EVASIONI CHE IMPRIGIONANO | L’Astragalo di Albertine Sarrazin | Nuova edizione Bompiani, 2016

Posted on 29 dicembre 2016

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lastragalo_albertine_sarrazin_cavalli_marcoEVASIONI CHE IMPRIGIONANO

L’Astragalo di Albertine Sarrazin | Nuova edizione Bompiani, 2016

di Marco Cavalli

Dopo quattro anni di carcere per rapina, la diciannovenne Anne evade lasciandosi cadere dal muro della prigione. Comincia così, con un volo da dieci metri di altezza, L’Astragalo, pindarico romanzo di Albertine Sarrazin pubblicato per la prima volta nel 1965. In quegli anni, specie in Francia e in particolare tra gli accademici e i sedentari, era molto apprezzata la letteratura scritta usando il gergo della malavita da sottoproletari di ambo i sessi, meglio se poco alfabetizzati e metrosessuali. Una moda inaugurata da Jean Genet sotto l’alto patronato di Jean-Paul Sartre e continuata con Violette Leduc, la cui madrina fu, guarda un po’, Simone de Beauvoir. Accodato alla cometa allora sfavillante di Genet, il libro d’esordio della Sarrazin ebbe un successo che non c’entra con le sue qualità di romanzo irriducibile a gusti e tendenze culturali di stagione. Già nel 1968 (l’autrice era morta un anno prima, appena trentenne), l’Astragalo aveva perduto molto del suo incanto originario, se non altro in Europa. Mondadori aspettò quell’anno per proporlo, fiaccamente, in una traduzione vorrei-ma-non-posso. Ora L’Astragalo ritorna in una versione italiana che, se non ne fa un capolavoro, lo è essa stessa fuori di ogni dubbio. Poche operazioni sono più delicate del volgere in italiano un francese fintamente antiletterario e che rasenta lo sciovinismo linguistico. Il vicentino Fabrizio Ascari ha fatto il miracolo. Bastava un surplus di zelo e un po’ meno di fermezza di polso e la prosa accuratamente spettinata della Sarrazin avrebbe preso un taglio melodrammatico alla Françoise Sagan.

La presente edizione (Bompiani 2016, pp. 187, euro 17) contiene anche una prefazione firmata da Patti Smith, in ossequio all’odierno costume di promuovere i cantanti pop ad arbitri di eleganza in materia di letteratura. Curiosamente, le poche pagine di Patti Smith sono in carattere con il testo della Sarrazin, tanto da diventarne una sorta di appendice. Forse è così che conviene leggerle, come postfazione a una storia struggente e di spoglia bellezza che inizia con la fuga da una prigione femminile e prosegue con la protagonista inopinatamente scaraventata in pancia a se stessa, costretta a fare i conti con il proprio passato di bambina che non ha fatto in tempo a esserlo. È uno scassinatore di nome Julien a raccogliere Anne tra il margine della strada e il bosco dove, cadendo dal muro della prigione, si è trascinata con il piede sinistro spezzato. A partire da quel momento, Anne fa il suo ingresso in un mondo di premure e di non omissione di soccorso dal quale si sente lusingata non meno che minacciata. Per quanto scettica e diffidente, non lo è abbastanza da non desiderare di imbattersi in qualcuno al quale essere indispensabile o che le diventi indispensabile. In carcere ha fatto entrambe le esperienze, rispettivamente con Francine e Rolande, due compagne di reclusione. Ma Anne, che si è rifiutata di rendere schiava Francine, non lo è diventata di Rolande, pur essendo evasa con la speranza di rintracciarla. In prigione ha imparato a sopportare gli abbandoni preventivandoli. L’uomo che le ha reso la libertà le ispira una riconoscenza da cui Anne vuole evadere proprio perché non riesce a vedere le pareti che la delimitano: “Ho messo un piede, bloccato, nella vita di una canaglia, e tutto mi sorprende, tutto mi intriga …”.

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L’Astragalo racconta la lotta di questa donna, mai stata giovane e tuttavia vulnerabilissima, contro le tentazioni regressive della dipendenza sentimentale, ma anche contro le precocità che l’hanno resa disamorata anzitempo. Le sole parentele che Anne conosce sono quelle transitorie e non vincolanti del crimine, legami che funzionano a condizione che i contraenti ne vedano subito la convenienza reciproca. Il legame con Julien non rientra in questo schema utilitaristico e perciò va considerato pericoloso. Tutto l’oro che si estrae da quella miniera di generosità deve per forza essere fasullo. Ma con l’oro, anche se falso, si possono comprare molte cose: asilo, cure, protezione, omertà. Non è poco per una minorenne a piede libero, seppur menomato. Basta non farsi ingannare dal proprio stesso commercio illudendosi di poter comprare con quell’oro finto un amore esclusivo e per giunta disinteressato. Anne non arretra, non distoglie lo sguardo dal miraggio, e fa voto di non cascarci. Si ripromette di stare tranquilla, di non pensare a sproposito. Evita di fare domande alle quali il suo soccorritore non saprebbe che cosa rispondere. Ne segue docilmente le istruzioni, incredula, costernata e raggiante, perché a provare quel che provano tutti si crede sempre di star vivendo qualche cosa di grandioso. “Non cercavo più di capire: avrei camminato molto presto e molto presto sarei ripartita verso i sogni lasciati in cima al muro, serbando di quelle settimane solo un ricordo di mistero e di ineffabile tenerezza, un abbozzo che non avrei delineato”. Ogni volta che Julien sparisce, Anne lo aspetta senza averne l’aria; quando riappare, gli fa le feste. Del suo salvatore ammira tutto, inclusa l’evasività, anche se non la capisce. L’essenziale è fingere di aver capito e mostrargli di non voler distinguere più di lui tra un bacio d’addio e uno di arrivederci. Ma è arduo non legarsi a un individuo la cui identità è una mistura di padre, fratello e amante. Come volta le spalle all’amante, Anne finisce tra le braccia del fratello o del padre. Quando si dà sessualmente a Julien, un po’ per ridimensionarlo e un po’ per inerzia, lo fa senza convinzione. Sa che a parti invertite si comporterebbe come lui, farebbe altrettanto. La fratellanza tra loro è innegabile.

