressa”.

Sapeva ricevere come nessuna (anche se era avara come un pidocchio- aggiungevano le sue “amiche”- un mostro di grandeur ed accattonaggio). Famose erano i suoi balli in costume per Capodanno e le feste in occasione del Redentore e soprattutto del giorno di Sant’Anna: nella sua dimora, sfavillante di luci, suonavano le migliori orchestre e favolosi buffets erano allestiti e serviti da impeccabili camerieri in livrea. Al centro dell’attenzione sempre lei che – elegantissima e magnificamente calzata, arguta, attenta alla soddisfazione degli ospiti – si muoveva attraverso i vasti saloni dove la sua immagine era moltiplicata sia dagli specchi che dagli imponenti ritratti dipinti da Corcos, da Selvatico e da Kirchmayer. Annina era charmante, piena di brio e compensava la scarsa cultura con un’acuta intelligenza che le permetteva di intervenire con garbo in qualsiasi discussione. Era divertente, sagace, simpaticamente pettegola, tanto che dopo ogni festa già alle sette di mattina telefonava dal suo grande letto alle varie amiche per commentare con la sua inconfondibile voce acuta ogni toilette e ogni dettaglio della serata.

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Amica di Rilke, di Maeterlinck, di Shaw, di Tagore, del Principe von Bulow, dello Scià di Persia, nonché dei sovrani di tutta Europa, era dotata di una personalità affascinante e complessa, ricca di contrasti. Pur avendo una memoria infallibile, a capriccio amava storpiare i nomi. Leggeva molto, ma sciorinava errori madornali. Le piacevano in particolare gli scrittori e i poeti francesi, ma nutriva una certa avversione per Rimbaud, forse perché omosessuale (pur non essendo omofoba, diffidava di quegli uomini sui quali credeva di non riuscire a esercitare il suo potere seduttivo). Non taceva mai, specie se si trattava di imbarazzare qualcuno. Era mordace, ma mai maligna; la sua era voglia di scherzo. Questo carattere così sfaccettato, unito a un fascino che divenne proverbiale ed a una bellezza che pareva intramontabile, le regalò nugoli di ammiratori e di spasimanti, tra i quali primeggiarono l’imperatore di Germania Guglielmo II e Gabriele D’Annunzio. Il Kaiser la conobbe nel 1894 quando, a Venezia per far visita a Re Umberto I, scendendo lungo il Canal Grande col suo panfilo, la scorse affacciata al balcone della Ca’ D’Oro. Ammaliato fece arrestare il corteo ufficiale e, accompagnato da due generali in alta uniforme, lasciando tutti allibiti si recò a renderle omaggio. “Io m’inchino al sole” le disse battendo i tacchi, e si soffermò a lungo a conversare con lei, dimentico del resto del mondo. Da allora fino all’abdicazione nel 1918, Guglielmo II moltiplicò le crociere a Venezia e le visite alla Contessa, dando adito a pettegolezzi d’ogni genere.

Gabriele D’Annunzio incontrò invece la Morosini nel 1896 e ne rimase affascinato tanto da definirla “Bellezza vivente” e da instaurare con lei un’amicizia fedele e sincera che durò fino alla sua morte, nel 1938. Ebbe per lei un’ammirazione sconfinata e i due mantennero una fitta corrispondenza con frequenti scambi di doni; tra questi il poeta prediligeva – e considerava come un portafortuna dal potere divino – una tabacchiera dorata con inciso il nome di Annina che portò sempre con sé anche nelle operazioni di guerra. Lei gli inviava lettere affettuose vergate con inchiostro verde, come i suoi occhi e, tra una missione e l’altra, lo accoglieva sempre nel suo palazzo, premurosamente materna.

Oltre a questi due nomi eccellenti con i quali i rapporti si mantennero entro i binari della pura amicizia, la Contessa si concesse numerosi amanti, utili più che altro a gratificare la sua immensa vanità; giovani ufficiali, nobili, letterati, artisti. Ma Annina, come tutte le personalità narcisiste, di rado si lasciava emotivamente coinvolgere. Quello che amava era il gusto della conquista e l’essere corteggiata da uomini affascinanti. Spesso peccava di superficialità ed egoismo. Come quando in vacanza in una delle sue ville con un amante, un bell’ammiraglio, fremeva per partecipare a un ballo in un’altra villa benché il suo amico fosse a letto con un ascesso in gola. Volle andarci a tutti i costi con gli altri ospiti e il povero ammiraglio restò da solo (anche la servitù era per qualche motivo assente) e durante la notte morì soffocato.

Solitamente generosa con gli amici e i bisognosi, tuttavia raggiungeva vette di avarizia che sfioravano il grottesco, come quando nelle dispense del palazzo segnava il livello delle vivande o riciclava senza troppi scrupoli i regali poco apprezzati. Una volta capitò che per distrazione inviasse in regalo allo stesso donatore uno di due candelabri d’argento ricevuti in dono, tanto che questi puntualizzò: ”Mi permetto di ricordarle che i candelabri erano due.” Altra caratteristica era presentare alle sue cene le bottiglie di champagne francese tutte già stappate perché il contenuto era stato rimpiazzato con spumante non di marca.

Alcuni difetti caratteriali si accentuarono con l’età. Non tollerava i regali floreali che gettava in Canale sbottando: “Se proprio dovete spendere, regalatemi qualcosa di utile!“. Per un periodo chiese a coloro che invitava a pranzo o a cena che la omaggiassero con pezzi di un ensemble di costosissime posate, da acquistare su sua indicazione da un noto argentiere veneziano: “Devo completare il servizio”, diceva.

Divenne tirannica anche con gli amici più intimi costringendoli a giocare a poker con lei fino a tarda notte, ovviamente lasciandola vincere altrimenti diventava insopportabile.

La Morosini conservò la sua incredibile bellezza fino a tarda età; mantenne una carnagione stupenda (si diceva che il suo segreto fosse, un giorno alla settimana, trascorrere ventiquattro ore a letto in completo digiuno) e una figura snella e flessuosa. Le caviglie si erano mantenute magnificamente sottili: ” Per anni me le sono fasciate ogni notte perché restassero così”, raccontava. All’ultimo grande ballo che diede, già ultrasettantenne ma incredibilmente vivace e vigorosa, chiuse le danze all’alba dirigendo al braccio del duca di Genova una quadriglia di trecento invitati. Soffrì molto quando cominciò a sfiorire e prese a proteggere il collo che iniziava ad appassire con boa di piume o alti collier di perle orientali. Le imposte di palazzo da Mula, man mano che gli anni passavano, restavano sempre più a lungo chiuse per lasciar fuori il sole, rivelatore di rughe. Con i primi capelli grigi cominciò a tingersi di un rosso fiammante. Poi col tempo divenne bianca, un po’ sorda, un po’ stanca. Fino al 1943 la si poteva incontrare a Venezia, vestita di nero con un renard blu al collo e un grande cappello a larghe tese. Sul petto la preziosa spilla di diamanti che era lo stemma dei Morosini, accanto a quella con le sigle reali (fervente monarchica era stata insignita dell’onorificenza di Dama di Palazzo della regina Elena). In genere sedeva sempre allo stesso tavolo del caffè Florian, dove teneva corte con i vecchi amici come i Robilant o il conte Volpi; nella stagione fredda si spostava al Danieli o all’Harry’s Bar, dove con l’amico Gigi Lucheschi, sordo anche lui, faceva apprezzamenti imbarazzanti a voce altissima sulle persone presenti, incurante delle loro reazioni.

Poi era caduta, fratturandosi un femore, e da allora era rimasta chiusa nel suo palazzo, dove passava ore al telefono, suo unico contatto col mondo. Seguendo l’esempio della contessa di Castiglione, non si mostrò mai più per le vie di Venezia, per non rivelare la realtà del suo declino. Ma nel giorno del Redentore, quando le gondole parate a festa passavano davanti al palazzo, scostava le pesanti cortine e spiava malinconica quello spettacolo che le ricordava il tempo dei suoi trionfi.

Uscì ancora una sola volta, nel 1946, per andare a votare per il suo amato re Umberto II, che poco prima l’aveva onorata di una visita. I veneziani, che la rivedevano dopo anni, la applaudirono per le strade.

Nell’aprile del 1954 la cameriera la trovò riversa sul letto, i begli occhi verde giada rivoltati all’indietro, colpita da un ictus. L’agonia di Annina durò quasi una settimana, in cui non proferì più parola, né riconobbe nessuno, nemmeno la figlia. Si spense il 10 aprile, a ottantanove anni. Fuori un cielo plumbeo gravava sulla città e un vento gelido spazzava le calli. Tutta Venezia sembrava gemere per la perdita di colei che per tanti anni ne era stata il simbolo. La salma fu composta vestita di un semplice camice bianco ma secondo le sue volontà nessuno fu ammesso alla camera ardente.

Il giorno del funerale in molti vennero ad omaggiarla, chiusa nella bara con una croce di garofani rossi sul cofano come unico decoro. L’”ultima dogaressa” da allora riposa, dimenticata, nella cappella Rombo-Thorel nell’isola di San Michele.

Paolo Schmidlin


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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