Trovatella, stuprata a dieci anni dal patrigno, prostituta, rapinatrice, Albertine Sarrazin descrive in modo potente, dall’interno, la determinazione della sua eroina a imbalsamarsi, a non sanguinare più: “Solo questo pomeriggio ero imbottita di atropina e mi ero iniettata dello smacchiatore sulle cosce. Rolande era stata rimessa in libertà, non avevo alcuna voglia di aspettare che tornasse a prendermi […]”. Ma è Julien il personaggio di maggior peso, oltre che il più immateriale. La Sarrazin lo mantiene sfocato, soggetto allo sguardo mutevole di Anne, che rende ambivalenti tutte le azioni e le parole di lui. Figura deliziosa di mascalzone angelico alla Yves Montand, Julien non appare più misterioso di Anne. Non promette quel che non ha, non dice mai parole non indispensabili, non strettamente riferite alla situazione. Se chiama “tesoro” la sua protetta è in segno di cameratismo, non certo di intimità.  Mentre la gamba di Anne “fa il suo piccolo restauro nell’ombra”, lui la aiuta a muovere i primi passi come facendola emergere da un liquido amniotico. In casa della sorella sposata di Julien, Anne è sistemata nella stanza dei due figli piccoli di lei. Coricata in “un letto da bambino grandicello”, la piccola criminale precipita all’indietro, verso un’infanzia inverosimile, quella alla quale avrebbe avuto diritto e che credeva perduta o favolosa. Poco alla volta, si procura dei parenti, dei consanguinei, uno stato civile. Julien la affida a una coppia sterile, Pierre e Nini. Anne è fin troppo sollevata di ricevere da loro un’assistenza apertamente negoziata e passeggera. Questo non le impedisce di finire in ospedale facendosi passare per la sorella di Nini. Le altre degenti scambiano Julien, che viene a farle visita, per il suo fidanzato. Mezza dentro e mezza fuori la nuova condizione di convalescente, Anne preferisce rinunciarvi prima che “il destino la colpisca alle spalle”, come le capita di leggere nei romanzi della Série Noire. Sottratta alla protezione ormai postribolare di Pierre, Anne si lascia traslocare nell’appartamento di Annie, ex passeggiatrice con tanto di marito svaligiatore in prigione e figlia piccola a carico. Annie rappresenta uno dei motivi per cui vale la pena leggere l’Astragalo. Fin dal nome, è un doppione di Anne lievemente spostato in avanti nel tempo, la sua controfigura ironica: “Annie e io: due donne, prive d’amore e di splendore: io non posso, lei non vuole più. Tutto il giorno siamo fianco a fianco, legate dall’affinità dei gesti, dei pasti […]; le nostre sedie sono l’una di fronte all’altra e io sono mancina, ci riflettiamo”. Anne fatica non poco a barcamenarsi tra queste immagini speculari di sé, una che le fa segno da un’infanzia spettrale, inesistente, l’altra che ammicca da un avvenire prevedibile. Non sorprende che la bambina di Annie, Nanouche, la tratti come una coetanea, visto che Anne è alle prese con le difficoltà deambulatorie tipiche di un neonato: “Il piede sarebbe tornato a fare ciò per cui era fatto: posarsi davanti all’altro […]. Avrei conosciuto la gioia dei genitori ai primi passi della loro creatura, accresciuta della mia gioia personale; muovermi senza essere sostenuta come una bambola che cammina, senza essere spinta né tirata …”.

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In attesa della scarcerazione di Julien, che si è fatto acciuffare, Anne, impara di nuovo a camminare da sola, riprende a fare la passeggiatrice. Il mestiere non la distrae; al contrario, rende perfetto l’isolamento al riparo del quale cresce la beatitudine di un’aspettativa che Anne sa vietata e incresciosa. Ridotto a un diversivo, il marciapiede perde il suo squallore e insieme la sua dignità di lavoro. Con stupore, Anne deve riconoscere che la sua sopravvivenza non dipende più da quello. La sorte, ingenerosa, le fa incontrare un cliente, Jean, che si prende una sbandata per lei e la installa in casa propria colmandola di regali e di attenzioni. Esasperata, Anne reagisce con cattiveria. L’impressione di guardare a Julien con l’istinto di rapina che ostenta Jean verso di lei, le impedisce di disprezzarlo fino in fondo e di liberarsi di lui. Quando decide di derubarlo, dapprima briga affinché le conseguenze non ricadano su di lui e infine lascia che Annie le porti via la refurtiva. L’epilogo è una successione di incontri visionari che non lo sono in senso assoluto; sono visionari perché l’eroina del romanzo sembra essersi decisa a vivere il suo pur sapendo che di romanzo si tratta, e che dovrà concludersi.

Marco Cavalli


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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